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“A mio parere, Putin non ha iniziato questa guerra nel 2014 per occupare l’intero Paese.” Il conflitto in Ucraina ha riportato la guerra sul continente europeo e da mesi si discute delle intenzioni e delle decisioni intraprese dagli attori coinvolti nel conflitto: dalla nuova politica di neutralità della Svizzera, al ruolo della Nato, alle reali intenzioni di Putin, all’intervento di attori privati, tra cui il gruppo di mercenari Wagner e l’imprenditore Elon Musk e la potenzialità degli attacchi informatici, anche al di fuori dell’Ucraina. Un’analisi della situazione attuale, delle possibili evoluzioni future e del perché molto di quello a cui stiamo assistendo è un déjà-vu, parte di un eredità centenaria, la offre Reinhard Obermüller, Managing Consultant alla Swiss Infosec Ag dove si occupa, tra l’altro, di sicurezza informatica, crisis management e analisi e previsione del rischio. Oltre alle sue referenze come esperto di sicurezza, Obermüller ha raccolto anni di esperienza all’interno dell’esercito svizzero, in cui riveste attualmente il ruolo di ufficiale di Stato maggiore di milizia, rango di colonnello.

Si parla molto dell’escalation della guerra in ucraina, quanto è probabile, secondo Lei, che la Russia cerchi un conflitto che vada oltre i confini dell’Ucraina?

Qui viene sollevata la questione di quali siano gli obiettivi strategici della Russia in questo conflitto. A mio avviso, il regime di Putin desidera far risorgere la Russia nella vecchia potenza e gloria dell’Unione sovietica, e questo a sua volta significa che i suoi interessi sono geograficamente limitati. La Cina, sempre a mio avviso, punta invece chiaramente a sostituire gli Stati Uniti come superpotenza globale, cosa che alla Russia non interessa fare. Putin vuole essere rispettato all’interno degli ex confini dell’Unione Sovietica e vuole mantenere una “distanza di sicurezza” sul confine occidentale del suo impero, cioè sulla cintura delle ex repubbliche sovietiche e degli Stati del blocco orientale. L’insicurezza maggiore, per Putin e per l’Occidente, sta nel Baltico, l’unico territorio che era una repubblica sovietica e ora è un membro della NATO: non bisogna dimenticarsi di Kaliningrad. A mio parere, Putin non ha iniziato questa guerra nel 2014 per occupare l’intera Ucraina. Nell’attacco del febbraio 2022, la sua preoccupazione maggiore era quella di installare un governo favorevole alla Russia in Ucraina e di proteggere così i propri interessi. Se ha definito questo attacco una “operazione militare speciale” e tuttora reagisce stizzito quando il conflitto viene definito come “guerra”, credo che sia perché in origine aveva effettivamente pianificato una “operazione militare speciale”.

Cioè?

Se analizziamo le prime azioni e operazioni tra febbraio e marzo, tutto sembrerebbe indicare che Putin non aveva intenzione condurre una guerra convenzionale e che geograficamente non aveva ambizioni al di fuori dell’Ucraina. Ma poi sono accadute due cose che Putin non si aspettava: in primo luogo, la massiccia resistenza ucraina e, in secondo luogo, la reazione compatta dell’Occidente attuata tramite sanzioni e forniture di armi. Ciò ha conferito alla guerra una dimensione geopolitica inaspettata che Putin certamente non intendeva scatenare. Gli Stati Uniti e la NATO sono divenuti attori di questa guerra, in cui ora perseguono i propri obiettivi, che non è detto che coincidano necessariamente con quelli dell’Ucraina o dell’Europa occidentale. Questo apre la porta a possibile evoluzioni al di là dei confini dell’Ucraina, alcune delle quali sono di natura minacciosa. Ma lo ripeto ancora una volta: questa non era l’intenzione originaria di Putin.

Che effetto sta avendo la guerra sulle relazioni tra Russia e Cina?

