Quella dell’Ucraina contro la Russia è una guerra su più dimensioni. C’è quella campale, che vede gli eserciti di Kiev e Mosca fronteggiarsi; c’è quella diplomatica, con il braccio di ferro tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin di fronte alla comunità internazionale; infine, c’è quella di intelligence, una partita sottobanco che si combatte anche fuori dai confini del Paese invaso. E se sul terreno il sostegno di intelligence di Stati come Stati Uniti e Regno Unito sta fornendo alle spie ucraine un appoggio palese e ben rodato, altrettanto interessante è la somma di operazioni asimmetriche condotte da Kiev direttamente al cuore dell’impero di Putin.

La guerra delle spie dell’Ucraina

Si tratta di una guerra diversa, senza regole, condotta autonomamente dai servizi segreti ucraini per fiaccare la fiducia del cerchio magico di Vladimir Putin e al tempo stesso mostrare all’Occidente la capacità di iniziativa autonoma di Kiev. Un “torneo delle ombre”, per citare il nome dato dai russi al Grande Gioco ottocentesco con l’Impero britannico, combattuto direttamente dentro i confini della Federazione Russa.

Si tratta di una guerra senza esclusione di colpi, che prosegue ormai da mesi. Per la precisione da fine aprile, due mesi dopo l’invasione russa. Mosca ha iniziato a rendersene conto quando un deposito di munizioni a Belgorod ha preso fuoco il 27 aprile, giorni dopo una massiccia esplosione in un impianto petrolifero e in un arsenale a Bryansk e in una base aerea a Ussuriysk, nell’Estremo Oriente russo, il 25 aprile. Senza che nessuno rivendicasse la responsabilità di queste mosse, l’offensiva ha però portato molti gruppi silenti a alzare la testa: il controspionaggio russo ha dichiarato di aver sventato un tentativo di assassinare il propagandista della TV russa Vladimir Solovyov ore dopo l’incendio di Bryansk mentre negli stessi giorni entravano in attività i cyber-partigiani bielorussi e la “Comunità dei ferrovieri bielorussi”, autrice di misteriosi sabotaggi, che hanno causato preoccupazione al presidente Lukashenko e alla stessa Russia.

Una guerra proseguita a agosto con la pagina – terribile e controversa – dell’attentato a Darya Dugina che aveva come bersaglio principale il padre Aleksandr Dugin, teorico dell’ideologia eurasiatista, e che ha avuto il suo punto di massimo clamore nel recente attacco al ponte di Kerch, simbolo di quella connessione tra la ri-annessa Crimea e il resto della Russia che Putin ha presentato come irreversibile e Kiev vuole contrastare sul campo.

Mikhail Podolyak, lo stratega del “torneo delle ombre”

Il fine di questa guerra? Alzare la posta portando il confronto sul fronte interno; mostare la vulnerabilità della Russia e del suo controspionaggio; goccia dopo goccia, erodere il consenso verso il conflitto nella cerchia più stretta di Putin. Al fianco di Zelensky, i registi principali di queste operazioni sono due. Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence militare ucraina (il Gur) e, soprattutto, Mikhail Podolyak, 50enne capo-consigliere politico di Zelensky, ex giornalista e esperto di questioni strategiche, che spesso ha velatamente spiegato o anticipato le manovre di questa strategia.

Nei giorni scorsi, ad esempio, Podolyak è entrato direttamente in campo nel ricordare che sul caso Dugina c’è stato un errore tragico e che la giovane donna uccisa nell’attentato estivo “non era nella lista” degli “obiettivi da colpire”, lasciando intendere comunque l’esistenza di una kill list dei servizi di Kiev. Ad agosto invece Podolyak aveva anticipato le manovre contro il ponte di Kerch definendolo un obiettivo primario e legittimo. E ora semina caos su caos nelle dichiarazioni politiche. L’8 ottobre poco dopo l’offensiva al ponte Podolyak ha segnalato che l’attacco al ponte sarebbe stato “solo l’inizio”.

