Mentre Ucraina e Russia trattano fra loro, essendo al centro dello scontro diretto, Cina e Stati Uniti, invece, sembrano inaugurare un binario parallelo entro il quale fare da chaperon ai due belligeranti. Gli Usa non si comportano da superpotenza, tantomeno Pechino si sbilancia totalmente a favore di Mosca. Cosa c’è dietro questo doppio binario, e perché questo tipo di negoziazione (vincente all’epoca della Guerra Fredda) può essere davvero la exit strategy dal conflitto?

Il doppio binario

Dall’inizio dello scoppio del conflitto viene invocata da più parti una trattativa diretta fra Joe Biden e Vladimir Putin, come se l’invasione dell’Ucraina ubbidisse ancora alle logiche della Guerra Fredda per poi dare vita ad una spartizione sancita con un tratto di matita blu su una mappa. Non sono, infatti, gli Stati Uniti ad essere in guerra con la Russia, e questo conflitto non ha nulla a che fare con lo scontro bipolare. Così, mentre proseguono i negoziati fra Kiev e Mosca, nelle ultime ore è stato inaugurato un secondo binario: quello fra Washington e Pechino, nella nuova veste di madrine di due assi di interessi geopolitici nonché differenti visioni dell’ordine mondiale. Le trattative sono ormai giunte al quarto round.

Gli ucraini chiedono cessate il fuoco e ritiro delle truppe russe. “Confronto difficile, ma la trattativa va avanti”, sostiene Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e negoziatore con Mosca. Tra i principali temi affrontati c’è la futura “neutralità” dell’Ucraina. Il vice capo dell’ufficio del presidente Zelensky, Ihor Zhovkva, ha dichiarato di ritenere che la posizione di Mosca sia più costruttiva di quanto non fosse in precedenza. “Invece di darci un ultimatum o linee rosse o chiedere all’Ucraina di capitolare, ora sembrano avviare negoziati costruttivi”. Alla vigilia dei negoziati Leonid Slutsky, membro della delegazione russa, aveva sostenuto che “progressi significativi” sono in corso e che questi possono “trasformarsi in una posizione comune di entrambe le delegazioni e in un documento da firmare”.

L’incontro è il messaggio

Ma se gli incontri fra le delegazioni russa e ucraina sono già diventati un refrain di questi 20 giorni di conflitto, quello tra Jake Sullivan e Yang Jiechi, è un segnale potente. Partiamo dalle nazioni che si incontrano allo stesso tavolo: Stati Uniti e Cina sono le vere nuove superpotenze, in termini economici, politici e di soft power. Questo le rende madrine di due mondi, anche se la Cina di Xi Jinping è accostabile alla Russia con un enorme sforzo di approssimazione che pesca anche in visioni nostalgiche. Detto in altre parole: il comunismo non c’entra. In seconda analisi, contano i rapporti precedenti: Washington e Pechino, negli ultimi due anni hanno avuto tutt’altro che la “porta aperta”. Gli affondi di Donald Trump, le accuse circa la pandemia, i toni di Anchorage, il progetto bideniano di ottenere una China second non essendo possibile una America first. Si tratta, dunque, di due nemici che non si sono risparmiati alcun tipo di accusa e minaccia reciproca. Ora, però, siedono al tavolo assieme attraverso due pezzi da novanta, rispettivamente Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e capo della diplomazia cinese.

Nonostante la sua giovane età (è il più giovane nel suo ruolo dagli anni Sessanta), Sullivan sfoggia un cursus honorum da diplomatico navigato: nel suo palmarès vi sono i negoziati che portarono nel 2015 al Jcpoa, l’accordo che gli Stati Uniti e le altre cinque potenze mondiali firmarono con l’Iran nel 2015, in cambio dello stop alle sue attività nucleari. L’uscita rocambolesca dall’Afganistan ha fatto vacillare la sua aura da enfant prodige a stelle e strisce, ma i fatti dimostrano che ora, al tavolo con i cinesi c’è lui e non Antony Blinken, nonostante Sullivan sia un falco dichiarato con la Cina. Dall’altra parte Yang Jiechi, non è uno sconosciuto per nessuno a Washington. Ex ambasciatore cinese negli Stati Uniti ed ex ministro degli Esteri, venne definito “la tigre” da George Bush senior, facendogli da sherpa in Tibet durante un viaggio nel 1977. Si tratta di un uomo esperto di ricuciture: durante il suo mandato come ambasciatore negli Stati Uniti, Yang ha lavorato per allentare le tensioni tra i due paesi in seguito alla collisione a mezz’aria del 2001 tra un aereo spia statunitense EP-3 e un caccia cinese al largo della costa dell’isola di Hainan nella Cina meridionale Mare.