La Cina, questo è l’assunto di base da cui partono le mie riflessioni, aspira al dominio del mondo. Ma è altrettanto consapevole del fatto che anche una superpotenza ha bisogno di sostegno. Per il regime autocratico cinese, un vicino autocratico che si spinge geograficamente fino all’Europa centrale è un alleato per cui vale la pena lottare. Ma questa guerra, a mio avviso, ha reso la Cina più cauta. La leadership russa ha fallito politicamente e militarmente e le forze armate russe hanno fallito dal punto di vista operativo. La Russia ha dunque perso valore come partner della Cina, non dal punto di vista geopolitico, il Paese ha ancora le stesse dimensioni, ha ancora le sue risorse minerarie, controlla ancora il Passaggio a Nord-Est per lo stretto di Bering, ma da questa guerra uscirà sicuramente politicamente indebolita. La Russia sarà spinta ancora di più nel suo ruolo di “junior partner” e a Putin questo non piace affatto. Il risultato sarà che la loro relazione diventerà più instabile e conflittuale.

Come si presenta attualmente invece la difesa dell’Europa? Quali sono le debolezze e i punti di forza dell’UE? Da anni si parla del problema dell’assenza di una difesa comune

L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha cambiato le carte in tavola. Gli Stati dell’UE tornano a parlare di un’unione di difesa comune e di finanziamenti sufficienti per le forze armate. Ma la realtà appare amara. Gli Stati europei hanno incassato i dividendi della pace, ovvero hanno ridotto massicciamente i bilanci della difesa, riallineando allo stesso tempo le capacità delle loro forze armate: da strumento di difesa a strumento di garanzia della pace internazionale. Ora hanno di fronte a sé il dilemma di avere una guerra convenzionale combattuta nel cuore dell’Europa. Resta da vedere se gli sforzi europei per ripristinare le capacità di difesa perdureranno davvero, una volta che la situazione ucraina si sarà nuovamente calmata. Attualmente ci sono molte persone che hanno perseguito per anni ideali politici pacifisti, ma che ora si sono rese conto che la realtà è ben diversa. Se questa presa di coscienza perduri nel tempo, se una maggioranza ne tragga davvero delle conseguenze e sia disposta a fornire i mezzi per una difesa efficace e, soprattutto, a riconoscere i valori militari come socialmente necessari, rimane una questione aperta.

Ora che la Svizzera sembra avere accantonato la sua neutralità per partecipare alle sanzioni contro la Russia, possiamo presumere che in caso di un conflitto maggiore questa linea sarà rispettata, o la Svizzera tornerà di nuovo fedele alla sua neutralità?

La Svizzera non ha abbandonato la sua neutralità. In nessun modo. Il Paese aderisce ancora al 100% alla legge di neutralità, che è un elemento del diritto internazionale e che stabilisce come deve comportarsi uno Stato neutrale. I cambiamenti in atto attuali riguardano la politica di neutralità, che però è sempre stata gestita in modo diverso. Se la Svizzera intende mantenere anche in futuro questa linea attiva è parte di una profonda discussione politica che si protrarrà per anni, perché la formazione delle volontà in una democrazia semi diretta richiede molto tempo. Bisogna inoltre specificare una cosa: la neutralità svizzera è uno strumento per preservare la libertà e l’indipendenza della popolazione, non un obiettivo statale. Va inoltre tenuto presente che, per quanto riguarda gli strumenti di forza, la Svizzera si staglia come uno Stato debole e piccolo. Come tale la sua sopravvivenza dipende dal rispetto del diritto internazionale e quindi cerca la collaborazione con tutti coloro che proteggono e rispettano il diritto internazionale. Da qui che nasce il dilemma attuale: dovremmo ammorbidire la nostra politica di neutralità a favore dell’Ucraina e dei suoi alleati perché in Ucraina si difende lo Stato di diritto e il diritto internazionale? Oppure dobbiamo attenerci a una politica di neutralità che tratti tutti allo stesso modo e promuova la pace principalmente attraverso la diplomazia e i buoni uffici? Una cosa è certa: circa il novanta per cento della popolazione svizzera vuole mantenere la neutralità.

Lei lavora come esperto di sicurezza per una società privata svizzera, in che misura la guerra si è trasformata da una questione di Stato ad una questione privata? Le strategie di sicurezza vengono delegate alle società di sicurezza?

