A Tripoli era sabato sera. Il 2020, con tutto il suo carico di ansie e preoccupazioni destinato a portare in seguito, era appena iniziato. Quella sera anche nella città affacciata sul Mediterraneo probabilmente si discuteva dell’omicidio del generale Qassem Soleimaini, avvenuto a Baghdad 24 ore prima. All’interno della caserma militare situata nel quartiere di al Hadhba, alla periferia di Tripoli, nessuno immaginava che quel 4 gennaio si sarebbe trasformato da lì a breve in una delle giornata più nefaste per la Libia. Che pure, di certo, alla morte e ai lutti è purtroppo abituata dopo quasi dieci anni di intensa e cruenta guerra.

Il raid contro l’accademia militare

Piccola premessa: da allora è passato un anno, ma dimenticare quella tragedia vorrebbe dire fare affogare ancor più nell’indifferenza il dolore della popolazione libica. Sì perché in quel sabato sera di inizio 2020 a tutti i libici la guerra è sembrata ancora più brutale e disumana. A morire a causa di un raid operato contro l’accademia militare di Al Hadhba sono state 26 reclute. Non erano miliziani, non erano mercenari, non erano membri di fazioni improvvisate. Dal 2011 in Libia forse tutti hanno almeno un’arma a casa e tutti hanno indossato almeno una volta la divisa. Quei ragazzi con la mimetica addosso però non erano armati, non stavano per assaltare alcun quartiere, non erano ancora nemmeno pronti per essere spediti in qualche trincea improvvisata. Erano giovani, tra questi anche forse qualche minorenne, radunati nel cortile dell’accademia. Stava finendo un turno oppure ci si allenava per prepararsi a qualche parata. Fatto sta che sulle teste dei ragazzi all’improvviso è piovuto un ordigno capace di troncare le loro giovani vite.

Tutto è successo poco dopo le 21:00. Le prime agenzie parlavano di una caserma dell’esercito fedele al premier Al Sarraj colpita a sud di Tripoli. Poi la correzione. Era un’accademia militare. E lì gli stessi tripolini hanno capito l’entità del dramma. In un’accademia ci vanno ragazzi giovani per apprendere. Un triste presagio di quanto poi realmente accertato: a morire sotto quel raid sono stati in 26, tutti giovanissimi. I corpi straziati giunti negli ospedali più vicini avevano ancora la divisa addosso. I medici che li hanno soccorsi non hanno potuto fare altro che annotare la loro prematura fine da innocenti senza armi addosso. Una tragedia che ha scosso la coscienza libica.

Perché bombardare quell’accademia?

Il giorno dopo sono uscite le immagini delle telecamere della struttura. Si vedono le giovani reclute al centro del cortile interno dell’edificio, proprio in quel punto con una precisione drammaticamente chirurgica arriva l’ordigno dal cielo che uccide e ferisce chi si trovava lì. Questa prima immagine è stata importante per appurare un primo significativo dettaglio: il bombardamento non è avvenuto per mezzo di un’aereo. La traiettoria esclude l’ipotesi di una bomba sganciata da un pilota di un caccia: “Troppa la precisione anche con la quale si è andati contro il bersaglio”, conferma inoltre una fonte militare a InsideOver. Due gli scenari dunque proponibili: l’attacco di un drone oppure un colpo di artiglieria pesante sparato dal fronte. E qui entra in gioco il contesto militare in cui si trovava Tripoli in quel momento. La capitale libica era nel pieno della battaglia iniziata dal generale Khalifa Haftar nell’aprile del 2019 per la presa della città. Poco distante dall’accademia colpita sorge il quartiere di Abu Salim. Si tratta di una zona strategica di Tripoli, sia perché al suo interno c’è il famoso carcere attivo già dai tempi di Gheddafi, sia perché gli isolati sono controllati da una delle più temibili milizie fedeli al governo: quella guidata da Abdul-Ghani Al-Kikli, detto Gnewa.

L’accademia era quindi un obiettivo militare posto in una zona strategica della capitale. Il fronte non era così lontano: fonti libiche in quei giorni hanno accertato che la distanza tra l’edificio colpito e le prime linee dove si scontravano le milizie pro governo e l’esercito di Haftar non era tale da escludere un colpo di artiglieria. Le immagini a circuito chiuso che hanno mostrato il momento dell’impatto hanno però fatto propendere per l’ipotesi di un missile sparato da un drone. Mezzo molto usato dalle parti durante la guerra a Tripoli. L’accademia è stata vista come un obiettivo militare oppure è stata scambiata per un edificio usato dalle milizie locali.

L’indagine della Bbc

Ad avallare l’ipotesi del drone è stata in estate un’inchiesta della Bbc. In un servizio pubblicato il 28 agosto scorso, il dito è stato puntato contro un aereo senza pilota in dotazione agli Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi sono stretti alleati di Haftar e al generale hanno fornito diversi droni fatti decollare dalla base di Al-Khadim, in Cirenaica. Elemento decisivo che ha portato alla conclusione dei report della Bbc, sarebbe stato l’insieme di frammenti raccolti dal cortile in cui è caduto il missile. In particolare, i resti dell’ordigno sarebbero compatibili con il missile denominato Blu Arrow 7, di fabbricazione cinese. Quest’ultimo poi a sua volta è utilizzabile solo su un tipo di drone, il Wing Loong II, anch’esso cinese. Seppur mai ufficiali, i rapporti tra le aviazioni di Pechino e Abu Dhabi sono note da tempo. Sul sito Janes.com, in un servizio di Christopher Biggers si parla della vendita di Wing Loong II agli emiratini confermata da alcune immagini satellitari della base di Qusahwirah, al confine con l’Oman. Dunque, è la ricostruzione della Bbc, ad operare è stato un aereo senza pilota degli Emirati a sostegno di Haftar. Con il raid si voleva colpire un obiettivo militare del quartiere di Abu Salim.

Così come riportato sempre dalla Bbc, il governo di Abu Dhabi ha sempre negato ogni coinvolgimento. Ma già nei giorni successivi alla strage, gli emiratini sostenevano che in realtà quanto accaduto è frutto degli scontri tra milizie locali. Da Bengasi, dove sorge il quartier generale di Haftar, più volte hanno fatto riferimento alla possibilità di un “false flag” operato apposta dalle milizie per accusare la controparte. Indagini sono state aperte sia dal governo di Tripoli che dalla missione Onu in Libia, tuttavia al momento non si è pervenuti in nessun caso ad una verità giudiziaria.

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