Con la ratifica da parte dell’Honduras, lo storico Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpmw) entrerà in vigore entro il tempo tecnico di 90 giorni. Ad annunciarlo, sabato scorso, le Nazioni Unite: il segretario generale Antonio Guterres ha elogiato i 50 stati e ha salutato “il lavoro strumentale” della società civile nel facilitare i negoziati e spingere per la ratifica. Guterres ha, inoltre, aggiunto che il trattato “rappresenta un impegno significativo verso la totale eliminazione delle armi nucleari, che rimane la massima priorità di disarmo delle Nazioni Unite”.

La campagna internazionale

La Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican), la coalizione vincitrice del Premio Nobel per la pace 2017 il cui lavoro ha contribuito a far avanzare il trattato, ha definito l’entrata in vigore una “pietra miliare storica”, esattamente 75 anni dopo la tragedia di Hiroshima e Nagasaki. Beatrice Fihn, direttore esecutivo della Campagna, ha teso immediatamente a sottolineare il grande valore di leadership che questi 50 paesi hanno dimostrato nella definizione di una nuova norma internazionale secondo cui le armi nucleari “non sono solo immorali ma illegali”.

L’Ican è nato in Australia ed è stato lanciato formalmente in Austria nell’aprile 2007. I fondatori del progetto sono stati ispirati dall’enorme successo della Campagna internazionale per vietare le mine, che un decennio prima aveva svolto un ruolo fondamentale nella negoziazione del divieto di mine antiuomo (Trattato di Ottawa). L’Ican è una coalizione composta da diverse centinaia di organizzazioni non governative, da gruppi di pace locali e federazioni globali che rappresentano milioni di persone. Un gruppo direttivo internazionale e un team coordinano le attività della campagna. La sede principale si trova a Ginevra, in Svizzera: molte personalità di spicco hanno dato il loro sostegno all’iniziativa, inclusi i premi Nobel Desmond Tutu e il Dalai Lama.

Il contenuto del Trattato

Il testo del trattato include una serie completa di divieti di partecipazione a qualsiasi attività legata alle armi nucleari. Questi includono l’impegno a non sviluppare, testare, produrre, acquisire, possedere, accumulare, utilizzare o minacciare di utilizzare armi nucleari. Il trattato proibisce anche lo spiegamento di armi nucleari sul territorio nazionale e la fornitura di assistenza a qualsiasi Stato nello svolgimento di attività vietate. Gli Stati parti saranno obbligati a prevenire e sopprimere qualsiasi attività vietata dal Tpnw intrapresa da persone sul territorio sotto la sua giurisdizione o controllo. Il trattato obbliga, inoltre, gli Stati parti a fornire un’adeguata assistenza alle persone colpite dall’uso o dalla sperimentazione di armi nucleari, nonché a adottare le misure necessarie e appropriate di bonifica ambientale nelle aree sotto la loro giurisdizione o controllo contaminate, a seguito di attività legate alla sperimentazione o uso di armi nucleari.

Il testo è stato adottato con un voto di 122 Stati a favore (con un voto contrario e un’astensione) alle Nazioni Unite il 7 luglio 2017 e aperto alla firma del Segretario generale delle Nazioni Unite il 20 settembre 2017. Era previsto entrasse in 90 giorni dopo il deposito del cinquantesimo strumento di ratifica, accettazione, approvazione o adesione.

Gli Usa chiedono il ritiro

Alla vigilia della cinquantesima ratifica, il governo degli Stati Uniti, alle prese con una tumultuosa campagna elettorale, ha lanciato un insolito monito ai Paesi che hanno ratificato il trattato. La lettera degli Stati Uniti ai firmatari, rimbalzata sull’Associated Press, afferma che le cinque potenze nucleari originali – Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia – e gli alleati della NATO  “sono uniti nella opposizione alle potenziali ripercussioni” della messa al bando. La ragione, alquanto pretestuosa, dell’amministrazione Trump è che il testo “riporta indietro l’orologio sul disarmo ed è pericoloso” per il Trattato di non proliferazione nucleare. I due percorsi, sebbene molto simili, in realtà sono due binari paralleli che trovano completezza uno nell’altro e che si rafforzano a vicenda.

L’atteggiamento degli Usa sta fortemente condizionando quello dei Paesi al di sotto del proprio ombrello nucleare, come nel caso del Giappone. Nonostante gli appelli dei sopravvissuti alla bomba atomica e degli attivisti antinucleare affinché il Giappone ratifichi il trattato, il governo giapponese e i legislatori del partito di opposizione hanno espresso sentimenti contrastanti sul patto, trovando estremamente difficile mantenere un equilibrio tra il modo in cui gestire l’ombrello nucleare e la sicurezza in Asia, compresa la situazione in Corea del Nord.

E adesso?

Sebbene il trattato non sarà in grado di richiedere legalmente agli stati nucleari di abolire i loro arsenali, è probabile che il suo rilancio stimoli la riduzione delle scorte. Sono in molti, però, a metterne in dubbio l’efficacia: esso non coinvolge nessuno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia e Stati Uniti – tutti membri del club nucleare. A questo si aggiunge che altri stati dotati di armi nucleari – India, Israele, Pakistan e Corea del Nord – non vi hanno aderito. Senza dimenticare il sopracitato caso del Giappone: unico Paese ad aver subito la devastazione dei bombardamenti atomici, ha deciso di non firmare il trattato in considerazione dei suoi legami di sicurezza con gli Stati Uniti.

I forum e le istituzioni che il Trattato creerà e le collaborazioni politiche che scatenerà non potevano arrivare in un momento più opportuno. Tutte le potenze nucleari del mondo stanno potenziando il proprio arsenale nucleare: nei mari della Cina meridionale e orientale e nello stretto di Taiwan, un incidente militare, un incidente o un errore di calcolo, potrebbero innescare una guerra. Lo stesso vale per il Mar Baltico e il Mar Nero, dove provocatorie esercitazioni militari statunitensi e russe – compresi i voli statunitensi di bombardieri B-52 con capacità nucleare – potrebbero scatenare una catastrofe. Alla luce di tutto questo diventa di potenziale grande importanza l’Articolo XII del trattato, che richiede ai governi che lo hanno ratificato di sollecitare le nazioni al di fuori del patto – inclusi il Giappone e gli Stati Uniti – a fare altrettanto.

Gli stati “nucleari” hanno progressivamente minato, ma non completamente distrutto, la legittimità del Trattato di non proliferazione, rifiutandosi di adempiere ai loro impegni previsti nell’articolo VI: sebbene il Tpnw di per sé non smantellerà l’intero arsenale nucleare mondiale, metterà però sulla difensiva coloro che ne restano fuori e ne minacciano l’uso. Sebbene non immediatamente efficace, la sfida più immediata del trattato è geopolitica: gettare scompiglio, sparigliare le carte nel club atomico; l’obiettivo della campagna internazionale è, infatti, ottenere la firma e la ratifica di uno o più stati sotto scudo protettivo oppure di uno stato “ombrello”.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.