Sono lontani i tempi in cui il presidente russo Vladimir Putin e l’ex premier israeliano Benjamin Netanyahu tenevano almeno un colloquio telefonico a settimana. Indice di rapporti molto intensi tra il Cremlino e lo Stato ebraico, in grado di abbracciare molti dossier riguardanti soprattutto il medio oriente. Oggi la situazione appare abbastanza diversa. Pochi giorni fa il numero due del consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medevdev, ha lanciato un avvertimento che sa di ultimatum: se Israele dovesse dare armi all’Ucraina allora “i rapporti tra i due Paesi verrebbero distrutti”. A complicare il quadro è stata proprio la guerra in Ucraina: da allora la simbiosi tra le parti è venuta meno. Con tutte le possibili conseguenze del caso.

Il quadro dei rapporti tra Russia e Israele

La caduta dell’Unione Sovietica ha comportato, tra le altre cose, un’importante emigrazione di ebrei russi verso Israele. A partire dagli anni ’90, si è assistita un’autentica scalata di persone con cittadinanza russa nei ranghi economici e politici dello Stato ebraico. Oggi diversi leader di partito, come ad esempio Avigdor Lieberman, parlano russo oppure provengono da Paesi dell’ex Urss. Esistono, sia in Russia che in Israele, associazioni che si occupano dei cittadini ebrei russofoni e oggi si stima che nello Stato ebraico il 13% della popolazione parla regolarmente il russo. La lingua è così la più diffusa dopo l’ebraico e l’arabo.

Tutto questo per dire che le chiamate settimanali tra Putin e Netanyahu non erano figlie unicamente dei buoni rapporti personali tra i due leader, come spesso ribadito in passato in ambito diplomatico. Al contrario, tra Russia e Israele si è assistito, almeno negli ultimi 25 anni, a una graduale crescita delle relazioni sia in ambito politico che culturale ed economico.

I dossier seguiti in comune tra i due Paesi negli ultimi anni

Una vicinanza del genere ha generato non poche novità nel contesto geopolitico. Israele infatti ha potuto diversificare il raggio delle proprie alleanze, includendo a pieno titolo per la prima volta anche Mosca. La Russia dal canto suo ha potuto gestire diversi dossier con lo Stato ebraico, pur avendo i due Paesi posizioni apparentemente distanti. Emblema di questa situazione è la guerra in Siria. Il Cremlino dal 2015 è impegnato in un appoggio diretto al presidente siriano Bashar Al Assad e le proprie forze controllano lo spazio aereo in buona parte del Paese. Al contrario, Israele ha sempre appoggiato le forze ostili ad Assad e ha sempre temuto un rafforzamento degli altri altri alleati di Damasco, Iran ed Hezbollah in primis, a ridosso dei propri confini.

Putin da un lato e Netanyahu dall’altro hanno quindi deciso di tenere vivo un filo diretto tra le parti per evitare incidenti. In cambio della rassicurazione israeliana di non colpire obiettivi sensibili siriani, la Russia ha chiuso più volte un occhio negli ultimi anni sulle incursioni dell’aviazione dello Stato ebraico volte a distruggere magazzini o depositi di armi iraniani in territorio siriano. Un sottile e difficile equilibrio, retto e reso solido però dai rapporti di vicinanza tra i due Paesi. Un discorso valso per la Siria, così come per altri dossier. Sull’Ucraina ad esempio, nel 2014 l’allora premier Netanyahu è rimasto neutrale in merito il caso Crimea, non chiedendo quindi la restituzione della penisola a Kiev e non unendosi alle sanzioni imposte dall’occidente a Mosca.

Le complicazioni arrivate dalla guerra in Ucraina

L’azione russa in Ucraina avviata il 24 febbraio scorso ha un po’ cambiato le carte in tavola. Lo si è visto per la prima volta a marzo, quando Naftali Bennett, premier israeliano subentrato dal giugno 2021 a Netanyahu, non è riuscito a portare a termine un’opera di mediazione tra Putin e Zelensky. Qualcosa evidentemente tra il Cremlino e lo Stato ebraico si è incrinata. Da allora è stato un tanto veloce quanto costante deterioramento dei rapporti.

L’accelerazione verso il basso delle relazioni si è avuta a giugno, quando il rabbino capo di Mosca, Pinchas Goldschmidt, ha preferito lasciare il Paese dopo non aver espresso il proprio sostegno all’intervento di Putin in Ucraina. Assieme a lui, anche 17.000 cittadini russi di origine ebraica hanno preferito fare i bagagli ed emigrare in Israele. La cifra è stata resa nota nei giorni scorsi dall’Agenzia ebraica, attiva in Russia sotto l’egida del governo israeliano e minacciata di chiusura dalle autorità di Mosca.

Il deterioramento dei rapporti lo si è visto nella stessa Siria, dove adesso il Cremlino tende adesso a non chiudere gli occhi sulle incursioni israeliane e dove dal canto suo Israele ha iniziato ad appurare ufficialmente che il sistema antiaereo russo più volte è stato attivato contro i propri caccia. Ma ovviamente la partita più importante si sta giocando sull’Ucraina. La richiesta di Kiev alle autorità dello Stato ebraico di fornire aiuti militari ha innervosito e non poco Mosca. Tanto da far minacciare a Medevdev l’interruzione di ogni relazione. Un atto quest’ultimo di una consistenza non certamente secondaria: la semplice messa in discussione dei rapporti, per giunta arrivata dal numero due di Putin nel consiglio di sicurezza russo, di per sé potrebbe minare i precari equilibri tra le due parti.

In che modo Russia e Israele possono ancora ricucire

A complicare ulteriormente il quadro dei rapporti è la massiccia fornitura iraniana di droni a favore di Mosca. Oggi il Cremlino, non potendo più contare su un’aviazione di fatto scomparsa dal quadro ucraino, sta facendo affidamento ai velivoli senza pilota girati da Teheran. Tuttavia, pur se deteriorate, le relazioni tra Russia e Israele potrebbero non rovinarsi del tutto.

Lo si nota dal fatto che lo Stato ebraico sta continuando a mantenere una posizione di equidistanza tra Mosca e Kiev. Gli unici dispositivi militari spediti in Ucraina sono elmetti e giubbotti antiproiettile e poco più. Le ultime richieste da parte del governo del presidente Zelensky non avrebbero ottenuto una risposta positiva. Segno quindi di come una porta per il dialogo con la Russia è destinata a rimanere sempre aperta.

A questo occorre aggiungere che a breve Israele tornerà al voto, con l’ex premier Netanyahu nuovamente in lizza per la poltrona di capo dell’esecutivo. Un eventuale ritorno in sella del capo del Likud potrebbe favorire una lenta ricucitura dei rapporti con Putin. In conclusione, pur se al minimo storico da 30 anni a questa parte, le relazioni tra Russia e Israele abbracciano un ventaglio così vasto in termini politici da non poter essere tranciate del tutto. E in grado probabilmente di sopravvivere anche alle pesanti turbolenze dettate dalla guerra in Ucraina.

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