Diventa fotografo professionista con noi
Iscriviti alla masterclass
Guerra /

Da quando il generale Sergej Surovikin è stato messo al comando delle operazioni in Ucraina, la guerra di Vladimir Putin è cambiata. Le pressioni di falchi, che hanno voluto a ogni costo un cambio di rotta nell’invasione mettendo al comando quello che alcuni chiamano (in modo spesso confuso) il “macellaio di Siria”, ha portato a un risultato che sembra minimo rispetto all’inizio della guerra ma estremamente importante alla luce delle recenti evoluzioni del contesto ucraino. Surovikin ha preso in mano le operazioni in territorio ucraino con un esercito, quello russo, che non dava alcun cenno di poter resistere alla controffensiva di Kiev. Indebolita e inadeguata, l’Armata russa era ormai sull’orlo del collasso, al punto che si è spesso anche paventata la soluzione nucleare quale extrema ratio di un Putin ormai all’angolo.

Poi, l’arrivo di quella che è stata considerata la carta della disperazione – ma per alcuni osservatori anche della brutalità – ha modificato, almeno in parte, questa percezione. La Russia ha ricominciato a riequilibrarsi e a colpire nuovamente. E lo fa basandosi su quello che appariva come il piano dietro la nomina di Surovikin, ovvero l’innalzamento del livello dello scontro portando la guerra in tutto il territorio ucraino. Non solo quindi un maggiore coordinamento tra le forze sul campo né un rafforzamento di tutto il fronte: la scelta del comandante russo è stata soprattutto quello di colpire di nuovo con missili e droni l’intero Paese invaso portando la guerra su di un piano che potesse interferire in modo sensibile sul morale degli ucraini ma anche sulle capacità di Kiev di sostenere lo sforzo bellico e di sopravvivenza.

I raid di questi giorni confermano l’impronta del generale in questa complessa fase della guerra. Le infrastrutture energetiche ucraine sono il bersaglio preferito dei missili russi e dei droni iraniani utilizzati da Mosca. Le forze russe adottano lo schema dell’indebolimento interno del fronte nemico: colpire le capacità di mandare avanti il Paese, colpire le possibilità dei cittadini di avere luce e acqua o di proseguire nel proprio lavoro, disperdere le risorse economiche di Kiev, ma anche far vedere che la guerra può assumere forme molto più articolate e violente di quanto si pensasse fino a pochi mesi fa. Una scelta che per la Russia ha due obiettivi, uno tattico e uno strategico (e politico). Dal punto di vista tattico, sottoporre il Paese avversario a bombardamenti mirati sulle infrastrutture è, come detto in precedenza, un modo per limitare – e in alcuni momenti anche paralizzare – le risorse impegnate al fronte. Questo permette a Mosca di riordinare le proprie truppe evitando quel rapido ritiro che a molti appariva in realtà una rotta: cosa dimostrata con l’invio dei riservisti, il rafforzamento del Donbass con delle prime linee di trincea e con l’evacuazione (ma anche non ritiro) da Kherson. Anche le recenti, pur minime, vittorie della Wagner (il gruppo di contractors al soldo del Cremlino) sono segnali da non sottovalutare.

Dal punto di vista strategico e politico, Putin sembra scommettere sull’aumento del livello dello scontro cercando di mostrare che la Russia è in grado di danneggiare l’Ucraina in qualsiasi momento. Questo serve per almeno due ragioni. A livello interno, ridà fiducia a una opinione pubblica tramortita dalla “mobilitazione parziale” così come dalle sconfitte subite sul campo di battaglia. La convinzione dei propri mezzi è essenziale in qualsiasi esercito, e questo vale in particolar modo per i soldati russi: e se questo vale per le forze armate, vale anche per il Paese, poiché il morale e il legame con la causa per la quale si combatte sono componenti essenziali per qualsiasi conflitto. Senza l’idea di combattere per una forza ancora letale, il rischio è che la frustrazione dell’esercito si tramuti in disordine e desiderio di far tacere le armi.

Dal punto di vista diplomatico, invece, questi nuovi raid servono a Putin per dimostrare ai propri interlocutori che la forza russa non si è arrestata, potendo anzi colpire con una certa precisione e sull’intero territorio ucraino. Anche se questi sono obiettivi civili, e come tali non certo assimilabili alle truppe che hanno falcidiato i russi. L’importanza di questa dimostrazione di forza è legata all’immagine russa sia confronti dei proprio alleati che dei propri avversari, a cominciare dagli Stati Uniti. Ed è in particolare a questi ultimi che Putin sembra intenzionato a rivolgersi. Da alcune settimane, infatti, il fronte dei “perplessi” sul sostegno militare all’Ucraina si sta allargando: negli Usa, sia democratici che repubblicani non sono più impermeabili a queste critiche. Anche Joe Biden ha deciso di modificare in parte la narrazione: sostegno a Kiev, sicuramente, ma senza che questo si trasformi in un assegno in bianco. Anche le rivelazioni di questi giorni su una accesa discussione tra Biden e Volodymyr Zelensky (accusato di ingratitudine) sono un segnale da non sottovalutare. Un segnale che si unisce al fuoco amico della sinistra dem ma anche a un certo mondo repubblicano come intenzionato a spendere ulteriori soldi per la causa di Kiev. Una guerra ad alta intensità, come quella voluta da Surovikin, potrebbe far desistere l’elettore medio sul fatto che questo sia un conflitto che si può vincere. E il trauma dell’Afghanistan è ancora molto vivo nell’America profonda.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.