Dopo aver subito il colpo Natanz, il suo cuore nucleare, l’Iran risponde a Israele con un annuncio che cambia le carte in tavola nel dossier atomico: Teheran ha iniziato l’arricchimento dell’uranio fino al 60% di purezza. Un livello mai raggiunto dalla Repubblica islamica, che punta a concludere i negoziati sul suo programma nucleare partendo da una posizione non più subalterna rispetto alle altre controparti. Ali Akbar Salehi ha annunciato alla televisione di stato che le centrifughe sono attualmente in grado di produrre 9 grammi un’ora: nei prossimi giorni potrebbe scendere a 5 grammi, ma il concetto è che l’Iran è capace di raggiungere qualsiasi livello di arricchimento desiderato.

L’Iran ha deciso di muoversi sul filo del rasoio. Le trattative con gli Stati Uniti proseguono, ma non sono per niente facili. La notizia dell’arricchimento al 60%, livello mai raggiunto dal Paese, non è certo un segnale di dialogo. Lo stesso presidente americano, Joe Biden, ha dovuto ammettere che il dialogo procede, ma le cose non vanno esattamente come previsto. “Siamo scontenti che stia arricchendo uranio al 60%”, ha detto il presidente Usa in conferenza stampa con il primo ministro giapponese Yoshihide Suga. Ed è un problema per un’amministrazione che, erede di quella di Barack Obama, sposa pienamente la linea di quell’accordo del 5+1 e vorrebbe cancellare il ritiro voluto da Donald Trump.

La guerra dei sabotaggi tra Iran e Israele

La tensione, in questo momento, non sembra destinata a diminuire. La decisione di portare l’arricchimento dell’uranio al 60% è una mossa particolarmente importante per l’Iran, che mostra di volere fare sul serio specialmente nei confronto di Israele, che da tempo sta cercando di sabotare in ogni modo la possibilità che Teheran si doti dell’atomica. Anche a costo di far saltare le trattative per il ritorno degli Stati Uniti nell’accordo siglato da Obama. L’incidente avvenuto nei giorni scorsi a Natanz è solo l’ultimo di una lunghissima scia di episodi misteriosi e non che ha coinvolto la Repubblica islamica e lo Stato ebraico. E il governo israeliano l’ha ribadito senza mezzi termini. Il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi, da Paphos (dove era per un vertice con Grecia, Cipro ed Emirati) ha ha lanciato un messaggio molto chiaro verso il mondo: Israele farà il possibile per evitare che Teheran abbia un arsenale atomico.

Il capo della diplomazia israeliana ha detto che il suo Paese è “determinato a difendere se stesso contro ogni tentativo di colpire la sua sovranità o i suoi cittadini e farà di tutto per impedire che questo regime radicale e antisemita acquisisca armi nucleari”. Parole durissime che si inseriscono in una quadro di profonda tensione regionale e in cui l’escalation tra Iran e Israele coinvolge non solo il cuore pulsante del programma nucleare e missilistico iraniano, ma anche le infrastrutture israeliane e il dominio marittimo, passando dagli attacchi dei commando a vere e proprie “battaglie cyber”.

I dubbi Usa sulle mosse israeliane

La questione riguarda da vicino anche gli Stati Uniti. La lettura delle mosse di Israele in questo momento può essere doppia. C’è chi ritiene che Israele stia operando come una sorta di “poliziotto cattivo” al posto degli Stati Unti, desiderosi invece di mostrarsi ben propensi a un accordo sul programma nucleare iraniano. Ma l’interpretazione di quanto avvenuto in queste ore tra Iran, Golfo Persico e Mar Rosso potrebbe anche essere totalmente diversa: gli Stati Uniti starebbero subendo, in questo momento, le mossa israeliane senza però poter fare una mossa contro i migliori alleati mediorientali. In questo senso, come riportato da Haaretz, “le parole e il linguaggio del corpo di Austin hanno fatto nascere il sospetto che Israele non avesse avvertito in anticipo gli Stati Uniti, provocando così un grave imbarazzo per un alto funzionario inviato dell’amministrazione Biden”. Il capo del Pentagono era, infatti, appena sbarcato a Gerusalemme quando Israele ha deciso di lanciare un attacco contro Natanz. E questa irritazione è ben presente anche nelle cancellerie di Francia, Germania e Regno Unito, che sperano che l’episodio nel cuore profondo del programma atomico iraniano non sia il preludio all’interruzione delle relazioni.

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