In tempo di guerra, quando l’odio prende il sopravvento sulla ragione, una sola legge vale: Mors tua vita mea. La morte del mio avversario è la mia vita. Morte che può assumere la forma di annichilimento se tra i contendenti è guerra totale.

Annichilimento. Così è come sono storicamente finite le guerre mondiali: la prima conclusasi con l’estinzione dei cosiddetti Imperi centrali, la seconda con la spartizione della Germania e l’incenerimento del sistema europeo degli stati. Lecito è chiedersi, dunque, come terminerà la Terza guerra mondiale in frammenti, atto ultimo di quella grande guerra civile europea dai riverberi globali che, cominciata da qualche parte tra il 1870 e il 1914, ancora non è giunta al capolinea.

Il vero match deve ancora cominciare

Il 2022 verrà ricordato dai posteri come il vero spartiacque del XXI secolo, l’anno in cui dal cumulonembo che aleggiava spettralmente sul mondo è infine piovuto l’atteso e inevitabile diluvio universale di storia. Prevedibilmente rapinosa la scarica, che ha travolto inizialmente l’Ucraina e successivamente il mondo intero. Prevedibilmente perché, del resto, era dal lontano 1999 che grandine e fulmini andavano concentrandosi all’interno di quel cumulonembo corrispondente alla Transizione multipolare.

La guerra in Ucraina è il super-11 settembre che ha portato la conflittualità della competizione tra grandi potenze ad un nuovo livello, superiore ai precedenti, rendendo visibile e tangibile all’intera umanità la grande battaglia tra il decadente-ma-testardo Momento unipolare e il tenace-ma-frammentato fronte del Multipolarismo. Ma il grosso, o meglio il tutto, di questo epocale conflitto ancora deve svelarsi.

Nuove Ucraine, cioè guerre per procura tra le grandi potenze, sono in fermento nei meandri delle terre emerse e in attesa soltanto che qualcuno prema il pulsante rosso. Dall’Europa, dove i fronti vanno preparandosi alla riaccensione dei rimasugli di Iugoslavia, alle rotte della Belt and Road Initiative, lungo le quali gli Stati Uniti sperano di testare le capacità militari del rinascente Impero celeste.

Le ossa della globalizzazione patiranno per la carenza di calcio, subendo un crescendo di attacchi fisici e cibernetici che metterà alla prova catene del valore globali e società della rete. Il ritorno delle guerre sottomarine, con gasdotti e cavi sottomarini nel mirino di anonimi sabotatori – NS2 insegna. La permanentizzazione delle cyber-guerre. La proliferazione di “scenari venezuelani”, cioè di “spegnimenti da remoto”, anche nell’opulento Nord globale.

Guerra mondiale nel villaggio globale equivale a dire che nessuno può realmente e realisticamente dirsi al sicuro. E nessuno, nei fatti, lo sarà. Nemmeno gli Stati Uniti, che in casa sono alle prese con una germogliante guerra civilein parte alimentata dalle operazioni cognitive dei loro rivali – e nel cui cortile la dottrina Monroe è sotto pressione. E men che mai la Russia, il cui fato ultimo è inestricabilmente legato alla competizione tra grandi potenze.

La Russia sopravvivrà o morrà in questo secolo

Parlando alla sessione plenaria finale della XIX edizione del Forum internazionale del Club Valdai, che ha riunito 111 esperti, politici e diplomatici da 41 paesi, Vladimir Putin è stato un fiume (di rabbia) in piena: la competizione tra grandi potenze è di gran lunga più pericolosa della Guerra fredda, cultura della cancellazione e simili derive del liberal-progressismo occidentale sono un male per l’intera umanità, l’Occidente è alla ricerca di “dominio incondizionato” attraverso una globalizzazione concepita per possibilitargli un arricchimento simil-coloniale, il Momento unipolare è ad un passo dalla sconfitta.

Un copione trito e ritrito, quello letto da Putin, utilizzato più volte nel corso dell’anno, nel quale si mescolano elementi propagandistici e momenti di lucidità. Uno dei passaggi più evocativi, nonché veritieri, dell’intervento del capo del Cremlino è stato sicuramente quello in cui spiegava che “siamo ad una svolta storica, ci troviamo probabilmente nel decennio più pericoloso, imprevedibile e allo stesso tempo importante dalla fine della Seconda guerra mondiale“. Nessuna propaganda in tale affermazione.