In seguito, ha rilasciato enigmatiche dichiarazioni volte a inquinare il terreno nel quadro della lotta di potere al centro dell’impero del Cremlino, rubricando l’incidete a una partita interna russa nel quadro dell’assedio al Ministro della Difesa Sergej Shoigu, che avrebbe inscenato l’incidente per poter mettere all’angolo il servizio segreto interno, l’Fsb, sotto accusa da tempo per i limiti nel controspionaggio e per gli errori di valutazione pre-invasione.

Una guerra con risvolti politici

La manovra, secondo quanto riporta Davide Maria de Luca su Domani, è chiara: “Se Putin bombarda le città ucraine, gli ucraini colpiscono ogni settimana i nervi degli alti gerarchi putiniani. Sabato, poche ore dopo il tweet di Podolyak, i servizi di sicurezza ucraini hanno diffuso la voce di arresti di massa tra gli alti ranghi dei militari. La notizia è stata rapidamente smentita, ma non prima di essere ripresa da alcuni blogger militari vicini a Prigozin”, fondatore del gruppo Wagner, “e alla sua fazione”.

Quanto evidenziato da de Luca, che non manca di sottolineare l’autonomia del gioco ucraino rispetto alle dinamiche strategiche che gli alleati di Kiev, Washington in testa, vorrebbero alimentare, richiama agli osservatori più attenti una manovra di attacco politico parallelo alle operazioni sul campo ben noto agli occidentali per il precedente della guerra in Vietnam. I Vietcong e i militari del Vietnam del Nord erano soliti operare le manovre più spettacolari ed eclatanti in occasione dei cicli elettorali americani o degli appuntamenti più critici, capendo la necessità di usare la guerra in senso clausewitziano, come continuazione della politica con altri mezzi, per fiaccare il nemico nei suoi momenti di maggior tensione.

La mossa sul ponte lo testimonia. La chiusura dell’infrastruttura ferroviaria non è un disastro totale per il Cremlino, in quanto mantiene il ponte di terra verso la Crimea che si estende dal confine russo a Rostov fino alla penisola, quindi i rifornimenti possono essere facilmente inviati e le persone possono muoversi sopra di esso, ma il colpo contro un progetto di prestigio aggiunge un problema interno a una serie di battute d’arresto iniziate quando l’esercito ucraino ha lanciato la sua controffensiva di successo il mese scorso. E seguendo di poco le esplosioni del Nord Stream solleva la questione sulla capacità dell’Ucraina e dei suoi alleati di prendere di mira le principali infrastrutture russe. In quest’ottica si inserisce la manovra di guerra psicologica di Podolyak. Colpire e confondere: la natura asimmetrica delle offensive ucraine aumentano il disorientamento militare e, soprattutto politico, nei vertici di Mosca e i dubbi sul futuro della guerra.

Il ruolo dell’intelligence per Kiev

L’intelligence ucraina si conferma una macchina complessa e non totalmente plasmata a immagine e somiglianza degli alleati occidentali, che faticano a inseguire la stessa sete di protagonismo delle spie di Kiev.

I servizi di Kiev, sia l’intelligence militare che il controspionaggio intero (Sbu), sono una strana chimera: uniscono al retaggio sovietico, fondato sulla capacità di operare manovre di infiltrazione, human intelligence e raccolta dati sul campo, un elemento occidentale di signal intelligence fondata sulle tecnologie più innovative e una rodata esperienza sul campo in otto anni che li hanno trasformati in unità combattenti ben strutturate. E nell’istituzione ucraina più fedele al presidente Zelensky e ai compagni d’armi che formano il “triumvirato” di vertice della politica ucraina: assieme al capo dello Stato, esso comprende Podolyak e il capo dei consiglieri militari Oleksej Arestovych. E guida dal centro di Kiev un torneo delle ombre sotterraneo, impalpabile per gli stessi russi e snervante per la sua leadership. Avente l’ambizioso e complesso obiettivo di portare la guerra nel cuore stesso della Federazione Russa. Un gioco pericoloso ma che mostra quanto l’Ucraina sia distante dall’essere incapace di azioni proprie.

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