La situazione nel nord della Siria sembra avvicinarsi alla sua fase più delicata. Gli assetti, con relativi nuovi equilibri, sembrano ricomporsi: da un lato la Russia che supporta Assad e che ha mediato con i curdi per far entrare l’esercito siriano nelle province settentrionali, dall’altro la Turchia che non vuol sapere di sedersi al tavolo con i curdi che però, visto l’ingresso dei siriani a Kobane e nella provincia di Al Hasakah, può accontentarsi di una piccola porzione della fascia di sicurezza originariamente progettata da Erogan. Infine gli Usa, con Trump che ha deciso di sgomberare il campo e provare una mediazione con Ankara. Fuori da ogni gioco l’Europa, oramai del tutto marginalizzata e che al massimo proverà a sedersi con Erdogan per capire quanto sborsare per non vedere riattivata la rotta balcanica. Ed è dunque in questo contesto che nei prossimi giorni si muoverà la nuova (ennesima) crisi siriana.

Russia garante del nuovo equilibrio

La guerra in Siria era un po’ scomparsa dal circuito mediatico. Le tensioni in Libia e la guerra a Tripoli, negli ultimi mesi avevano preso il sopravvento su tutti gli altri fatti inerenti il medio oriente. Sembrava quasi che in Siria il conflitto fosse ultimato, con i combattimenti finalmente terminati. In realtà, la guerra nel paese arabo negli ultimi mesi era entrata semplicemente in una fase di minore intensità che però, tra i meandri delle tele diplomatiche e dei rapporti tra le forze sul campo, nascondeva una vera e propria bomba ad orologeria. In parole povere, si aspettava soltanto che qualcuno smorzasse i fragili equilibri per rimescolare le carte. Quel qualcuno è stato Recep Tayyip Erdogan, il quale dopo una lunga fase di preparazione nei giorni scorsi ha rotto gli indugi avviando la nuova operazione militare anti curda in Siria. 

E Putin, dal canto suo, ha riattivato le proprie azioni diplomatiche sfruttando il peso di Mosca sullo scenario siriano. La Russia prima è riuscita a mettere d’accordo Bashar Al Assad con i curdi, con questi ultimi che alla fine hanno accettato l’ingresso delle truppe siriane nei territori da loro controllati. Nel frattempo però, dal Cremlino hanno continuato ad intrattenere importanti rapporti con Ankara. Nella giornata di mercoledì Putin ed Erdogan hanno avuto una nuova conversazione telefonica, in cui tra le altre cose si è stabilito per martedì 22 ottobre il nuovo incontro tra i due, con il presidente turco che volerà al Cremlino.

Partendo dal presupposto che in più di un’occasione Erdogan ha fatto sapere di non voler alcuna mediazione con i curdi, tanto da rendere difficile anche la missione di questo giovedì di Mike Pompeo e Mike Pence ad Ankara, la Russia con la Turchia si sta muovendo su due fronti. Da un lato, sta lavorando per evitare uno scontro diretto tra turchi e siriani, dall’altro vuole garantire i futuri equilibri nel paese arabo. Sul primo fronte è stato nello scorse ore il ministro degli esteri russo Lavrov ad evocare un trattato in vigore dal 1998, quello cioè di Adana. Firmato da Hafez Al Assad, padre dell’attuale presidente siriano, quell’accordo ha permesso la fine delle tensioni che 21 anni fa stavano portando ad uno scontro armato tra Damasco ed Ankara. Secondo Lavrov, il trattato di Adana potrebbe rappresentare la base di partenza per ristabilire tra Siria e Turchia una maggiore distensione. Peraltro, in quell’accordo è stabilito che le forze turche possono entrare in una fascia di 5 km del territorio siriano in caso di operazioni contro il Pkk.

Sulla seconda questione invece, a pesare è soprattutto la situazione nella provincia di Idlib. Con l’ingresso nei giorni scorsi di truppe siriane nelle aree controllate dalle Sdf, adesso questa provincia è realmente l’ultima rimasta fuori dall’orbita di Damasco. Ed Assad non vuole rinunciarci, anche perché al suo interno sono concentrate tutte le più importanti sigle jihadiste che in questi anni hanno costituito la base dell’opposizione. Per questo, da Mosca si starebbe lavorando ad uno scambio con Ankara: in cambio della sicurezza richiesta dalla Turchia sui curdi e del rientro in Siria di buona parte dei profughi che attualmente sono ospitati nel paese anatolico, Erdogan potrebbe disarmare le milizie presenti a Idlib. In tal modo, Ankara sarebbe rassicurata sul fronte curdo e la Siria riacquisterebbe la propria integrità territoriale.

Dove si continua a combattere

In tutto questo però, le armi nel nord della Siria stanno continuando a fare danni e vittime. Secondo la Turchia, dall’inizio dell’operazione “Primavera di Pace” sono stati uccisi più di 600 militanti curdi, che Ankara identifica come terroristi. Per l’Osservatorio siriano dei diritti umani, a causa dei combattimenti negli ultimi giorni si sono contate almeno 71 vittime tra i civili.

La zona degli scontri più aspri, sta riguardando quella lungo l’autostrada M4, l’arteria stradale che collega Manbji con Qamishli. Il confronto diretto è tra milizie curde e milizie filo turche: queste ultime stanno provando ad avanzare nel settore centrale del Rojava, con i curdi che però, supportati adesso dai siriani, in qualche occasione sono riusciti a respingere gli attacchi. Nei prossimi giorni i combattimenti dovrebbero concentrarsi proprio in questa zona, con l’autostrada M4 a costituire una nuova linea del fronte della guerra in Siria.

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