Guerra /

Il 16 dicembre scorso un gruppo di leader religiosi ha presieduto l’inaugurazione dei lavori di ricostruzione della grande moschea di Al Nuri di Mosul, in Iraq, luogo simbolo dei jihadisti quando la città era sotto scacco dei terroristi dello Stato islamico. La cerimonia si è tenuta davanti a numerose istituzioni civili e religiose, a testimonianza della volontà di una imminente rinascita dopo l’oscurità portata dall’occupazione delle bandiere nere.

“Oggi con la posa della prima pietra iniziamo un viaggio di ricostruzione fisica”, ha dichiarato la direttrice dell’ufficio iracheno all’Unesco Louise Haxthausen, presente all’inaugurazione. Al suo fianco, oltre ai rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione europea, c’era anche Abdul Latif al-Humayim, leader del movimento sunnita Muslim Endowment.

Per completare i lavori serviranno almeno cinque anni. Il primo anno sarà dedicato al ripristino dell’area in cui sorge la struttura. Mentre i successivi quattro saranno quelli della ricostruzione vera e propria. Dal minareto, alla sala di preghiera, fino ad arrivare agli edifici adiacenti. Ma non solo, il progetto – finanziato anche con cinquanta milioni di dollari dagli Emirati Arabi Uniti – prevede il ripristino degli spazi esterni e dei giardini che facevano parte del complesso. Inoltre sarà aggiunto un memoriale e un museo. Per non dimenticare. E per far si che odio e distruzione non tornino mai più.

La moschea, che risale al XII secolo, era diventata tristemente famosa perché il 29 giugno 2014 il leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi ci aveva proclamato il Califfato. Il 22 giugno dello scorso anno il gruppo jihadista, accerchiato dall’avanzata delle truppe irachene, l’ha fatta esplodere, distruggendo con cariche esplosive anche il minareto.

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