Guerra /

Un nuovo attacco terroristico ha scosso il Burkina Faso. Uomini armati hanno fatto irruzione nella Grande Moschea di Salmossi, situata in una città del nord del Paese, nella giornata di venerdì ed hanno ucciso almeno sedici persone, un bilancio destinato ad aggravarsi. L’attentato non è stato rivendicato ma pare probabile che possa essere opera di uno dei gruppi jihadisti attivi nel Paese. La regione del Sahel è colpita, con regolarità, dalla guerriglia di radicali islamici che hanno sfruttato, nel tempo, la porosità dei confini nazionali, la grande estensione territoriale e l’impreparazione delle forze di sicurezza locali per radicarsi sul territorio. Al Qaeda e lo Stato islamico hanno aperto, in questo modo, un nuovo fronte di guerra per cercare di espandere la propria influenza. Almeno 585 persone hanno perso la vita a causa di attentati terroristici, in Burkina Faso, dal 2015 ad oggi ed il nord della nazione sembra particolarmente vulnerabile. Il 4 ottobre venti persone erano state uccise, da uomini armati, in una miniera d’oro nella provincia di Soum.

Una minaccia crescente

Secondo le Nazioni Unite almeno 250mila cittadini del Burkina Faso sono stati costretti ad abbandonare le proprie case a causa delle violenze negli ultimi tre mesi e migliaia di scuole hanno dovuto chiudere a causa del clima di insicurezza. Il vicino Mali è l’epicentro dell’insurrezione delle milizie islamiste che, nel 2013, erano state molto vicine a prendere il potere ed a sconfiggere il governo centrale. Solamente l’intervento militare della Francia, ex potenza coloniale della regione che conserva vasti interessi strategici nell’area, con l’Operazione Serval aveva poi impedito il peggio. Le forze radicali si erano però ritirate nelle aree desertiche del nord del Mali e continuano a causare gravi problemi di instabilità.

La presenza di truppe straniere, in particolar modo francesi, in Burkina Faso è stata oggetto di una dimostrazione svoltasi nella capitale Ouagadogou. Mille persone hanno marciato, nella giornata di sabato, scandendo slogan contro il terrorismo e le violenze ma anche contro i contingenti militari attivi nel Sahel. Secondo i dimostranti la presenza di truppe straniere, tra cui ci sono anche americani e canadesi, non avrebbe indebolito ma rinforzato i gruppi terroristi e la lotta al jihadismo, secondo alcuni, sarebbe solo un pretesto per costruire nuove basi militari.

Le prospettive

L’instabilità che ha colpito il Burkina Faso negli ultimi anni ha tratto sostegno dal mutamento delle condizioni politiche del Paese. Nel 2014 il presidente Blaise Compaore, alla guida di un regime autoritario durato ventisette anni, era stato rimosso dal potere in seguito a forti proteste popolari. Il nuovo esecutivo di transizione, già nel 2015, aveva dovuto subire un tentativo di colpo di Stato da parte delle forze speciali fedeli all’ex presidente. Il golpe era fallito ma aveva provocato almeno quattordici morti e duecentocinquanta feriti. Due degli organizzatori del colpo di Stato sono stati recentemente condannati a dieci e venti anni di carcere per il ruolo ricoperto in quell’occasione.

La caduta del regime di Compaore, pur aprendo nuove prospettive democratiche per il Paese, ha comunque scoperchiato una sorta di Vaso di Pandora dentro il quale era nascosta l’insidia del terrorismo jihadista. L’antico dualismo tra la stabilità fornita dai regimi autoritari o l’instabilità delle democrazie nascenti, in particolare in Africa ed in Medio Oriente, ha così coinvolto anche il Burkina Faso. La nazione non può affrontare da sola il problema del radicalismo ed anche la G5 Sahel, un’organizzazione regionale che include anche Mali, Niger, Mauritania e Ciad ed ha lo scopo di lottare contro il terrorismo, sembra faticare in tal senso. La comunità internazionale, in particolare Francia e Stati Uniti, hanno provato a supplire alle carenze locali anche per difendere i propri interessi strategici nea regione. Le violenze, però, non si fermano e non è chiaro come e quando ciò potrà avvenire. L’approccio militare dovrà essere affiancato anche da interventi umanitari mirati e dalla costruzione di prospettive di crescita economica per la regione del Sahel, una delle più povere al mondo. L’esclusione sociale e l’impoverimento di molti, infatti, continuano a fornire carburante all’insurrezione jihadista ed a rinforzarla giorno dopo giorno.

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