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A quasi tre mesi dall’inizio del conflitto in Ucraina è possibile cominciare a trarre alcune conclusioni riguardanti la condotta della guerra da parte della Russia.

Nonostante disparità quantitativa ed il solo apparente divario tecnologico tra i belligeranti, Mosca oggi si trova nella condizione di non stare perdendo il conflitto ma nemmeno di riuscire a vincerlo. Il sostegno occidentale a Kiev, di tipo militare e finanziario, la resistenza dell’esercito ucraino, organizzato in tattiche “semi-simmetriche” che mescolano guerriglia e scontri simmetrici (tra unità militari anche di grosse dimensioni), ha sorpreso il Cremlino che, molto probabilmente, si è reso conto di essere davanti a un conflitto di attrito che dissanguerà le sue risorse belliche e finanziarie e che va concluso in modo onorevole, affinché la Russia non “perda la faccia”.

Un segnale importante di questa presa di coscienza arriva dai media di Stato: per la prima volta, in un programma televisivo, un ex colonnello dell’esercito ha affermato che “c’è bisogno di realismo politico-militare” e che la Russia è “in una condizione di totale isolamento geopolitico”. Qualcosa che mai si era udito prima e che, dato il personaggio ma soprattutto dato il palco da cui sono state fatte queste dichiarazioni, assume una valenza molto importante nel contesto del fronte interno.

Cambiamenti di tattica forzati

Che ci fossero serie difficoltà lo si era capito anche senza bisogno di essere esperti militari. Mosca è stata costretta a cambiare la sua tattica e ridimensionare le sue operazioni belliche due volte: la ritirata dal settore nord, quello di Kiev/Chernihiv, è stata decisa perché non è stato conseguito l’obiettivo strategico di circondare la capitale e costringere alla capitolazione il governo Zelensky; la stretta sull’ucraina orientale, che avrebbe dovuto puntare su Dnipro da sud e da nord (ipotizzabile dall’intensità dei bombardamenti su quella città insieme a Zaporizhzhia), è stata ridotta a quella sulle intere provincie di Donetsk e Luhansk. Anzi, attualmente le operazioni si sono concentrate solo nel saliente di Severodonetsk, dove i russi avanzano ma a fatica, abbandonando le posizioni a Kharkiv per poter concentrare uomini e mezzi là dove più necessari.

Nel meridione gli ucraini sono riusciti a guadagnare terreno a sudest di Mykolaiv, mettendo sotto il tiro delle loro artiglierie le posizione russe a Kherson, e altrove i russi effettuano piccole puntate solo per costringere i difensori a mantenere in loco forze che sarebbero più necessarie nel Donbass.

Possiamo anche considerare, in queste generali difficoltà, lo smacco subito dalla Flotta del Mar Nero che ha visto andare a picco la sua ammiraglia, l’incrociatore Moskva, colpito da missili antinave: una perdita insostituibile per i russi dati i sistemi a bordo dell’unità navale che consentivano di avere copertura nel settore marittimo più occidentale, che infatti ha visto “risorgere” le forze aeree ucraine – mai del tutto spazzate dai cieli – in un’azione di bombardamento, che è diventata una vera e propria battaglia, sull’Isola dei Serpenti, occupata dalla fanteria di marina di Mosca nei primissimi giorni di guerra.

Sottovalutazioni del potenziale ucraino

Ma perché una nazione che sino a pochi anni fa veniva considerata possedere le seconde forze armate più potenti al mondo non riesce a vincere una guerra contro un avversario che praticamente non ha aviazione e marina? Perché i russi stanno incontrando così tanta resistenza? Perché le “superarmi” di Mosca non hanno costretto Kiev alla resa?

Innanzitutto va premesso che l’esercito ucraino non è affatto una forza di terz’ordine: dopo gli eventi di Crimea e Donbass del 2014 Kiev ha dato il via a una profonda riforma, comprensiva di modernizzazione, che, sebbene ancora in atto nel momento dello scoppio del conflitto, ha avuto il primo risultato di migliorare dal punto di vista quantitativo gli effettivi delle forze armate e delle unità paramilitari come la Guardia Nazionale.

Secondariamente Kiev è stata aiutata, nel processo di modernizzazione, dall’Occidente che da anni ha fornito materiale bellico (come gli Atgm – Anti Tank Guided Missile) ma soprattutto ha offerto formazione alle unità militari.

In terzo luogo, come anche affermato dal colonnello Mikhail Khodaryonok alla televisione russa, gli ucraini stanno combattendo per difendere la loro terra e sono disposti a “versare sangue per la Patria”.

Questo ci porta direttamente alla prima motivazione che spiega le difficoltà che ha incontrato l’esercito russo nel conflitto: la sottovalutazione del nemico. Ancora Khodaryonok, prima della recente trasmissione televisiva, aveva affermato che l’idea di certi politici russi che il governo di Kiev godesse scarsissimo appoggio popolare, e che quindi l’esercito invasore sarebbe stato accolto tra due ali di folla festante, non trovava nessun reale riscontro: quanto accaduto in Donbass nel 2014, con il fallimento del progetto “Novorrosiya” di creazione di una repubblica indipendente filorussa, avrebbe dovuto farlo capire.

