Nessun compromesso. Questo è l’ordine esplicito che arriva da Pechino e che il governo di Hong Kong dovrà seguire alla lettera per ristabilire l’ordine pubblico in una città devastata da sei mesi di scontri tra manifestanti pro democrazia e polizia. Un editoriale apparso sulla prima pagina del People’s Daily, giornale portavoce del Partito comunista cinese (Pcc), ha spiegato che “non c’è spazio per il compromesso con i manifestanti antigovernativi”. L’articolo prosegue usando parole ancora più dure: “Quello che ci troviamo di fronte oggi è una lotta tra la salvaguardia di ‘un Paese, due sistemi’ e la sua distruzione. Su questo tema che coinvolge la sovranità nazionale e il futuro di Hong Kong non esistono vie di mezzo né spazio per alcun compromesso”. La parola chiave è sovranità, e per capire quanto sta accadendo nell’ex colonia britannica e la Cina continentale bisogna entrare nell’ottica del Pcc, il quale considera i pochi chilometri quadrati che formano Hong Kong di sua proprietà.

Pechino tuona: “Ristabilire l’ordine”

Le proteste di Hong Kong, iniziate in seguito alla decisione del governo locale di approvare una controversa legge sull’estradizione, sono degenerate in una spirale di violenza difficilmente giustificabile. Il paradosso è che i manifestanti, inizialmente portatori di istanze legittime, sono caduti nella trappola imbastita da Pechino. Xi Jinping non ha (ancora) inviato carri armati o militari, ma è rimasto in silenzio, facendo sfogare i dimostranti. Giorno dopo giorno, la loro rabbia è cresciuta sempre di più e, senza alcun argine, i giovani attivisti pensavano di avere finalmente il coltello dalla parte del manico. Hanno distrutto negozi, attaccato edifici istituzionali, usato barricate. Hanno superato ogni limite, e questo è bastato alla Cina per additarli come criminali, sovversivi e riottosi. In altre parole, anziché sedersi a un tavolo per imbastire una trattativa con il Pcc, i dimostranti lo hanno rovesciando offrendo a Pechino il pretesto di usare la forza. E, giunti a questo punto, tutto può succedere.

Il rischio di un massacro

Gli occhi sono adesso puntati sulla PolyU, cioè sulla Polytechnic University di Kowloon, usata come roccaforte da centinaia di manifestanti. La polizia ha assediato l’edificio per ore: da una parte i dimostranti hanno scagliato contro gli agenti mattoni, molotov e frecce, dall’altra le forze dell’ordine hanno usato i gas lacrimogeni e sparato in aria colpi di armi da fuoco. Gli agenti hanno fatto un rapido blitz all’interno dell’università ma sono poi tornati nuovamente all’esterno intimando agli studenti di consegnarsi alla giustizia e uscendo pacificamente. Al momento il bollettino parla di 38 feriti, cinque dei quali in gravi condizioni, e decine di arresti. Se le autorità hongkonghesi prenderanno alla lettera i consigli provenienti da Pechino non è da escludere un massacro, se non uguale, molto simile a quello avvenuto in Piazza Tienanmen.

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