Il Natale nei Paesi con un’importante tradizione ortodossa è fissato per il 7 gennaio. Un discorso quindi che vale anche per l’Ucraina. Qui tuttavia, a partire dal 2017, lo Stato riconosce come festività ufficiale sia quella cattolica del 25 dicembre che quella ortodossa del 7 gennaio. Una mossa, approvata durante la presidenza di Petro Poroshenko, dal chiaro sapore politico: ha infatti rappresentato un modo per avvicinarsi sempre di più all’Occidente, smarcandosi in parte dalle tradizioni dell’Europa orientale.

Il 25 dicembre è ad ogni modo Natale per i cattolici ucraini. La Chiesa Cattolica in Ucraina ha più di tre milioni di fedeli, corrispondenti a circa il 7% della popolazione totale. Molti di loro si trovano nelle province occidentali, quelle più vicine alla Polonia. Ma ci sono importanti comunità cattoliche anche nell’est, in zone attualmente occupate dai russi. Per tutti loro è il primo Natale in guerra.

Le chiese cattoliche in Ucraina

La presenza del cattolicesimo nel Paese ha radici legate ovviamente alle varie vicende che hanno contraddistinto la nascita e la formazione dell’Ucraina moderna. A partire dal fatto che molte delle regioni occidentali, come ad esempio quella di Leopoli, sono state scorporate dalla cattolicissima Polonia e girate all’allora soviet di Ucraina dopo la Seconda guerra mondiale. Ed è quindi proprio qui che risiedono gran parte dei cattolici ucraini. Non a caso, a livello ecclesiastico la gerarchia è diversa rispetto a quella politica: è a Leopoli che ha sede l’arcivescovado cattolico, con la diocesi di Kiev come sottoposta. La Chiesa in Ucraina è poi organizzata, con sempre alle dipendenze dell’arcivescovo di Leopoli, in altre cinque diocesi: Lusk, Kamjanez-Podylskji, Mukacevo, Odessa-Sinferopoli, Kharkiv-Zaporizhzhia.

Alle dipendenze della Santa Sede ci sono poi altre tre Chiese. La Chiesa rutena, con l’eparchia di Mukacevo, la Chiesa armeno-cattolica, con l’arcieparchia di Leopoli, infine la Chiesa greco-cattolica. Quest’ultima in parte ha seguito nella sua organizzazione l’attuale gerarchica amministrativa ucraina, spostando nel 2005 a Kiev la sede dell’arcivescovado maggiore. Da qui dipendono almeno tre arcieparchie e cinque esarcati.

Seguire la messa con lo spettro di nuovi attacchi aerei

Le Chiese sono quindi chiamate a offrire ai propri fedeli una parvenza di normalità nei festeggiamenti natalizi. Un compito niente affatto semplice. Da un lato è vero che tutte le chiese, almeno sulla carta, sono destinate a rimanere aperte tranne che per qualche eccezione dovuta alla sicurezza. Del resto hanno voluto così anche gli stessi ortodossi ucraini. Quest’anno anche loro per la prima volta, a cinque anni di distanza dall’adozione da parte delle autorità politiche della festa del 25 dicembre, hanno dato la possibilità ai propri fedeli di celebrare il Natale nello stesso giorno dei cattolici. C’è quindi molto interesse nell’incentivare tutti i fedeli ucraini a favorire a un graduale e allo stesso repentino cambio di tradizione.

É pur vero però che, tanto per i cattolici quanto per gli ortodossi, andare a seguire le celebrazioni liturgiche non è affatto semplice. La prima sfida è legata ai possibili raid aerei. Uscire di casa per la veglia notturna, con la possibilità dell’attivazione di un allarme aereo mentre si è per strada o dentro una chiesa, potrebbe far desistere in tanti. Preferendo, al contrario, rimanere a casa con i propri cari. Un discorso che vale sia per i fedeli residenti a Kiev o nell’est dell’Ucraina, così come nelle regioni occidentali. Quelle cioè sfiorate soltanto dal conflitto, ma raggiunte ugualmente nel corso di questi mesi da raid e bombardamenti.

