Le strade di Herat sembrano normali: le macchine corrono per le vie, affiancate da motorini e biciclette. I marciapiedi sono interrotti da capannelli di uomini che, molto probabilmente, discutono su quale sarà il futuro di questo Paese martoriato da oltre quarant’anni di guerre. Tutto cominciò con l’invasione sovietica, seguita dal conflitto fratricida tra i mujaheddin, dall’avvento del mullah Omar e dei talebani, da un’altra invasione (questa volta americana) e, infine, dal ritorno degli studenti del Corano. Eserciti e armi sono passati, senza cambiare niente. O forse no.

L’Afghanistan di oggi, infatti, non è quello del 2001, come dimostrano le proteste che nei giorni scorsi si sono registrate a Jalalabad, Kunar e Khost. Qui, decine di persone sono scese in piazza per manifestare contro il ritorno dei talebani. Gli uomini del fu mullah Omar per un po’ hanno lasciato fare e, poi, spazientiti, hanno sparato sulla folla, provocando diversi morti. Prima del 2001, pensare che qualcuno potesse manifestare contro il potere talebano era impossibile. Ora non più.

Anche i seguaci del mullah Omar sembrano cambiati, ma solo in apparenza. Si dicono pronti ad un governo di larghe intese e chiedono agli Stati Uniti di mantenere aperta la propria ambasciata a Kabul. Dicono che le donne potranno andare a scuola (del resto questo era stato concesso già da alcuni decreti del mullah Omar del 2014) ma allo stesso tempo chiudono le classi miste ad Herat, secondo quanto ha riferito l’agenzia Khaama il 21 agosto scorso. I talebani affermano di voler essere clementi, ma allo stesso tempo iniziano le vendette contro chi, nel corso di questi anni, ha collaborato con le truppe occidentali e il governo nazionale. A Khost, per esempio, sono stati eliminati diversi uomini che, in passato, avevano servito nelle file dell’esercito afghano. Sono stati presi nella notte e portati via. Di loro non si è saputo nulla per giorni, fino a quando non sono riapparsi i loro cadaveri.

Ad Herat è iniziata la caccia all’uomo. I talebani, infatti, si stanno presentando nelle case dei “collaborazionisti” per eliminarli. “Da me sono venuti ieri”, ci racconta una fonte, “mia mamma mi ha informato per tempo e sono riuscito a nascondermi”. Così molte altre persone, che si trovano in rifugi di fortuna e non sanno dove andare: “Ci troviamo in pericolo“, scrive un’altra fonte, “se qualcuno ci vede, ci segnalerà ai talebani, che ci ammazzeranno perché tutti sanno che abbiamo collaborato con gli italiani”. Tutti sono costretti a un continuo nomadismo: “Non so più cosa fare. Sono con la mia famiglia e sto cercando di cambiare casa ogni giorno. Non so come uscire dall’Afghanistan ma so che ormai ho poco tempo”. E proprio dall’interno di Herat, dove fino all’8 giugno scorso era attiva la base italiana di Camp Arena, ci è arrivato un video: “Come vedete, le strade sono vuote e non possiamo vedere nessuno. Quando non c’erano i talebani c’erano molte persone in giro, oggi ce ne sono poche”. La persona che ha registrato il video entra in una sorta di rotonda e inquadra degli alberi: “Qui una volta c’era un grande luogo per famiglie”, ora non c’è più nulla. Ma soprattutto, prosegue l’uomo, “non ci sono donne in giro perché i talebani lo hanno vietato”.

Questo è il nuovo Afghanistan. O, forse, è semplicemente è tornato quello vecchio, in cui regnavano i talebani.

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