Probabilmente sta alludendo al gruppo Wagner, attualmente molto attivo anche in Ucraina.
Innanzitutto, è importante sapere che alla sua origine la guerra era un affare privato e il passaggio a un affare di Stato è relativamente moderno. La levée en masse, la leva militare obbligatoria, è un’invenzione di Napoleone, quindi non più vecchia di 200 anni. L’approccio dello Stato-nazione, in cui è uno Stato a dichiarare guerra e gli attori di un conflitto sono esclusivamente gli Stati non è mai esistito in questa forma così pura. Gli attori privati sono sempre stati coinvolti nei conflitti armati. Oggi la Russia, gli Stati Uniti e altri Paesi si appoggiano a società di sicurezza private, con l’ulteriore motivazione che è più facile vendere le perdite sul campo di battaglia alla propria popolazione se si tratta di mercenari e non di soldati propri. A questo si aggiunge un secondo aspetto: l’uso di attori privati in guerra serve spesso ad aggirare il diritto internazionale bellico. Se uno Stato volesse compiere delle azioni che non sono compatibili con questi diritti, si lascia che siano attori privati a eseguirle, parallelamente alle proprie forze armate regolari, lavandosene quindi le mani. D’altra parte però che un attore statale privatizzi la propria strategia politica o militare è probabilmente più un’eccezione che la regola. Di norma, gli attori privati sono impiegati a livello operativo. Nel Terzo Mondo invece, ad esempio in Africa, ci sono leader politici che affidano la loro strategia militare in larga misura a rappresentanti di compagnie mercenarie. Ma questo rappresenta come detto un’eccezione e riguarda gli Stati più deboli.

Parlando di attori privati, cosa ne pensa di personaggi come Elon Musk che, grazie ai suoi satelliti Starlink, sta garantendo la connessione a Internet e le vie di comunicazione dell’Ucraina?

Si tratta di un fenomeno molto interessante in cui gli attori statali non si limitano a utilizzare truppe mercenarie, ma attingono anche ad altre risorse, scarse e preziose, di soggetti privati, come stiamo vedendo infatti con Starlink in Ucraina. Ma va detto che anche questo fenomeno è sempre esistito. All’epoca dello sviluppo dei primi pezzi di artiglieria in Europa, ad esempio, i governanti non producevano essi stessi queste armi che allora erano costose e tecnicamente complesse, ma i loro strumenti di combattimento venivano acquistati presso imprese private. Dunque, non deve sorprendere se ora i partner privati degli Stati stabiliscano delle condizioni sull’uso delle proprie risorse e che possano essere interessati non solo a guadagnare denaro, ma anche ad acquisire influenza politica. Possiamo anzi supporre che attori economici globali come Amazon, Google o Meta perseguano una propria agenda politica. Non dovrebbe quindi valere diversamente per Elon Musk: se un’azienda ha un potere economico pari a quello di un piccolo Stato europeo, cercherà di far contare questo potere di mercato anche in altri ambiti.

In che misura la sicurezza informatica e gli attacchi informatici sono aumentati di rilievo negli ultimi 10 anni?

Cerchiamo prima di specificare alcuni presupposti: attraverso la digitalizzazione, abbiamo aperto una nuova sfera operativa, il cyberspazio. Le più antiche sfere operative tradizionali in cui sono stati combattuti i conflitti militari sono la terra e il mare. La sfera dell’informazione è altrettanto antica, per la semplice ragione che si è sempre parlato male degli avversari, legittimando la propria guerra e delegittimando quella del nemico. A queste tre sfere operative si sono poi aggiunte, grazie agli sviluppi tecnici, lo spazio aereo (con l’invenzione dell’aeroplano), lo spazio elettromagnetico (ad esempio la radio), lo spazio esterno e infine il cyberspazio. Quest’ultimo riveste un ruolo di importanza, ma è e rimane un luogo di supporto alle operazioni. Ciò significa che le operazioni informatiche non sono fine a se stesse, ma servono a sostenere le operazioni che si svolgono sul terreno. È lì che si trova la gente, è lì che si trova la sfera delle operazioni decisive, è lì che si vincono e si perdono le guerre. Le operazioni informatiche consistono, in ultima analisi, nel costringere o muovere le persone a fare qualcosa. È difficile valutare con esattezza l’impatto delle operazioni informatiche, perché hanno come caratteristica l’essere condotte in modo anonimo e di non venire spesso individuate. Circa il 50% di tutti gli attacchi cyber non viene individuato.

