Nel bel mezzo del pantano ucraino, in Russia (re)esiste un leader morale del “ve l’avevo detto”. Igor Girkin, noto ai più come “Strelkov”, suo nome di battaglia, è l’uomo che nell’aprile 2014 attraversò il confine Russia-Ucraina con circa cinquanta uomini.

Chi è Igor “Strelkov” Girkin

Girkin aveva appena compiuto ventun’anni quando l’URSS crollò. Dopo essersi laureato in archivistica storica, nel giugno del 1992 era già in Transnistria per via delle tensioni aumentate tra questa enclave e le autorità moldave. Assegnato a un’unità volontaria, Girkin visse il suo battesimo di fuoco. Un paio di mesi dopo, era al fianco delle forze filoserbe in Bosnia. La Jugoslavia si era disintegrata e Girkin si sentiva, come molti, in dovere di aiutare il tradizionale alleato della Russia. Fu ancora in uniforme nel 1993 per prestare servizio come vicecomandante di plotone per un’unità di artiglieria schierata in Cecenia. Da qui, poi, il passo per l’Fsb fu breve.

Ma il momento di gloria arriva nel 2014. Ciò che sappiamo, oggi, è che Strelkov (che sta per “sparatutto”) abbia all’epoca dei fatti tirato per la giacchetta un Vladimir Putin che ancora si barcamenava da equilibrista nel mondo multipolare. Quando il piccolo gruppo di combattenti di Strelkov, finanziato dal ricco nazionalista Konstantin Malofeev, prese il controllo di Slavyansk nel 2014, divenne un leader per i separatisti locali e i mercenari. Da lì guidò l’esercito ribelle verso Donetsk, dove il combattimento strada per strada sarebbe stato troppo costoso per gli ucraini. Da lì a poco Putin inviò con riluttanza truppe russe a sostenere i separatisti.

Il successo in Donbass

Sebbene relativamente sconosciuto prima del suo arrivo a Donetsk, Girkin divenne presto volto di spicco nei media russi, a simboleggiare la determinazione del Paese a difendere connazionali del nuovo governo “fascista” di Kiev. I media sostenuti dal Cremlino facevano gli straordinari per migliorare la sua immagine screditando quella della controparte ucraina. Alcuni all’interno dei media russi arrivarono perfino a paragonare la difesa di Slavyansk a quella di Stalingrado. Girkin venne ritratto come il nobile ufficiale russo (volontario) che difendeva i russofoni dai terroristi ucraini che si divertivano a “crocifiggere bambini piccoli”. La realtà, tuttavia, era molto diversa.

Durante la battaglia aumentò la sua influenza fino a trasformarsi in comandante de facto di tutte le forze separatiste nella regione del Donbass, ruolo confermato dal primo ministro della Repubblica popolare di Donetsk Alexander Borodai che lo nominò ministro della Difesa ufficiale. Tuttavia, da figura di primo piano, ben presto trasmutò in un paria del mondo militare e di sicurezza russo. Con una reputazione particolarmente brutale, Strelkov era ed è una figura troppo odiosa per essere tollerata da Putin, che lo estromise dalla carica nello stesso anno. Alle prese con la propria personale mitopoiesi da nazionalista russo, una volta terminato il conflitto in Donbass fu accusato di terrorismo dalle autorità ucraine e sanzionato dall’Unione Europea. E ancora, come se non bastasse, nel giugno del 2019 i pubblici ministeri olandesi lo accusarono di omicidio nell’abbattimento del volo Malaysia Airlines 370 emettendo un mandato d’arresto internazionale a suo carico.

Nell’agosto del 2014 il comandante Strelkov ritornò a Mosca e per il primo anno venne attivamente coinvolto nella raccolta di risorse per i volontariati russi nel sud-est dell’Ucraina per trasformarsi, poi, in un indefesso critico della condotta bellica del Cremlino. A braccia conserte, dunque, criticò apertamente la decisione di schierare forze in Siria, suggerendo che tale mossa fosse meramente una tattica diversiva per strappare concessioni all’Occidente sulla Crimea e Ucraina.

