Raramente le midterm americane hanno promesso una sterzata così vigorosa in politica estera nonostante quest’ultima abbia raramente rovesciato un esito elettorale negli Stati Uniti. Questa volta, però, una questione così domestica come il bilancio rischia di mutare decisamente il corso della linea del dipartimento di Stato, ma soprattutto l’andamento della guerra in Ucraina. I prodromi di tutto questo sono ben evidenti da alcune settimane, da quando l’intelligence americana, a mezzo stampa, sta comunicando via via la sua decelerazione nell’appoggio incondizionato a Kiev.

Se il Gop vince le midterm

A ribadire a gran voce la promessa di questo tornante è Kevin McCarthy, speaker della Camera in pectore qualora i Repubblicani dovessero strapparla agli avversari. Proprio qui cresce infatti l’idiosincrasia per le generose elargizioni a Kiev, poichè un numero crescente di conservatori dalla mentalità libertaria – che hanno adottato il comandamento dell”America first” dell’ex presidente Trump – si sono apertamente opposti all’autorizzazione di miliardi di dollari in armi e aiuti umanitari.

La combinazione tra nuovo isolazionismo e spending review aveva infatti portato la cordata di 57 repubblicani della Camera a votare a maggio contro un pacchetto di aiuti da 40 miliardi di dollari. Al Senato, invece, erano stati 11 i senatori dissidenti dopo che Mitch McConnell, il leader della minoranza ribelle, aveva dichiarato il suo aperto appoggio al piano di finanziamento della resistenza ucraina.

McCarthy è uno dei pentiti circa l’ampio supporto economico a Zelensky: lo scorso maggio aveva infatti appoggiato il piano di assistenza per poi prendere le distanze da quella prima misura. Le sue dichiarazioni di queste ore mettono anche in evidenza il precario equilibrio che regna all’interno del Gop. I repubblicani della Camera che sono pronti a dirigere i comitati pertinenti alla supervisione di temi scottanti come la guerra, infatti, sono in gran parte falchi che avevano sostenuto la politica di aiuti all’Ucraina. Altri, nel partito, restano comunque riluttanti a voltare le spalle a Kiev, come Michael McCaul del Texas, esponente top dei repubblicani nella commissione per gli Affari Esteri.

Il leader repubblicano alla Camera Kevin McCarthy (Foto: EPA/MICHAEL REYNOLDS)

Il messaggio del Gop alla Nato

La chiusura dei rubinetti degli aiuti a Kiev non è solo un messaggio interno destinato a cavalcare la faglia tra isolazionisti e interventisti. Si tratta di un monito alla Nato e all’Europa, costretta a diventare “maggiorenne” una volta per tutte. Gli obblighi di spesa all’interno dell’Alleanza sono un puntello sul quale i falchi battono da tempo. La promessa di raggiungere il 2% del Pil in spese militari, paventata nel 2006, è rimasta un miraggio, vittima di un impegno “non formale” all’interno del Trattato Atlantico. La necessità di rinegoziare i patti di spesa al suo interno si è palesata con tutta la sua drammaticità nel settembre 2014, dopo il colpo di mano russo in Crimea. Fu quella l’occasione per formalizzare, al summit di Newport, in Galles, quanto deciso ormai otto anni prima: tutti gli alleati che spendevano meno del 2% del Pil in ambito militare avrebbero dovuto evitare ogni ulteriore riduzione per questa voce di spesa, nonché raggiungere la soglia del 2% entro il 2024. Nel 2021, tra i grandi Paesi europei solo la Francia rispettava l’impegno mentre Germania, Italia e Spagna restavano ancora lontane dall’obiettivo.

Da tempo Washington non perde occasione di ricordare agli alleati che l’ombrello sull’Europa ha un costo e che Bruxelles non potrà più a lungo recitare il ruolo del free rider. E quand’anche le promesse di spesa fossero raggiunte è tempo ormai per l’Europa di iniziare a costruire una comunità di Difesa che vada ben oltre le esercitazioni o la mobilitazione nei momenti di emergenza. Un difetto atavico dell’Unione che non solo ha visto più volte fallire qualsiasi progetto militare comune, ma anche allontanarsi il miraggio di una politica estera monocroma. Nonostante gli Stati Uniti, contrariamente agli allarmi per una nuova Dottrina Monroe, intendano restare saldamente alla guida delle dinamiche geopolitiche occidentali, l’Ucraina si è presentata come un accidente della storia che crea oltreoceano un impiccio nel bel mezzo di ambizioni ben più pragmatiche come la sfida Indopacifica. Liberarsi di questo fardello è il vero obiettivo di Washington.

Un vantaggio per Biden?

Per paradosso, la nuova austerity minacciata dai Repubblicani potrebbe andare a vantaggio dell’amministrazione Biden. Innazitutto perché costituisce una exit strategy per un amministrazione che fra due anni non vuole presentarsi alle urne con un ennesimo pantano militare e i conti in disordine. Del resto, una linea che passa per l’appoggio a Kiev senza entrare in guerra contro Mosca è quasi impossibile se sei gli Stati Uniti d’America: nella logica di Washington, dunque, frenare gli entusiasmi di Kiev, rallentando gli aiuti, potrebbe servire a far sfiammare l’ira della controparte e condurre in porto il negoziato silente in corso con Mosca. Il fatto che questo esista è provato proprio dalle ripetute geremiadi dell’intelligence Usa sul New York Times. Frenare questi aiuti perché i dem sono stati sconfitti alle midterm è inoltre una perfetta scusante per l’amministrazione Biden, che potrebbe usarla come discolpa di facciata mentre il lavorio della diplomazia procede.

I toni di Stoltenberg

Qualche imbarazzo e grattacapo lo sta invece provocando il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg il cui tenore degli annunci non sembra smorzarsi, anzi. “L’inverno sta arrivando, quindi il compito della Nato è consentire alle forze armate ucraine di condurre operazioni significative anche durante l’inverno e continuare quindi a rifornirli di tutto, dal carburante all’abbigliamento invernale alle tende, sistemi di difesa, veicoli corazzati e artiglieria avanzata”, ha sottolineato il Segretario dell’Alleanza al termine della Ministeriale Difesa a Bruxelles dello scorso 13 ottobre. Sempre in quell’occasione aveva ribadito che la Nato assisterà l’Ucraina fino a quando sarà necessario. In quella stessa occasione aveva ribadito che l’Alleanza atlantica abbraccia-se ancora ci fossero dubbi-la battaglia per l’Ucraina libera, tuonando: “E’ importante per noi che l’Ucraina che vinca questa guerra e respinga la invasione delle truppe russe. Se Putin non è solo una sconfitta per Kiev ma anche per tutti noi, perché renderebbe il mondo più vulnerabile ad una nuova aggressione da parte di Mosca”. 

Potrebbe trattarsi tranquillamente di una comunicazione a doppio binario che, tuttavia, adesso costringe a mantenere questo impegno: meno chiaro è quale lato dell’Atlantico dovrà compilare gli assegni.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.