In quali settori sono attualmente utili gli attacchi cybernetici?

Partendo dalle fondamenta, un’area importante è lo spionaggio, cioè la raccolta di informazioni. Questo può riguardare le forze armate, la politica o l’economia, settori difficili da separare l’uno dall’altro, perché quando si tratta di condurre una guerra convenzionale, tutti e tre gli elementi rivestono un loro ruolo e una loro importanza. Abbiamo già fatto luce su questo aspetto e lo possiamo applicare anche alla guerra in Ucraina: l’Occidente fornirà all’Ucraina armi e munizioni solo finché ci sarà la volontà politica di farlo e la propria industria sarà in grado di reggere la domanda. La seconda area è la guerra dell’informazione, perché, grazie alla cybersfera, questa può essere condotta in modo particolarmente efficiente e con ampia portata. Si tratta di raggiungere il cuore delle persone, influire sul loro sostegno alla propria causa. Basta guardare il messaggio trasmesso da molti media classici: quello che dice Putin è una menzogna, quello che dice Zelensky è la verità. Questo punto di vista adottato è molto problematico perché entrambi gli Stati, trovandosi in guerra, sono impegnati nella propaganda di guerra. È un fenomeno perfettamente naturale, ma dobbiamo sempre tenerlo presente. Zelensky è un eccellente comunicatore, ma non è certo l’impeccabile democratico e difensore dello Stato di diritto come viene attualmente dipinto da molti media occidentali. In ogni caso, ha vinto a mani basse la guerra dell’informazione contro Putin, almeno nel mondo occidentale. Le operazioni nella sfera dell’informazione possono essere dunque decisive: se Zelensky non avesse conquistato le simpatie dell’Occidente, il campo di battaglia in Ucraina sarebbe ormai molto diverso.

Esiste un’ulteriore area in cui le operazioni informatiche sono utili?

La terza area di applicazione è l’ingerenza militare diretta, ovvero mettere fuori uso reti di comando e controllo civili o militari e altre infrastrutture critiche tramite attacchi informatici. Posso immaginare che al momento si stia tentando anche questo, ma le operazioni informatiche sono estremamente impegnative in termini di preparazione ed esecuzione e, allo stato attuale, queste capacità non sono particolarmente sviluppate in Russia. Per essere efficaci, le operazioni informatiche devono essere supportate da forze altamente professionali e dalla debolezza della Russia nel condurre una guerra convenzionale, cosa che ha sorpreso molti esperti, mi sembrerebbe di poter dedurre che anche le sue capacità in ambito di cyberwarfare non siano particolarmente sviluppate.

Considerando però le ingerenze nelle elezioni americane del 2016 e l’ultimo “Russiagate” in Germania, quanto è probabile che la Russia possa infiltrarsi e influenzare attivamente altri Stati? E gli Stati Uniti possono influenzare la Russia?

In questo caso ci troviamo di fronte a un’asimmetria: una democrazia che basa la formazione dell’opinione dei suoi cittadini e la formazione del proprio governo sulla regola della maggioranza, è naturalmente più vulnerabile alle operazioni nella sfera dell’informazione rispetto a un sistema totalitario, in cui un governatore autoritario riesce a isolare la sfera dell’opinione pubblica. Ritengo probabile che la Russia utilizzi questa tattica contro il suo avversario politico, nella misura in cui è in grado di farlo e riesca a raggiungere la portata necessaria per renderla efficace. Anche un eventuale ricorso ad attori civili è credibile; è noto che la Russia collabora con gruppi di hacker civili, ai quali lo Stato permette addirittura di compiere azioni criminali proprie, purché agiscano solo all’estero. Resta da chiedersi fino a che punto questi gruppi possano essere effettivamente controllati e quanto siano fedeli allo Stato. È dunque plausibile che i regimi autoritari sfruttino le loro opportunità per rafforzare le tendenze autoritarie negli Stati democratici. Per inciso, anche questa non è una novità: fino al 1989 l’Unione Sovietica forniva un massiccio sostegno finanziario ai partiti comunisti dell’Europa occidentale.

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