C’è poi un altro aspetto da considerare. Non è legato alla sicurezza, né a difficoltà logistiche o materiali. Ha a che fare invece con l’animo di molti fedeli ucraini. Per loro la consapevolezza di dover affrontare il primo Natale in guerra è alquanto avvilente. Un anno fa il principale pericolo percepito era legato ai contagi da coronavirus in chiesa. C’erano sì le preoccupazioni su possibili attacchi, ma forse in pochi consideravano la guerra come vicina. Oggi invece si ha a che fare con allarmi aerei, raid, esplosioni avvertite a pochi passi da casa. In tanti, durante l’intero periodo natalizio, hanno potuto toccare con mano in che modo la propria vita, oltre a quella del Paese, è cambiata. Per molti quindi, il 25 dicembre altro non è che un ennesimo giorno di guerra.

Festeggiamenti al buio

Anche il freddo è un ulteriore motivo di grave preoccupazione. In Ucraina neve e ghiaccio a Natale rappresentano una costante, ma quest’anno il Paese è al buio e la maggioranza delle case non ha riscaldamenti adeguati. I raid degli ultimi mesi hanno preso di mira soprattutto le centrali elettriche e adesso la sfida per le autorità ucraine è riparare in fretta il più possibile. Entro Natale però era alquanto difficile arrivare a sistemare la maggior parte delle infrastrutture strategiche.

E così molte chiese stanno facendo i conti con veglie senza luce, con quartieri circostanti con i lampioni spenti e con gente che chiede coperte per potersi riparare dal gelo. Le varie parrocchie sono anche alla ricerca di generatori per illuminare almeno le chiese più importanti nelle grandi città. Oppure dare le varie attrezzature ai cittadini che ne hanno più bisogno. La mancanza di corrente, acqua e luce è forse l’emblema più importante del Natale ucraino.

Le preoccupazioni per i cattolici nei territori occupati

In vista del 25 dicembre lo sguardo di molti fedeli è anche ai cattolici residenti nelle province ucraine occupate attualmente dai russi. Qui la presenza cattolica è di gran lunga inferiore rispetto alle zone occidentali del Paese ed è ancora ben radicata la tradizione del Natale festeggiato il 7 gennaio. Chi vuole recarsi a messa nel giorno fissato dal calendario gregoriano ha gli stessi problemi dei fedeli residenti nell’ovest dell’Ucraina. La preoccupazione più che altro è data dai recenti arresti operati dalle autorità delle repubbliche separatiste e dall’esercito di Mosca.

A Berdyansk, non lontano da Mariupol, lo scorso 28 novembre due sacerdoti cattolici sono stati arrestati. Pochi giorni dopo a Melitopol, sempre nel sud est del Paese, un altro parroco della chiesa greco-cattolica è stato prima trattenuto e poi espulso dalla regione di Zaporizhzhia. La sua esperienza l’ha raccontata all’agenzia Sir. “Non ho subito violenze fisiche, non ho perso nemmeno un capello dalla mia testa. Ma è un miracolo grande di cui non so spiegarmi i motivi”, si legge nelle sue dichiarazioni.

L’episodio dimostra un certo nervosismo da parte russa e filorussa nei confronti dei rappresentanti delle chiese cattoliche ucraine. A pesare forse le dichiarazioni, rese a fine novembre, di Papa Francesco sulle violenze di cui sono accusati ceceni e buriati, minoranze interne alle forze russe impegnate in Ucraina. Frasi condannate dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e per le quali poi sono arrivate, come riportato dalla portavoce del dicastero Maria Zakharova, le scuse del Vaticano. Ad ogni modo, in vista del Natale non è poca la preoccupazione per possibili nuovi episodi riguardanti sacerdoti o fedeli cattolici nei territori occupati.

Un raggio di speranza in chiave futura

Un Natale passato al freddo e al buio, sotto le bombe e con lo spettro di allarmi aerei mentre si sta seguendo la tradizionale veglia. Un Natale inoltre senza quel contorno fatto di cene in famiglia, scambio di doni e di regali a cui anche in Ucraina si era ormai abituati. Tuttavia, proprio perché il primo durante una guerra, il Natale del 2022 nel Paese potrebbe essere quello più sentito degli ultimi anni. O almeno quello dove il significato religioso della festa prevale su tutti gli altri. Un momento quindi in cui rievocare la speranza e in cui trovare il conforto spirituale in vista di un futuro che, al momento, non sembra riservare sorprese positive. Comunque vada, il Natale ucraino sarà diverso. E rappresenterà, senza dubbio, una fase di riflessione capace di oltrepassare gli stessi confini ucraini.

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