Doveva essere una guerra lampo quella irachena, una mera operazione militare di poche settimane volta a togliere un regime accusato di voler costruire delle armi di distruzione di massa e messo nella lista degli ‘Stati canaglia’: quelle accuse, poi infondate, erano del febbraio del 2003 e quella guerra voluta fortemente da Bush junior iniziava il 21 marzo di quell’anno; da allora, sono passati 14 anni e l’Iraq è ancora in guerra, così come gli effetti devastanti del conflitto fanno ancora avvertire il proprio peso nell’intera regione e soprattutto tra la popolazione civile. Mosul la scorsa domenica è stata liberata dall’Isis, ma guardando il cumulo di macerie e la distruzione di una città grande quanto Milano e custode di una civiltà che affonda le radici nella cultura dell’antica Ninive non si può non pensare, per l’appunto, a quel concetto di “guerra lampo” affermato 14 anni fa ed ai danni irreparabili sia fisici che sociali procurati ad un paese che invece ancora oggi convive con il conflitto. 

Cartina Iraq

La guerra al califfato non è terminata

Di acqua sotto ai ponti da quei mesi del 2003 ne è passata parecchia e mai questa metafora può essere tanto vicina al suo senso letterale come in Iraq, visto che questo paese è identificato con la pianura della Mesopotamia il cui nome indica in greco la ‘Terra tra due fiumi’ (Meso – Potamos); da allora, si è passati dall’occupazione americana alle prime tensioni dovute allo scioglimento dell’esercito e degli apparati di Saddam, per finire poi alla guerra civile esplosa nel 2007 fino alla proliferazione della propaganda jihadista che ha portato al sorgere dello Stato Islamico. In poche parole, la guerra lampo dopo 14 anni non è terminata portando con sé, battaglia dopo battaglia, nuove lacerazioni in seno al paese asiatico; molti iracheni, alla notizia della liberazione di Mosul, sono scesi in strada festeggiando la vittoria sull’Isis in quella che dal 2014 era la capitale del sedicente califfato proclamato da Al Baghdadi, ma la guerra purtroppo ancora non è terminata.

 

Lo Stato Islamico non occupa più il 35% del territorio iracheno come nel periodo di sua massima espansione, pur tuttavia liberare l’ultima porzione stimata intorno al 7% ancora fuori dal controllo di Baghdad non sarà semplice: dopo la caduta di Mosul, ci sarà da combattere su ben tre fronti; il primo è all’interno della provincia di Ninive, presso la zona di Tal Afar, lì dove le milizie sciite nei mesi scorsi hanno provveduto ad accerchiare Mosul da ovest coordinandosi con l’esercito regolare che invece avanzava da est; il secondo invece è nella zona di Kirkuk, dove si è formata una vera e propria sacca isolata del califfato la quale rappresenta una spina nel fianco essendo molto minacciosa tanto per l’autostrada che collega Baghdad con Mosul, quanto per la stessa Kirkuk già attaccata da un commando di miliziani nel mese di ottobre; infine, c’è il fronte più delicato costituito dai confini tra la provincia dell’Al Anbar e quella siriana di Deir Ez Zour.

La questione legata ai confini siriani

In questi mesi in cui l’attenzione mediatica è stata proiettata, per quanto riguarda il contesto iracheno, alla battaglia di Mosul, è stata trascurato invece quanto accadeva nelle zone desertiche delle province di Ninive e dell’Al Anbar; in questi territori infatti ha operato la milizia sciita la quale, nel giro di pochi mesi, ha chiuso in una sacca i miliziani presenti a Tal Afar ma, soprattutto, è arrivata dritta fino ai confini siriani. Ma quest’ultimo aspetto rischia di surriscaldare ulteriormente il conflitto: le milizie sciite, gran parte legate a Teheran ed alleate degli Hezbollah e del governo siriano, se riescono a liberare per intero il confine tra Iraq e Siria creerebbero quel ‘corridoio sciita’ capace di unire per via terrestre Teheran, Baghdad e Damasco. Questa eventualità è fortemente osteggiata dai sauditi e da Tel Aviv, il cui governo teme di ritrovarsi con veri e propri “hub” di Hezbollah vicino i propri confini; gli Usa, presenti nella località di confine siriana di Al Tanf assieme ad inglesi e giordani, starebbero cercando di dissuadere Baghdad dall’utilizzare le milizie sciite per riprendere il resto del territorio desertico in mano al califfato.

 

Per continuare la sfida all’Isis quindi, alle prese nel frattempo con la ricerca del successore di Al Baghdadi, si potrebbe arrivare ad un vero e proprio braccio di ferro politico: da un lato, le milizie sciite che avanzano lungo il confine con la possibilità di incontrarsi quanto prima con l’esercito siriano e ricucire la frattura tra Damasco e Baghdad, dall’altro la coalizione occidentale che ha come primario obiettivo quello di liberare prima le sacche di Tal Afar e Kirkuk in modo da evitare un repentino avanzamento delle forze sciite verso la Siria. Già lo scorso 29 maggio, quando per la prima volta le milizie arrivarono presso il confine nella zona di Baaj, da Washington sono arrivati segnali volti a frenare l’avanzata e, proprio nei giorni seguenti, le forze USA assieme agli alleati hanno bombardato obiettivi siriani e sciiti al di là del confine meridionale di Al Tanf; adesso che la battaglia di Mosul è terminata, sarà necessario osservare quelle che saranno le evoluzioni sui tre fronti rimasti per la liberazione dal califfato e, in special modo, su quello inerente la guerra a ridosso del confine siriano.

Unità nazionale e sicurezza: le prossime sfide dell’Iraq

Oramai tutte le principali città irachene sono in mano governativa: Tikrit è stata ripresa nel 2015, Ramadi e Falluja nella prima parte del 2016, nei giorni scorsi è toccato per l’appunto a Mosul; adesso per il paese, oltre alle zone ancora da recuperare, occorre pensare anche alle modalità con cui mettere fine agli oltre 14 anni di violenze. La prima esigenza è quella di ritrovare l’unità nazionale: paese a maggioranza sciita ma retto per 25 anni dal sunnita Saddam Hussein, con la fine del regime Baathista il potere è passato alla comunità religiosa più numerosa causando attriti prima e vera e propria guerra civile poi; a nord, i curdi minacciano da alcuni anni di virare verso l’indipendenza anche se la crisi economica ed il bilancio dissanguato dalla lotta all’Isis compiuta dal 2014 al 2016 minano dalle fondamenta tale progetto. In poche parole, le tre principali componenti etniche/religiose dell’Iraq devono ritrovare la via di un reciproco confronto sotto la stessa bandiera per evitare il fallimento dello Stato e nuove violenze.

Quando non ci sarà più il nemico comune costituito dalla presenza del califfato, questo proposito sarà difficile da attuare pur tuttavia per sopravvivere al potere la leadership irachena dovrà confrontarsi con una popolazione che chiede a gran voce il ripristino delle normali condizioni di sicurezza; gli attentati a Baghdad ed in altre zone del paese non sono diminuiti d’intensità e questo, unito alla crisi economica dovuta al conflitto prolungato negli anni, sta esasperando la popolazione e la stessa maggioranza sciita la quale, nei mesi scorsi, si è dimostrata scettica circa la reale capacità del governo di garantire la stabilità. Il tema della sicurezza quindi, potrebbe essere il nuovo collante tra le tre comunità che compongono l’Iraq ed il confronto su questa problematica potrebbe far sperare, una volta terminati i combattimenti, in un percorso di pacificazione che sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate manca oramai da decenni.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.