Le immagini mostrano una città mediorientale come tante, dove si organizzano partite di calcio, dove la gente ride nelle strade e i giovani vanno in università. Quella raccontata in queste immagini, però, non è una città qualsiasi. È Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli nel nord della Siria. Ed è qui che tra qualche settimana ci sarà una delle battaglie più importanti della guerra in Siria.

Molti hanno già lanciato l’allarme per i civili – dai tre ai cinque milioni – presenti nella provincia. Il loro numero è aumentato man mano che le truppe di Bashar al Assad guadagnavano terreno. I ribelli, la gran parte jihadisti, si arrendevano e si trasferivano al nord, portando con sé le famiglie e, in molti casi anche le donne e i bambini. Gli occhi del mondo sono puntati su questo fazzoletto di terra. L’avanzata governativa preoccupa e c’è già chi invoca il pericolo di una nuova Aleppo.

E in parte è così. A lungo si è parlato dei miliziani che controllavano la seconda città siriana come dei ribelli moderati, aperti e tutto sommato accettabili. Ma la realtà era un’altra. Aleppo, di fatto, era in mano ad Al Nusra, la branca siriana di Al Qaeda. Bastava ascoltare chi si trovava dall’altra parte della barricata per venire a conoscenza dei lanci di mortai e missili contro città e chiese. Bastava ascoltare, subito dopo la liberazione, chi aveva ancora voglia di parlare: “Sono stati quattro anni di orrore. Per esempio, ci facevano fare la fame. In questi anni non ho mai mangiato carne né frutta, quasi solo lenticchie e burghul (grano spezzato). Anche il pane scarseggiava. E intanto loro godevano di ogni ben di Dio e mangiavano tutto ciò che volevano. Avevano depositi pieni e si facevano beffe di noi”.

A Idlib ci sono certamente degli innocenti, come la piccola Maya che può camminare solamente grazie a delle piccole protesi realizzate con delle lattine da suo padre. Ma in questa provincia ci sono soprattutto i jihadisti, Al Qaeda in testa. E questo Damasco non lo può accettare. E nemmeno la Russia.

La vera Idlib

Ma per comprendere la vita all’interno della città basta guardare altre immagini. Quelle dell’università, per esempio: le donne sono tutte velate, dalla testa ai piedi. Libere di farlo, ovviamente. Però colpisce che tutte – nessuna esclusa – lo indossino. E il motivo è presto detto: Idlib, di fatto, è diventata una piccola Arabia Saudita in Siria dove vige la sharia, la legge islamica. Tutti i gruppi che si sono asserragliati qui, infatti, sono stati finanziati dai Paesi del Golfo per due motivi: abbattere Assad e instaurare un regime islamista nel Paese. Basta fare una camminata per le vie di Damasco per comprendere che l’aria che tira lì è diversa. Nella capitale siriana si può vedere di tutto, dalle donne velate a quelle in shorts. Perché, piaccia o meno, il governo di Damasco è laico. Certo, quella siriana è una repubblica islamica, almeno sulla carta, ma la realtà è un’altra cosa.

Ad Idlib, contrariamente a quanto viene spesso raccontato, vige un regime di terrore. Chi cerca un dialogo con le autorità di Damasco viene arrestato, a volte perfino ucciso. E se da un lato Germania e Stati Uniti sono preoccupati per una possibile escalation, dall’altra sembra che la Turchia non riesca a trovare alcun accordo con le fazioni ribelli lì asserragliate. La battaglia di Idlib potrebbe essere una delle più dure della guerra in Siria. Ma per saperlo si dovrà attendere il prossimo 7 settembre, quando si terrà un summit sulla Siria tra Russia, Turchia, Francia e Germania.

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