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La recente notizia che cacciabombardieri F-35I di Israele hanno colpito obiettivi iraniani su suolo iracheno apre nuovi possibili scenari nel conflitto asimmetrico che sta opponendo Israele all’Iran. In particolare ci si chiede quale sia il ruolo di Baghdad in questa guerra non dichiarata proprio per il comportamento quantomeno ambiguo che sta tenendo davanti ai recenti fatti di cronaca.

Il silenzio dell’Iraq sui raid di Israele

Come vi abbiamo già raccontato, nel corso del mese di luglio gli Adir con la stella di Davide hanno colpito per ben due volte – il 19 luglio e la settimana scorsa – due basi occupate dalle milizie sciite fedeli a Teheran: ad Amirli nel governatorato di Saladin (a nord della capitale) e la base conosciuta come Camp Ashraf, non molto lontano dal confine con l’Iran e già utilizzata dai Mujahedin del Popolo filoiraniani.

Entrambi gli attacchi, non confermati né negati da Israele, sono passati sotto silenzio da parte della autorità irachene, che ad oggi non hanno condannato l’accaduto. La posizione di Baghdad pertanto resta più che ambigua: se da un lato il primo ministro Adel Abdul-Mahdi ha garantito che l’Iraq non sarà usato come piattaforma per attaccare l’Iran, dall’altro l’ambasciatore iracheno a Washington, Fareed Yasseen, ha sostenuto, in modo alquanto sibillino, che “ci sono ragioni oggettive che richiedono una normalizzazione delle relazioni con Israele”.

Un Paese a sovranità limitata diviso tra sunniti e sciiti

L’Iraq di oggi non è un Paese sovrano. La presenza americana è ancora forte e Washington preme sul Governo con tutti gli strumenti possibili della diplomazia affinché Baghdad razionalizzi la presenza delle varie milizie presenti sul suo territorio (sciite e curde) che, secondo la linea americana, vanno ricondotte sotto controllo del governo centrale, se necessario anche disarmandole con la forza: azione che sarà praticamente impossibile da portare a termine soprattutto per quanto riguarda le milizie sciite che resteranno sempre fedeli a Teheran.

Gli Stati Uniti hanno anche il controllo parziale dello spazio aereo iracheno, e pertanto “non si muove foglia” che Washington non voglia in quei cieli, fattore da tenere ben presente per le considerazioni finali sul raid israeliano e per quanto riguarda la “visita” degli F-35 di Tel Aviv sull’Iran che ha causato la cacciata, all’inizio di luglio, del capo dell’Aeronautica Militare di Teheran, il generale Farzad Ismail che ne era il comandante dal 2010. Il generale avrebbe tentato, infatti, di nascondere al regime degli Ayatollah l’azione israeliana avvenuta lo scorso marzo.

Washington ha poi imposto all’Iraq di cessare l’acquisizione di energia elettrica dall’Iran, se pur con la promessa, per il momento, di far rientrare Baghdad nel regime sanzionatorio. Questo però non ha impedito al Dipartimento del Tesoro Usa di elevare sanzioni verso quattro iracheni per il loro appoggio alle Guardie della Rivoluzione iraniane: gli ex governatori di Ninive e di Saladin e due comandanti di milizie sciite.

Il governo iracheno ha dichiarato pubblicamente di non prendere parte nel conflitto tra Stati Uniti e Iran, ma nonostante questo si è schierato a favore delle sanzioni. Questa ambiguità è spiegata dai legami commerciali che legano Baghdad a Teheran: gli scambi bilaterali tra le due nazioni, esclusi quelli energetici, ammontano a 12 miliardi di dollari l’anno e l’obiettivo che si sono prefissati è di raggiungere i 20 miliardi. La scorsa settimana, infatti, Iran e Iraq hanno firmato un accordo per l’apertura di una borsa commerciale comune e per impostare fondi comuni di investimento. Tutte manovre che vanno contro la politica sanzionatoria americana verso Teheran.