I due omologhi non sono le massime autorità dei due Paesi ma sono quanto di più importante le due nazioni possono mettere sul tavolo: i propri top advisors in politica estera. Presumibilmente, un pari incontro tra Biden e Xi non avrebbe lo stesso impatto “tecnico”. Da parte americana il ruolo di Sullivan non deve sorprendere: del resto, cinquant’anni fa il flirt di Richard Nixon fu preparato grazie a Henry Kissinger e alle sue missioni in Pakistan alla ricerca della mediazione di Yahya Khan. Quando Nixon decise di andare a Pechino, il Segretario di Stato William Pierce Rogers venne escluso dal viaggio e l’unico americano presente oltre al Presidente fu Winston Lord, membro del National Security Council, poi Ambasciatore degli Stati Uniti in Cina. Yang, dal canto suo, aveva asfaltato un anno fa Blinken con un discorso di sedici minuti (a fronte di appena due minuti di apertura di Blinken) resosi necessario per via del “tono” americano. Molto meglio incontrare un vero negoziatore, dunque.

Mettere in difficoltà Putin

Mentre i colloqui tra i due consiglieri proseguivano gli Usa hanno riferito agli alleati che la Cina avrebbe mostrato segnali di apertura circa l’assistenza militare alla Russia. Lo ha riferito il Financial Times, precisando che Washington non ha chiarito se Pechino abbia già cominciato ad aiutare Mosca. La notizia della richiesta russa ai cinesi, avvenuta all’inizio dell’offensiva, è circolata ieri e oggi è arrivata la smentita della Federazione; anche l’ambasciata di Pechino negli Usa ha fatto sapere di non essere a conoscenza di alcuna richiesta russa o di una risposta affermativa cinese. Queste dichiarazioni potrebbero avere una doppia origine: essere l’ennesima intercettazione dell’intelligence americana oppure un gioco di strategia.

In entrambi i casi, il sospetto manifesto su Pechino è segno che gli americani vogliono convincere la controparte a sostenere una pressione cinese sulla Russia per la pace in Ucraina, non una mediazione. Le eventuali “aperture” di Pechino, del resto, non sono necessariamente un segno negativo: può essere banale temporaggiamento, visto che la Cina non esclude mai nulla a priori. Così come, da parte americana, mostrarsi al tavolo con i cinesi potrebbe essere un modo per indispettire Mosca.  Come sostiene il sinologo Francesco Sisci, non è detto che la Cina voglia voltare le spalle alla Russia e abbandonarla: “La posizione della Russia è ancora più difficile, perché non ha una vittoria sul campo, dove anzi la situazione diventa di giorno in giorno più difficile; in più ora c’è la prospettiva che la Cina cambi direzione e non si sa cosa farà Putin, la Russia. Anche con zero risultati, questo incontro aumenta le difficoltà russe in Ucraina”.

Dopo sei ore di colloqui, la delegazione Usa a Roma ha “espresso in modo diretto e molto chiaro le preoccupazioni per il sostegno della Repubblica popolare cinese alla Russia sulla scia dell’invasione e le implicazioni che un tale sostegno avrebbe per le relazioni di Pechino”. Lo ha sottolineato il portavoce del dipartimento di Stato americano, Ned Price, in conferenza stampa dopo l’incontro a Roma. Pechino per ora non si esprime e pare incassare. Risulta abbastanza chiaro che il contenuto di questo negoziato secondario resterà riservato a lungo ma i rumors raccontano già di progetti sul dopoguerra, lasciando presagire una negoziazione aperta e continua. Quello tra Washington e Pechino, dunque, non sarà il tavolo principale della negoziazione, ma dai risultati di questo tavolo dipenderanno, per buona parte, i risultati del tavolo principale che continua ad aggiornarsi.

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