Quando ci chiama, Hussam è seduto sul letto e ci indica più volte gli occhi piccoli e a mezz’asta. Cerca di spiegarci che ha perso la vista anni fa, durante un combattimento contro i jihadisti di Al Nusra e dell’Esercito siriano libero nel nord della Siria, a Kessab.

“Ho perso una gamba e la mia mano sinistra ora è completamente paralizzata”, ci spiega. “Ho preso un proiettile nel petto”. Hussam, in pratica, è vivo per miracolo. La sua vita è cambiata molto, almeno nelle cose pratiche. Il suo carattere, invece, è rimasto uguale così come la sua assoluta fiducia in Bashar al Assad: “Noi siamo al fianco del presidente e saremo sempre con lui. Anche da feriti. La nostra sofferenza ci rafforza”.

Hussam apparteneva alla Guardia repubblicana, i corpi di élite dell’esercito siriano. È stato ferito una prima volta a sud, a Daraa, dove è cominciata la rivolta, nel 2012: “Un colpo mi ha portato via l’occhio sinistro, ma non mi sono fermato. Ho deciso di continuare a combattere”. 

Poi un anno dopo, un nuovo terribile colpo, a Daraya, un sobborgo di Damasco, e ad Harasta: “Era il 2013. Quell’anno mio fratello Bassam – anche lui faceva parte della Guardia repubblicana – è stato ucciso con un colpo alla testa da un cecchino”.

A Daraya si è registrato uno dei più tremendi massacri di questa guerra. Tra il 20 e il 25 agosto del 2012 tra le 400 e le 500 persone furono tremendamente massacrate, molte di queste subirono una vera e propria esecuzione. Chi le ha uccise? Secondo la comunità internazionale la colpa ricade sull’esercito siriano e sulle Shabiha, i “fantasmi”. Per Damasco, invece, a compiere l’eccidio sarebbe stato l’Esercito siriano libero. 

Ma il destino rovescia la vita di Hussam a Kessab. “Era il 16 giugno del 2014 e stavamo combattendo contro Al Nusra e l’Esercito siriano libero. Avevano fatto cose orribili: dopo aver conquistato tre villaggi avevano massacrato donne e bambini. Una vera e propria carneficina”.

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Non sappiamo a quali massacri si stia riferendo Hussam. La battaglia di Kessab è stata però tremenda. In un reportage del 2015 il Telegraph raccontava delle violenze che la popolazione armena ha dovuto subire. Ma è difficile far luce su questi fatti in maniera indipendente. 

“Io comandavo un gruppo di soldati e il mio soprannome era Maokly – prosegue Hussam – Per riprendere quella città abbiamo perso diversi soldati mentre altri sono rimasti feriti. Volevamo salvarli, riportare a casa i corpi dei martiri. Mentre stavo raccogliendo un cadavere, una mina è esplosa. Io ero con altri due ragazzi. Uno ha perso entrambe le gambe l’altro solamente quella sinistra”. 

Hussam salta per aria. Sono secondi interminabili. Forse decimi di secondo che durano come un’eternità: “Ho visto volare le mie scarpe assieme ad alcune parti dei miei arti inferiori”. Sembra tutto finito, ormai. “Sapevo di aver perso le mie gambe. Mentre cercavo la mia pistola, una seconda  mina è esplosa, portandomi via l’occhio destro”. 

Non c’è più nulla da fare. Se non correre contro il tempo per salvare Hussam: “Mi hanno portato in ospedale, ma mi avevano dato per morto. Mi hanno tenuto venti minuti nella camera mortuaria, fino a quando non è arrivato il dottore e ha visto che ero ancora vivo”.

Del comandante della Guardia repubblicana che combatteva a Kessab è rimasto poco. Hussam è ormai un tronco, ma non si arrende: “Dio mi ha tenuto in vita perché ho ancora un compito: visitare i miei amici feriti e tenerli su di morale, facendoli ridere. Loro stanno soffrendo molto più di me…”.

Per lui, la guerra in Siria può avere un unico esito: la vittoria dei governativi. “Finché vinciamo – ci dice – noi staremo bene. Abbiamo queste tre parole per confortarci: Dio, Siria, Bashar”.

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