Da quasi un mese in Siria è iniziata la stagione della raccolta del grano, bene primario la cui scarsità già negli anni passati aveva scatenato proteste all’interno del Paese minando ulteriormente la stabilità del presidente Bashar al Assad. Il copione del 2019 sembra destinato a ripetersi anche in questo 2020, con l’aggravante dei danni economici derivanti dal coronavirus e da una ulteriore svalutazione della lira siriana.

La crisi economica

Come riportato da AgenziaNova, a inizio giugno la lira siriana era scambiata al mercato nero a meno di un terzo del suo valore reale sul dollaro (ossia 2.300 lire per un dollaro) rispetto al cambio ufficiale di 700 lire per un dollaro. La Siria quindi si trova ad affrontare una crisi economica particolarmente acuta dopo 9 anni di guerra e le prospettive per il futuro non sono delle migliori. Il 17 giugno infatti gli Stati Uniti dovrebbero introdurre il tanto temuto Caerar Act, che imporrà nuove sanzioni contro chiunque sostenga il governo siriano nella ricostruzione del Paese, primi fra tutti Russia e Cina.

Simili sanzioni, miranti a minare ulteriormente la stabilità di Assad, continueranno a danneggiare l’economia della Siria e le sue capacità di ripresa, rendendo quasi impossibile per Damasco voltare pagina e iniziare a costruire un nuovo Paese sulle macerie della guerra. Intanto, proprio a causa delle crisi economica, il presidente Assad deve fare i conti con nuove proteste contro il carovita e la progressiva riduzione del welfare, principalmente nel sud-ovest del Paese. Negli ultimi giorni gli abitanti della provincia di Suweida sono scesi in strada per dar voce al loro malcontento chiedendo per la prima volta la rimozione di Assad: fino ad oggi la maggioranza drusa che vive nell’area non si era mai espressa con tanta veemenza contro Damasco.

Nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi attuale, Assad ha deciso di rimuovere il primo ministro Imad Khamis dopo aver già sostituito nelle settimane precedenti il ministro del Commercio Atef al-Naddaf, il cui posto è stato preso dal governatore della provincia di Homs, Talal al-Barazi. Questi cambiamenti politici però avranno difficilmente gli esiti sperati considerando da una parte la gravità della crisi economica e dall’altra la portata delle misure che dovrebbero essere adottate per combattere mercato nero, monopoli e rincaro dei prezzi.

La crisi alimentare

A preoccupare Damasco però non è solo la crisi economica. Anche quest’anno la produzione di grano non è in grado di soddisfare la domanda interna: basta considerare che nel periodo pre-guerra la Siria produceva in media 4.1 milioni tonnellate di grano, mentre nel 2019 il Paese si è fermato a 2.2 milioni. Secondo i dati della FAO, la Siria rientra tra i dieci Paesi maggiormente colpiti dall’insicurezza alimentare nel 2019, con 6.5 milioni di persone ritrovatesi quasi senza cibo. Come riporta SyriaDirect, a influire negativamente sulla produzione di grano è stata anche la siccità che ha interessato principalmente le città di Hama, Hasakah, Raqqa, Aleppo e Deir e-Zor, che insieme costituiscono il 94% delle zone agricole siriane. Non bisogna poi dimenticare gli incendi dolosi che nel 2019 hanno interessato buona parte del nord del Paese e che anche quest’anno non sono mancati, seppure in misura minore rispetto al passato. La crisi del settore agricolo, che corrisponde al 26% del Pil siriano, ha interessato circa 6.7 milioni di persone costringendo molti a cercare fortuna nelle aree urbane o all’estero.

Ma la situazione attuale non è solo il risultato della guerra. Nel periodo pre-bellico Assad ha investito principalmente nel settore terziario e della finanza, trascurando invece quello agricolo – fortemente incentivato nel passato dai baathisti – e creando così le condizioni che hanno portato alla crisi attuale. Altro fattore che incide sulla mancanza di grano è la frammentazione del Paese. La maggior parte delle zone agricole si trova sotto il controllo dell’Amministrazione autonoma del Rojava, che sta comunque cercando di reperire altro grano sul mercato estero facendo così concorrenza alla stessa Damasco. Assad infatti ha dovuto chiedere aiuto ai suoi alleati per soddisfare la domanda interna, ma ad oggi i risultati non sono stati soddisfacenti. Se non dovesse riuscire a garantire grano e pane ai suoi cittadini, Assad rischia di dover affrontare nuove proteste in tutte le zone sotto il suo controllo.

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