L’Iraq torna a sviluppare dopo 14 anni il proprio programma missilistico e l’annuncio ufficiale del buon esisto dei primi esperimenti è arrivato ad una settimana esatta dalla liberazione di Mosul; il paese mesopotamico, messo alle strette dalla guerra al califfato, dalle velleità indipendentistiche curde e dal pericolo di una nuova esplosione delle violenze settarie specie dopo i recenti episodi nella provincia di Ninive, negli ultimi anni però ha anche cercato di sviluppare una politica maggiormente autonoma sia in campo estero che sul lato militare che non può non passare anche dal ripristino di programmi e progetti sospesi dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003. Lo sviluppo di propri missili ha sempre avuto, nelle agende dei governi iracheni, un posto di grande rilievo a partire dai primi anni del Partito Baath il quale, anche prima dell’arrivo dell’ex rais giustiziato a fine 2006, ha acquistato una grande quantità di missili SCUD di fabbricazione sovietica.

Il primo programma missilistico iracheno

Bisogna risalire alla prima metà degli anni 80 per accertare l’esistenza di un piano di Baghdad volto a sviluppare, partendo dalla base degli SCUD sovietici, propri missili e propri ordigni balistici da realizzare con il mero apporto dell’ingegneria militare irachena; Massimo Annati e Tullio Scovazzi, nel loro libro ‘Diritto Internazionale e Bombardamenti Aerei’, affermano che il primo attacco missilistico compiuto dal governo di Saddam Hussein porta la data del 27 ottobre 1982 quando il paese era in guerra contro l’Iran e, in quella occasione, i vertici iracheni hanno intuito la necessità di realizzare missili balistici volti a coprire un raggio molto ampio che doveva andare ben oltre quello garantito dai mezzi in dotazione anche perché, tra le altre cose, le armi che Siria e Libia avevano venduto all’Iran erano molto più potenti ed aggiornate. Per tal motivo, l’Iraq già prima del 1985 ha varato il proprio programma missilistico.

Lo sviluppo dei missili iracheni ha avuto in primo luogo l’obiettivo di aggiornare gli SCUD e di creare proprie versioni coniugando, per via della guerra allora in corso, una maggiore efficienza con la vitale necessità di arrivare in tempi brevi alla fabbricazione delle nuove armi; il prodotto più famoso di quel programma, è stato senza dubbio il missile ‘Al – Hussein’, capace di coprire un raggio di 650 km e questo ha permesso a Baghdad di avere sotto tiro sia l’entroterra iraniano che il territorio israeliano. Il missile Al Hussein è stato testato per la prima volta nel 1987, ad un anno dalla fine del conflitto con Teheran; ecco perché, di fatto, la notorietà di tale arma è arrivata soltanto durante la prima guerra del golfo del 1991. Quando dopo l’invasione del Kuwait sull’Iraq iniziavano a spirare venti di guerra, Baghdad ha più volte cercato di usare l’Al Hussein come arma deterrente e di minaccia prima ancora che come missile da impiegare nel campo di battaglia.

Una volta scoppiato il conflitto però, l’Iraq ha utilizzato il ‘suo’ missile complessivamente per 98 volte contro obiettivi stranieri: dalla base di lancio di Taij, quest’arma irachena è stata scagliata per 46 volte contro l’Arabia Saudita e 42 contro Israele; nella grande maggioranza dei casi, i patriot americani e la contraerea dello stato ebraico hanno neutralizzato gli Al Hussein, pur tuttavia in alcune occasioni il bersaglio è stato centrato come, tra tutte, presso la base statunitense di Dhahran (in territorio saudita) dove il 25 febbraio 1991 l’esplosione causata dai missili ha provocato la morte di 28 soldati USA e la distruzione di gran parte delle caserme. Durante la prima guerra del golfo, l’Al Hussein è stato sì temuto ma al tempo stesso anche criticato per la poca precisione e per un sistema di guida considerato rudimentale già per la tecnologia di allora; la propaganda americana infatti, nel presentare quel conflitto, ha spesso fatto riferimento alla differenza tra le cosiddette ‘bombe intelligenti’ di fabbricazione USA e gli SCUD aggiornati iracheni, come fatto presente da Enrico De Angelis nel libro ‘Guerra e Mass Media‘.

La necessità di un nuovo piano di sviluppo missilistico

Gli Al Hussein sono in gran parte stati utilizzati o distrutti durante la guerra del 1991: il governo iracheno, a fine conflitto, ha ufficialmente dichiarato l’esistenza di appena 61 modelli i quali nel mese di luglio di quell’anno sono stati smantellati sotto la supervisione dell’ONU. L’embargo e l’isolamento internazionale, hanno limitato ma non del tutto eliminato il piano missilistico voluto da Saddam Hussein: negli anni 90 infatti, l’Iraq si è dotato di altri modelli quali l’Al-Samoud 2 e l’Ababil-100 che però, oltre a non essere mai entrati pienamente in funzione prima del nuovo conflitto del 2003, erano a corto raggio. Con la deposizione di Saddam Hussein ad opera degli USA, Baghdad non ha più avuto modo di riproporre un nuovo piano in grado di far dotare il paese di missili di propria produzione.

Ma adesso la situazione è cambiata: da un lato, l’Iraq guidato dai governi sciiti ha intrapreso da circa un decennio un percorso volto gradualmente ad affrancarsi dagli USA ed a strizzare maggiormente l’occhio all’Iran con la volontà di tornare ad avere una più autonoma politica estera, dall’altro il paese è stato scosso dal terrorismo e dal dilagare dell’ISIS nell’estate del 2014 ed è soprattutto quest’ultimo elemento che ha palesato la necessità di dotarsi di armi più pesanti in grado di difendere i confini ed il territorio. La riattivazione del programma missilistico non è stata però semplice, sia per la crisi economica che per le difficoltà dovute agli scontri interetnici i quali hanno influito e non poco nelle politiche militari e nella vita stessa dell’esercito; pur tuttavia, a distanza di quattordici anni dalla sua sospensione, l’Iraq è stato in grado nelle scorse ore di presentare i nuovi missili progettati nel programma.

Il missile ‘Al-Yaqeen 1’ testato con successo

A capo del nuovo programma missilistico è stato posto il direttore delle Industrie Generali Militari irachene, Sadiq al-Tamimi; è stato proprio lui ad esprimere soddisfazione per l’ottima riuscita del test del primo missile iracheno post Saddam Hussein denominato ‘Al-Yaqeen 1’: “Tutto è andato per il meglio – ha dichiarato ai microfoni della tv iraniana in lingua inglese ‘PressTv’ – L’intero apparato iracheno è soddisfatto per la riuscita del test”. Non è un caso che sia stato uno dei più importanti canali di comunicazione iraniano a dar notizia dell’esperimento missilistico visto che, dietro all’investimento per il ripristino del programma di sviluppo iracheno, potrebbe esserci proprio l’Iran il quale ha certamente interesse a dar manforte ad un governo sciita alleato anche al fine di allontanare la minaccia dell’ISIS dalla Mesopotamia. Il missile Al Yaqeen è comunque a corto raggio avendo, come ha specificato lo stesso al-Tamimi, una copertura di 15 km ed una portata di 350 kg di esplosivo; si è quindi ben lontani dalle potenzialità dell’Al Hussein, pur tuttavia la riuscita del test ha un importante valore simbolico data la riattivazione tra mille problematiche di un ambizioso programma di produzione missilistica.

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