“Ci siamo trovati proiettati in un contesto surreale, il set di un film di guerra”. A parlare è Federico Meli, voce dei Giorni Anomali, il gruppo pop rock che Gli Occhi della Guerra ha seguito attraverso una zona d’ombra che si estende, all’insaputa della maggior parte degli occidentali, tra la Russia e l’Ucraina. Siamo nel Donbass, regione al centro della disputa Mosca-Kiev, dove da circa due anni si consuma una guerra che non ha risparmiato la popolazione civile.La visione che accoglie i musicisti al di là della frontiera è desolante. La pianura si estende a perdita d’occhio, interrotta solo dalle carcasse bruciate dei veicoli militari. Il corridoio di sacchi di sabbia e lamiere crivellate conduce ad uno slargo pieno di bossoli di armi automatiche. Poche macchine percorrono le strade deserte, mentre una nebbia improvvisa inghiotte la prospettiva. È quasi notte, veri padroni del territorio, i cani abbaiano alla luna..occhi_dona_ucraina_grazie-1La strada scorre diritta fino agli uffici della press-centre governativa “DoniPress” di Donetsk dove lo scorso 28 Maggio si è svolta la conferenza stampa di lancio di “Live in Donbass”. In Europa le informazioni che circolano su questo conflitto sono poche e per lo più unidirezionali e la presenza della band suscita curiosità e domande.“Grazie ad alcuni contatti personali, abbiamo deciso di attivarci in prima persona per dimostrare vicinanza ai cittadini colpiti dalla guerra e dall’indifferenza. Non vogliamo entrare nel merito del conflitto, ma semplicemente aiutare con la nostra musica”, ha spiegato Federico Meli prima di raggiungere il Chicago Music Hall.[Best_Wordpress_Gallery id=”195″ gal_title=”Giorni anomali”]Fuori il locale è già gremito. Bagno di folla, fotografie e autografi, per un attimo la guerra sembra lontana e lo scenario quello di un concerto come un altro, anche se la realtà è diversa: “Abbiamo suonato di fronte a centinaia di giovani venuti da tutto il Donbass, è stata un’emozione grandissima”, racconta Meli al termine dello show.Ma l’illusione di normalità si dissolve quando, in lontananza, inizia a brontolare cupa l’artiglieria: la guerra che torna a reclamare il suo palco. “I vetri hanno tremato tutta la notte”, racconta la band, a testimonianza della fragilità della tregua sul cessate il fuoco, firmata lo scorso Settembre a Minsk allo scopo di rilanciare un processo di pace mai iniziato.L’indomani il “Live in Donbass” si trasforma in qualcosa di più. È il momento di consegnare gli aiuti in sinergia con le associazioni internazionali “Save the Donbass People”, “Orizzonte Solidale” e “Coordinamento Solidale per il Donbass”. Vengono distribuiti alimenti, generi di prima necessità, farmaci, attrezzature mediche ed un ecografo donato dall’Associazione Lombardia-Russia. “L’ecografo è stato donato alla città di Stakanov, alla presenza del deputato Alioscina Svetlana Janovna e delle autorità cittadine – spiega Riccardo Aquilanti, bassista della band – l’apparecchio consentirà a tutti di sottoporsi agli esami gratuitamente”. Il dono, come ha ricordato la Alioscina, “alla luce dell’isolamento economico della regione del Donbass significa davvero molto per noi”.La giornata prosegue tra le babushke di Stakanov. In segno di gratitudine, il gruppetto di anziane della città, ha cucinato per la band crepes dolci e salate tipiche della tradizione russa. A dispetto delle apparenze, queste signore graziose e così ospitali sono le protagoniste di una storia incredibile. Sono state loro, con i loro corpi piegati dal tempo, a fronteggiare i blindati ucraini impedendogli di entrare in città. “Noi siamo state fortunate – raccontano le signore – a Mariupol ci furono oltre 20 morti e centinaia di feriti dopo che l’esercito ucraino ha aperto il fuoco contro i cittadini che tentavano di bloccarli”.Tra di loro ce n’è una che sorride più di tutte. È completamente sdentata. “I soldati dei battaglioni punitivi ucraini le hanno fatto saltare tutti i denti assestandogli un colpo con il calcio del kalashnikov”, racconta Federico. “Ci ha mostrato il passaporto ucraino foderato da una copertina con la bandiera della Repubblica popolare di Lugansk, non riesce nemmeno più a guardare il tridente simbolo dell’Ucraina senza che le torni in mente quel giorno terribile”. “Preferisco morire che tornare indietro”. Ha detto la donna congedandosi dalla band.Ma nella Repubblica di Lugansk non ci sono solo i racconti delle babushke di Stakanov. La capitale parla da sola. Parlano le espressioni impresse sui visi delle persone, gli edifici distrutti, le lapidi che ricordano le vittime dei bombardamenti e le corone di fiori freschi. “È stato terribile vedere quella catasta di banchi scolastici ammassati all’interno dell’edificio semi distrutto – ricorda Forlani dopo uno degli ultimi sopralluoghi nell’ex scuola media della capitale – stencil e mazzi di fiori ricordano gli alunni che hanno perso la vita”. Secondo le autorità separatiste, dal 2014 ad oggi, sono 101 i bambini vittime del conflitto.“Non perdonare, non dimenticare”. È una delle scritte che appaiono sui muri degli edifici sventrati. “Noi, di certo non dimenticheremo – promette la band – perché questa esperienza ci ha cambiato la vita”.

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