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La messa in quarantena della maggior parte dei capi di Stato maggiore delle Forze Armate degli Stati Uniti, sulla scia della diagnosi di Covid19 del presidente Trump, fa temere che gli avversari degli Usa possano cercare di sfruttare questo momento di debolezza degli apparati governativi.

Nella fattispecie la quarantena è scattata per alcuni alti ufficiali militari a cominciare dall’ammiraglio comandante in seconda della Guardia Costiera che è risultato positivo alla malattia. Martedì si è saputo, infatti, che il vice comandante, ammiraglio Charles Ray, ha contratto il coronavirus dopo aver avvertito sintomi lievi durante il fine settimana passato.

Il risultato del test è arrivato dopo che l’ammiraglio Ray ha incontrato la maggior parte dei capi di Stato maggiore al Pentagono venerdì scorso.

Pertanto si è resa necessaria la messa in quarantena del generale, Mark Milley, capo di Stato maggiore congiunto, così come degli altri alti ufficiali dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, delle Forze Spaziali e della Guardia Nazionale. Anche il vicepresidente dello Stato maggiore, il generale John Hyten, era presente alle riunioni ed è in quarantena.

Anche il generale Paul Nakasone, comandante del U.S. Cyber Command e direttore della National Security Agency, ha incontrato Ray ed è finito in quarantena.

L’unico membro del Joint Chiefs of Staff che non si è incontrato con Ray era il generale David Berger, comandante del corpo dei Marines, che era in viaggio, ma il suo secondo, il generale Gary Thomas, che ha partecipato alla riunione, è stato messo in quarantena martedì e l’Usmc ha fatto sapere che Thomas mercoledì sera è risultato positivo al virus.

Il timore che ora serpeggia tra alcuni esperti, non è tanto di un’azione militare contro gli Stati Uniti, quanto il rilancio dell’attività di disinformazione che potrebbe minare la fiducia degli americani nelle istituzioni. Una sorta di guerra della disinformazione, o, per dirla utilizzando una parola russa mutuata dalla Guerra Fredda, la desinformatsiya.

Con questo termine si intende la diffusione di notizie false o tendenziose sia con trasmissioni radiotelevisive sia a mezzo stampa. La disinformazione può essere attuata ad hoc oppure sfruttando disertori o agenti che fanno il doppio gioco ed è una delle componenti delle cosiddette “misure attive” dell’intelligence.

Gli esperti hanno avvertito infatti avvertito, sin da quando Trump è risultato positivo al coronavirus la scorsa settimana, che è probabile che la disinformazione di attori avversari degli Stati Uniti diventi eccessiva e pervasiva.

Ora, con sei dei sette membri del Joint Chiefs of Staff costretti in casa, aumentano gli allarmi in merito alle possibili implicazioni per la sicurezza nazionale date dalla diffusione del coronavirus tra la leadership degli Stati Uniti.

Bisogna fare una precisazione: i vertici militari non sono inabili al lavoro. Dopo che martedì era stata diffusa la notizia della quarantena dei capi di Stato maggiore, il portavoce del Pentagono Jonathan Hoffman aveva ribadito che “non vi è alcun cambiamento nella prontezza operativa o nella capacità di effettuare operazioni delle Forze Armate statunitensi” aggiungendo che “i leader militari sono in grado di rimanere pienamente operativi e di svolgere i loro compiti da un luogo di lavoro alternativo”. Quanto accaduto, però, ha sollevato dubbi sul fatto che gli avversari degli Usa cercheranno comunque di trarre vantaggio dalla situazione.

A dirlo è un personaggio d’eccezione, già noto per le sue accuse alla Russia di aver influenzato le elezioni presidenziali del 2016: l’ex direttore della National Intelligence James Clapper. Secondo lui, infatti, proprio la Russia potrebbe trarre vantaggio dalla situazione per diffondere il caos negli Stati Uniti. “Questo è un momento ideale per l’intelligence di nazioni avversarie per cercare di trovare modi che ci distraggano e confondano”, ha detto Clapper, aggiungendo ironicamente che “possiamo scommettere in modo particolare che i nostri buoni amici russi stiano facendo questo” e avvisando anche del rischio che Mosca cercherà di “seminare altri semi della disinformazione”.

Barry Pavel, vicepresidente e direttore dello Scowcroft Center for Strategy and Security del Consiglio Atlantico, pur ricordando come non vi sia alcun tipo di problema nella catena di comando e controllo delle operazioni dello Stato maggiore, ha affermato che avversari come Russia e Cina potrebbero percepire erroneamente che gli Stati Uniti sono in qualche modo “distratti” o menomati e decidere di agire. Ad esempio, ha riferito di come la Cina potrebbe approfittarne per muoversi contro Taiwan o di come la Russia potrebbe cercare di estendere la sua sfera di influenza.

Pavel ha anche ricordato del pericolo offerto da quella che viene definita “guerra non cinetica” ovvero di tutte quelle operazioni a connotazione militare che vengono effettuate nel regno della sicurezza informatica, della capacità di influenza politica e della disinformazione.

L’analista ritiene infatti che una buona fetta delle divisioni, anche violente, che attanagliano l’opinione pubblica americana, venga provocata dall’azione russa attraverso campagne di disinformazione mediatiche che utilizzano anche i social e, più in generale, il web.

Per cercare di diminuire l’efficacia dei tentativi di disinformazione, che potrebbero far leva sulla possibile, ma non effettiva, incapacità dello Stato maggiore, il Pentagono, secondo Pavel, dovrebbe continuare a sottolineare il suo stato di prontezza e dimostrarlo intraprendendo azioni come pubblicizzare molto più su vasta scale esercitazioni pianificate in precedenza.

Il pericolo, al netto degli scenari più foschi e terribili dipinti da certi personaggi che hanno fatto parte dell’establishment dei Servizi statunitensi che notoriamente sono schierati contro la politica di Trump – e che quindi ne approfittano per attaccare l’esecutivo -, è comunque reale: Russia e Cina possono sfruttare questo momento per mettere in pratica alcune ben note tattiche di guerra ibrida che prevedono appunto l’utilizzo di ogni mezzo, anche civile, per sovvertire l’ordine e la stabilità di un avversario ancora prima di colpirlo con i mezzi militari convenzionali, quindi anche l’attività di disinformazione.

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