Gli attacchi con i droni, che hanno colpito gli impianti petroliferi sauditi nel mese di maggio, sarebbero partiti dal sud dell’Iraq, non dallo Yemen. Questa la conclusione cui sono giunti i funzionari statunitensi, che hanno puntato il dito contro le milizie sciite sostenute dall’Iran.
L’attacco in questione aveva colpito il suolo saudita il 14 maggio ed era stato rivendicato dagli Houthi, le milizie sciite che combattono nel conflitto yemenita e che si ritiene siano sostenute da Teheran. Tuttavia il colpo era sembrato sospetto, perché danneggiava un asset strategico per il regno, che rappresenta una via alternativa allo Stretto di Hormuz per l’esportazione di petrolio. Un’ancora di salvezza, dunque, nel caso in cui l’Iran decidesse di chiudere Hormuz in vista di un conflitto militare con gli Stati Uniti.

L’attacco contro le strutture petrolifere saudite è soltanto uno dei tanti incidenti che stanno infiammando il Golfo, accrescendo la tensione tra Stati Uniti e Iran. Già in occasione dell’attacco del 14 maggio, il Ministero della Difesa saudita aveva accusato apertamente l’Iran di celarsi dietro l’accaduto, utilizzando le sue “milizie come uno strumento per sviluppare la sua agenda espansionistica”.

In seguito a indagini, i funzionari americani hanno espresso perplessità sulla natura degli attacchi, affermando che sarebbero risultati “più sofisticati dei precedenti lanciati dagli Houthi”. I veri responsabili dell’attacco – secondo Washington – non sarebbero dunque le milizie yemenite, ma quelle irachene sostenute dall’Iran. In particolare, l'”Unità di mobilitazione popolare”, un’organizzazione para-statale finanziata e addestrata da Teheran che, lo scorso anno, era stata formalmente inclusa all’interno delle forze di sicurezza dell’Iraq.

Le accuse di un attacco contro l’Arabia Saudita partito dal territorio iracheno sono state immediatamente smentite dal primo ministro dell’Iraq, Adel Abdul Mahdi, che ha negato fermamente la possibilità che i droni potessero provenire dal suo Paese. Secondo il premier e l‘intelligence irachena, non ci sarebbe stato “alcun movimento di questo tipo quel giorno”.

Le rassicurazioni di Mahdi però non hanno soddisfatto gli Stati Uniti e il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha chiesto al primo ministro iracheno di assicurarsi che il Paese mediorientale non venga utilizzato come teatro degli attacchi contro le forze americane. Da tempo, Washington sospetta che Teheran si stia preparando per sferrare un attacco contro le forze americane in Medio Oriente. Ragion per cui gli Stati Uniti stanno intensificando la loro presenza militare all’interno delle aree strategiche della regione.

L’escalation in corso tra Washington e Teheran potrebbe trasformare l’Iraq nel teatro di una guerra per procura. Baghdad è un importante alleato regionale di entrambi i Paesi. Già al centro degli interessi internazionali per la posizione strategica e le sue risorse energetiche, a partire dal 2003 – anno della caduta del governo dell’ex presidente iracheno, Saddam Hussein – è diventato il teatro di una corsa tra Usa e Iran, che si è consolidata con la necessità di combattere lo Stato islamico prima e con quella di stabilizzare e ricostruire la nazione poi.

Stretto tra due fuochi, il governo iracheno cerca di mantenere relazioni salde con entrambi, evitando di trovarsi al centro di uno scontro tra Iran e Stati Uniti. Tuttavia, Washington teme che proprio la presenza in territorio iracheno di milizie sciite sostenute da Teheran possa rivelarsi un’arma nelle mani della Repubblica islamica per colpire gli Stati Uniti.

Secondo Washington, queste milizie sarebbero già responsabili di aver attaccato gli interessi americani nel Paese mediorientale. Lo scorso maggio, un missile era stato sparato contro il compound dell’ambasciata americana a Baghdad. Circa un mese più tardi, alcuni razzi erano stati lanciati anche contro le basi militari di Balad e Taji, a nord di Baghdad, che ospitano consulenti americani e della coalizione internazionale.

In ogni caso, durante la sua visita in Iraq avvenuta il mese scorso, il segretario di Stato americano ha già avvertito Baghdad: “Se verranno attaccati all’interno del territorio iracheno”, ha detto Pompeo, “gli Stati Uniti agiranno per difendersi, senza coordinarsi con il governo iracheno”.

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