Molto probabilmente le stesse capacità delle forze armate ucraine sono state sottovalutate, e questo troverebbe spiegazione nell’epurazione fatta dal Cremlino in alcuni direttorati dell’intelligence, che non è stata capace non solo di valutare correttamente le forze nemiche, ma nemmeno di individuarne con capillarità ed esattezza le posizioni – cambiate grazie ad attività di dispersione/decentramento effettuata nei giorni immediatamente precedenti l’invasione – consentendo quindi a Kiev di avere ancora la capacità di contestare l’utilizzo dello spazio aereo all’aeronautica russa, pur non avendone mai il pieno controllo.

Fattori di debolezza “endemici”

Esistono però anche dei fattori squisitamente interni alle forze armate russe, e per ricercarli dobbiamo fare un salto indietro nel tempo al 2008, quando l’allora ministro della Difesa Anatoly Serdyukov lanciò la sua riforma denominata “New Look”.

La riforma ha cercato di trasformare le forze di terra allontanandole dall’impostazione sovietica che le vedeva composte da divisioni parzialmente al completo (dal punto di vista modulare) per avere un esercito composto da brigate “pluriarma” (per usare un concetto occidentale) in grado di operare in modo indipendente.

Questa rivoluzione non ha visto la sua totale attuazione per una serie di cause, che si possono individuare anche nel regime sanzionatorio a cui è stata sottoposta la Russia a partire dal 2014, ma che possiamo definire strutturali, quasi endemiche.

È stato lo stesso Serdyukov, in un’intervista del 2018 al Kommersant, a chiarire quali siano: corruzione, resistenza opposta dai quadri, dispersione delle risorse (esigue), scarso livello addestrativo.

Le parole di Serdyukov sono illuminanti in questo senso: l’ex ministro ha affermato che al suo arrivo al dicastero ha trovato ufficiali che si trovavano al comando di unità (piccole e grandi) senza mai aver visto un solo soldato, sottolineando anche quella che è una caratteristica limitante dell’esercito russo odierno ovvero la sovrabbondanza di ufficiali rispetto ai sottufficiali e alla truppa, quando ha affermato che “ci sono 100-150 soldati in un’unità militare e dieci volte più ufficiali”.

Proprio la mancanza dei quadri intermedi, o per meglio dire di una classe di sottufficiali di stampo occidentale, è il fattore principale che determina la poca autonomia decisionale delle unità russe sul campo di battaglia, frutto della passata impostazione sovietica fortemente gerarchizzata e che accentrava ai vertici il processo decisionale. La riforma “New Look” con la creazione di unità più piccole – come i battaglioni di gruppi tattici – ha cercato di rimediare a questa problematica, ma senza troppo successo.

Sempre l’ex ministro ha affermato che tutte le carenze dell’esercito russo erano emerse nel breve conflitto in Georgia del 2008, quando le brigate meccanizzate e corazzate russe hanno avuto bisogno di uno schieramento di unità di manutenzione ogni 20-30 chilometri per riparare l’attrezzatura in modo che potesse andare avanti. In quella occasione si capì che gli armamenti degli arsenali russi sarebbero durati “al massimo altri 10 anni” e che “tra 10 anni rimarranno solo rottami metallici”, da qui il lancio del programma di riarmo fino al 2020 che però, come sappiamo, è stato pesantemente ridimensionato dalle sanzioni internazionali post annessione della Crimea.

L’effetto delle sanzioni e della corruzione

Sanzioni, ed embargo, che hanno tagliato l’approvvigionamento di sistemi moderni da parte della Russia: oltre a mezzi veri e propri come le navi da assalto anfibio classe Mistral di fabbricazione francese (qualcosa che la Flotta Russa non ha mai avuto in servizio), anche i più semplici sistemi di guida per missili e bombe hanno cessato di arrivare a Mosca in quanto prodotti per la stragrande maggioranza dall’Ucraina.

Si spiega quindi l’ampio ricorso al munizionamento a caduta libera, e soprattutto l’allarme lanciato ancora una volta dal colonnello Khodaryonok quando scrisse che “le riserve di armi moderne e di alta precisione nelle forze armate della Federazione Russa non sono di natura illimitata. I missili ipersonici del tipo Zircon non sono ancora in servizio, il numero di Kalibr, Kinzhal, Kh-101 e Iskander si misura al massimo in centinaia (decine nel caso dei Kinzhal)”.

Possiamo anche affermare con una certa sicurezza che la battaglia cominciata da Serdyukov contro la corruzione (che ha pagato in prima persona con un’accusa infamante poi amnistiata) non ha avuto successo. Una corruzione che si estende a tutti i livelli, sia nei servizi di sicurezza sia nelle forze armate, e che ha avuto come conseguenza il vedere i mezzi militari russi senza carburante oppure fermi per guasti, e ancora l’uso di sistemi di navigazione satellitare o radio di tipo commerciale da parte di unità terrestri e aeree.

Questo però non significa che le forze armate russe vadano sottovalutate, anzi, per la loro stessa dottrina vanno comunque temute, semmai serve a far capire come negli anni scorsi ci sia stata una loro sopravvalutazione forse per via della sapiente attività propagandistica di Mosca, che ha mostrato i suoi pochi “gioielli” nascondendo la tanta polvere sotto il tappeto.

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