Chi è oggi il comandante Strelkov

Mutatis mutandis, Strelkov è stato nel 2014 ciò che Putin sembra essere oggi. Se il presidente russo ha perseguito per lungo tempo una visione burocratica, capitalista, segnata dalla lotta a certi oligarchi e al consolidamento dei siloviki, Strelkov era il nostalgico imperiale che giocava alla guerra in rievocazioni storiche (in particolare quelli della guerra civile russa, nelle quali indossa l’uniforme di un ufficiale bianco che combatte i rossi). Per inseguire questa visione romantica e militaresca della Russia, nel 2016 si è proclamato maître a penser del Movimento nazionale russo, piattaforma politica all’insegna del sogno di unire Russia, Ucraina (la “Malorussia”, la piccola Russia), Bielorussia e altre “terre irredente” in una nuova russosfera. Non solo, il movimento dichiarò di respingere pienamente il regime del presidente Vladimir Putin chiedendo la fine clima di paura e intimidazione nei confronti dei cittadini russi. Il partito chiese, inoltre, un rigido sistema di quote per i lavoratori migranti delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e del Caucaso e l’annullamento delle leggi sul controllo di Internet.

Pochi anni dopo, in questa strana primavera, i sogni allucinati di Strelkov sembrano essere scopiazzati e male dalle mosse di Mosca. Otto anni dopo da quei tragici eventi, il suo canale Telegram è il megafono del giudizio lapidario sulla condotta di Vladimir Putin: “Ho scritto più di una volta che il presidente è seduto su due sedie che si stanno gradualmente allontanando sotto il suo sedere”. Le sedie erano un’ideologia statale patriottica, rappresentata da tutti i tipi di militari e funzionari civili e un modello economico ‘liberal-oligarchico’: stando a lungo su due sedie, però, Putin ha dovuto scegliere su quale sedersi. E Putin, oggi, è molto più Strelkov dello stesso Strelkov, che illo tempore bollò come vergognosi gli Accordi di Minsk, dolendosi del mancato appoggio del Cremlino a un’azione più incisiva in Donbass.

Le critiche all’ “operazione speciale”

Da quando Putin ha deciso di invadere l’Ucraina, l’operazione deve essere sembrata musica per le orecchie di Strelkov. Ma non nel senso che immaginiamo. Egli non ha mai mancato, nelle ultime quattro settimane, di demolire con sarcasmo il corso delle operazioni. A suo dire, infatti, c’era da aspettarsi una così strenua resistenza ucraina. Alcuni giorni fa, dinanzi alle telecamere di Osn Tv, Strelkov si è dilettato in un bilancio, non censurato, delle operazioni: “L’operazione speciale è andata avanti per 29 giorni e non abbiamo raggiunto alcun successo in nessuna direzione d’attacco e il nemico si sta mobilitando con relativo successo e sta contrattaccando”. L’accusa è in primis al portavoce del ministro della Difesa che non menzionerebbe mai questo aspetto nei suoi briefing. A detta di Strelkov, si sarebbe palesata la sua peggior paura, ovvero che la Russia sia stata trascinata in una sanguinosa, lunga e intrattabile guerra estremamente pericolosa per Mosca.

È difficile, in questo momento, capire cosa Strelkov potrebbe essere o non essere per Putin. Per otto anni è stato una specie di eroe decaduto, una spina nel fianco pronto a puntare il dito sugli errori anche minimi. Ma anche un visionario allucinato della missione storica della Russia, la stessa che Putin sembra urlare con forza da un mese a questa parte. Si tratta di un Giano bifronte che sbugiarda, da un lato, le debolezze della condotta della guerra e che tanto male può fare al Cremlino; allo stesso tempo, sarebbe un ottimo “cattivo consigliere” che mai come ora potrebbe tornare nelle grazie del presidente russo, offrendosi come ideologo di corte nonché nuovo stratega, vista la débâcle dei generali russi e il clima del sospetto che circola nell’entourage putiniano. Tantomeno è da escludere che questo inquietante grillo parlante possa essere messo fuori gioco: la “tattica del salame” di epoca sovietica insegna.

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