Il mondo è ad un bivio: unipolarismo e multipolarismo. E da questo bivio dipende l’esistenza stessa della Russia quale attore storico e geograficamente corrispondente a quell’entità sorta dalle ceneri dell’Unione Sovietica. La Russia sopravvivrà o morrà in questo secolo – prospettiva che terrifica, più che elettrizzare, i decisori del Cremlino.

Il disegno intelligente degli Stati Uniti

L’Orso è caduto nella tagliola che gli è stata preparata ad arte dall’Aquila. La scommessa di Joe Biden era che l’inespressiva e l’inamovibile freddezza potesse prevalere sull’emotività, accecando le ragioni della ragione. Scommessa vinta la notte del 24.2.22, quando i carri armati hanno preso il posto della diplomazia delle cannoniere e, violando il confine ucraino, hanno inavvertitamente scoperchiato un vaso di Pandora.

Richiudere il vaso di Pandora, aperto da Putin in persona, sarà tutto fuorché semplice. Perciò il capo del Cremlino, preso atto della trappola, dall’inizio della guerra ha riempito ogni suo sermone di un termine specifico e suggestivo: disgregazione. Scenario inevitabile se i decisori non saranno in grado di ricacciare nello scrigno i mali un tempo ivi contenuti: la rabbia della borghesia liberale, l’indisponenza degli oligarchi, le voglie di secessione delle minoranze etniche e la diffidenza velatamente russofobica dei popoli postsovietici sparsi da Chișinău ad Astana.

È nel contesto della grande scommessa di Biden, giocata abilmente da Volodymyr Zelenskij, che si inseriscono eventi e fatti provocatori (o parlanti?) quali l’allestimento del Forum delle nazioni libere di Russia – riedizione contemporanea del Congresso dei popoli schiavizzati dalla Russia del 1917 –, il tentativo di riportare in vita la defunta Ichkeria – riconosciuta dal Parlamento ucraino come “territorio temporaneamente occupato” da Mosca –, la nascita di fantomatici eserciti di liberazione e di movimenti con aspirazioni separatistiche – come la Fondazione Buriazia Libera, con base in Virginia –, sullo sfondo della ricomparsa dello spettro terroristico.

E se (non) fosse un bluff?

Iniettare dollari nell’Internazionale antirussa, dando un senso alla sindrome di accerchiamento della Russia, può essere un’operazione psicologica – paventare l’apertura di uno o più fronti interni per spingere Putin a ridurre la pressione militare sull’Ucraina – come può essere il proemio di una campagna in divenire. La prospettiva di una “Russia ridotta a coriandoli”, per citare Agnese Rossi, per vincere la guerra d’Ucraina sveltendo il negoziato o, al contrario, per esportarla fino alle interiora dello stato-continente – ma correndo, (in)coscientemente, il rischio di addentrarsi in scenari da hic sunt leones.

La strategia di Biden è chiara: vincere la Russia svuotandola del suo potenziale economico-militare ed aggredendone le funzioni attentive. Perciò la massima pressione varietale, plasmata dagli insegnamenti dell’Afghanistan, dell’Iran-Iraq e dalla teoria della guerra senza limiti. E perciò lo sventolamento dei terrificanti spettri del terrorismo, dell’insurgenza e del separatismo, sceneggiato in maniera tale da mantenere il Cremlino in un lacerante stato di incertezza. Stato che ha avuto successo laddove ha convinto Ramzan Kadyrov ad aumentare le misure di sicurezza in patria, tra Kadyroviti richiamati e caccia ai membri di 1ADAT, e ha gettato Putin nella paranoia.

Se lo spauracchio della disgregazione non dovesse essere un bluff, ma un avvertimento sul futuro, le guerre russo-americane salirebbero notevolmente di livello per raggiungere vette di sconosciuta bellicosità. L’applicazione della dottrina del focolaio per costringere la Russia a concentrarsi su quanto accade all’interno delle sue mura domestiche, ridimensionandone le aspirazioni egemoniche, ma anche per privare il fronte della Transizione multipolare di uno dei suoi motori, indubbiamente il più carismatico, aumentando di conseguenza le probabilità di avere la meglio, un giorno, sull’altrettanto pressata Repubblica Popolare Cinese.

Tutto è possibile, anche che l’apparente resurrezione dei separatismi e dei terrorismi in Russia non sia che il mefistofelico tranello di un abile avversario. Soltanto una cosa è, però, sicura come il sorgere del Sole: un’epoca di guerre, imprevedibilità, insurgenze, pericoli e rivoluzioni attende l’umanità dietro l’orizzonte.

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