L’idea di Donald Trump, e di gran parte dell’amministrazione statunitense, di includere la Cina in futuri trattati per la riduzione e il controllo degli armamenti nucleari potrebbe rivelarsi una chimera. Non ci sono solo gli attriti economico-politici tra Washington e Pechino a rendere complicato un accordo, perché secondo un recente studio dell’Istituto internazionale di studi strategici (Iiss, International Institute for Strategic Studies) se la Cina dovesse siglare un trattato simile all’Inf sarebbe costretta a smantellare il 95% del proprio arsenale di missili balistici e da crociera. Un radicale, e impensabile, ridimensionamento delle capacità missilistiche e nucleari dell’Esercito Popolare di Liberazione, andando così a minare alla base ogni velleità “egemonica” sulla regione dell’Indo-Pacifico.

Nello studio, intitolato “The End Of The Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty: Implications For Asia”, viene evidenziato infatti come l’intero arsenale nucleare cinese sia orientato al corto-medio raggio, così da poter esercitare una maggiore pressione sui Paesi dell’Indo-Pacifico. Secondo le stime dell’Iiss l’arsenale cinese di missili balistici e da crociera avrebbe una dimensione di circa 2.200 unità, rendendolo il principale su scala mondiale per quel che riguarda al corto e al medio raggio. Secondo gli autori dello studio, tra l’altro, il motivo principale dell’uscita degli Stati Uniti dal Trattato Inf non sarebbe la violazione delle clausole da parte della Russia di un missile a raggio intermedio, ma bensì l’accresciuta potenza missilistica cinese.

I rischi per la sicurezza regionale

La decisione dell’attuale amministrazione statunitense, di ritirarsi dal trattato, ha permesso l’avvio di test su missili che sarebbero stati vietati dall’accordo con la Russia; in quello che potrebbe essere un tentativo di ridurre il gap numerico con la Cina e “costringerla” a scendere a trattative per evitare una corsa al riarmo. Le pressioni esercitate su Pechino, però, potrebbero non portare i frutti sperati, perché forte del “vantaggio” accumulato negli anni sembra altamente improbabile che possa siglare un accordo sulla falsariga del Trattato Inf. Al tempo stesso -secondo gli autori dello studio- è ugualmente possibile che i missili, in fase di test negli Stati Uniti, una volta resi operativi verranno dispiegati principalmente nella regione dell’Indo-Pacifico in chiave di deterrenza a ogni possibile azione cinese.

Il dispiegamento di missili nell’area potrebbe avere molteplici ripercussioni sia positive sia negative. Di certo incrementerebbe la preoccupazione di Pechino che, al pari della Russia in Europa, potrebbe sentirsi “accerchiata” e “sotto tiro” dai missili statunitensi. Uno scenario da scongiurare che provocherebbe un innalzamento della tensione a livelli altissimi causando, di conseguenza, un aumento del numero di missili dispiegati nella zona anche da parte cinese. In questo modo si incrementerebbe il rischio di un incidente tra le due potenze. Inoltre, difficilmente -ad esclusione probabilmente del Giappone- i Paesi alleati degli Stati Uniti nella Regione accetterebbero il dispiegamento sul proprio territorio di missili a raggio intermedio o di sistemi di difesa da questi vettori. Il timore non sarebbe quello di subire una rappresaglia militare da Pechino, ma piuttosto un attacco economico sulla falsariga di quanto accadde alla Corea del Sud nel 2017, quando decise di permettere agli Stati Uniti di schierare una batteria antimissile nel Paese.

Trattative in futuro?

La possibilità concreta, inoltre, è che la Cina non accetti mai di aprire trattative volte alla firma di un accordo per il controllo degli armamenti nucleari, specialmente perché questo significherebbe smantellare l’intero apparato missilistico delle forze armate. A Pechino è elevato il timore di “perdere” il vantaggio accumulato negli anni nei missili a raggio intermedio, e questo è stato evidente dalle parole pronunciate dal portavoce del ministro degli Esteri il giorno successivo alla cessazione del Trattato Inf. Dopo aver accusato gli Stati Uniti di aver minato alla sicurezza globale, il governo cinese ha anche ribadito la sua netta contrarietà all’avvio di trattative volte alla creazione di un nuovo trattato.

La mancanza di interesse della Cina nel partecipare alle azioni per il controllo e la riduzione degli armamenti nucleari rischia di esacerbare ulteriormente il clima già teso nella regione dell’Indo-Pacifico, che potrebbe diventare ancora “più caldo” qualora gli Stati Uniti dovessero schierare nella zona missili a raggio intermedio. Per evitare e per scongiurare qualsiasi confronto diretto tra i due Paesi, però, l’unica soluzione possibile sarà mediare e trovare un accordo per uscire dal possibile stallo che rischia di crearsi nei prossimi anni. Di certo il governo di Pechino dovrà “ammorbidirsi”, così come quello di Washington dovrà rivedere alcune clausole del vecchio trattato siglato con l’Unione Sovietica, perché è da escludere che la Cina accetti di ridurre del 95% il proprio arsenale.

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