Gli Stati Uniti stanno cercando di tagliare questo cordone ombelicale che lega i due Paesi, proponendo l’Arabia Saudita come partner commerciale ed economico alternativo, ma l’obiettivo è di difficile raggiungimento. Nonostante gli investimenti di Riad – 1 miliardo di dollari per infrastrutture sportive – la firma di accordi di partenariato in campo militare e l’apertura di quattro nuovi consolati nel Paese, l’Arabia Saudita resta sempre un Paese sunnita le cui ingerenze sono viste con forte sospetto dalla maggioranza sciita irachena perché risvegliano la paura di venire sottomessi dai sunniti. I forti sentimenti antiamericani che ancora serpeggiano nel Paese di certo saranno un serio ostacolo verso il possibile cambio di “alleanza”.

Gli stessi Stati Uniti ci vanno molto cauti, consci del rischio che Baghdad possa decidere di schierarsi palesemente con l’Iran invece di rimanere un attore silente e passivo dei giochi israeliani e americani. In occasione della presunta decisione dell’Iraq di acquisire i sistemi missilistici S-400 russi il Dipartimento di Stato ha fatto orecchio da mercante, atteggiamento ben diverso rispetto a quanto accaduto per la Turchia: data la situazione nel Golfo non è proprio il momento di alzare la voce con un alleato prezioso.

Un nuovo fronte per Israele o un silente alleato?

Con queste premesse risulta difficile stabilire se quanto accaduto possa essere indice di un avvicinamento tra Baghdad e Tel Aviv oppure sia davvero l’apertura di un nuovo fronte di contrasto alla penetrazione sciita oltre alla Siria.

Di certo contatti tra Israele e l’Iraq ci sono stati. Diplomatici europei, come riportato da Haaretz, affermano che ufficiali israeliani hanno avuto colloqui segreti con esponenti del governo iracheno e che qualcuno di questi incontri si è tenuto in Israele.

A rafforzare questa tesi viene citata anche la visita in Israele di Nadia Murad, Nobel per la Pace 2018 e di Lamiya Aji Bashar, vincitrice del premio Sakharov 2016, così come quelle di tre altri delegati del governo iracheno durante l’anno passato.

Nonostante questo è evidente che la penetrazione iraniana sia tollerata dal governo di Baghdad, che non si è mai opposto non solo all’azione delle milizie sciite, ma nemmeno allo stoccaggio di missili provenienti dall’Iran.

Viene poi da chiedersi chi abbia permesso non solo il sorvolo del territorio iracheno ma il rifornimento dei caccia F-35 israeliani: i velivoli, che hanno un raggio d’azione stimato di circa mille chilometri (590 miglia nautiche) non sono in grado di raggiungere Baghdad senza effettuare uno scalo o un rifornimento in volo stante il fatto che le proposte modifiche con serbatoi conformi, oltre a non essere state ancora effettuate, ne aumenterebbero l’autonomia solo del 36%. Considerando poi che le aerocisterne di Israele sarebbero state troppo compromettenti, è evidente che ci sia stato il supporto di qualche altro attore, molto probabilmente gli Stati Uniti ma nemmeno è da escludere il Regno Unito, le cui aerocisterne sono state spesso viste a ridosso dei cieli siriani e nello spazio aereo israeliano.

Una cosa però è certa: qualcosa nei rapporti tra Israele, Stati Uniti ed Iraq è cambiato, e questi attacchi ne sono la testimonianza. Non sarebbe stato possibile effettuare un raid su territorio iracheno senza il placet delle autorità americane – o addirittura il supporto come abbiamo visto – e nemmeno sarebbe stato possibile il sorvolo di Teheran e di Bandar Abbas da parte degli F-35 che ha causato la defenestrazione del Capo di Stato Maggiore dell’Iriaf.

Gli stessi raid israeliani di luglio potrebbero essere un avviso all’Iraq che la tregua “americana” è finita, che Israele intende aprire un nuovo fronte per farla finita con la penetrazione iraniana, ma in questo caso si avrebbe il risultato di spingere Baghdad sempre più nelle braccia di Teheran, e questo, come abbiamo detto, è un rischio che non può essere tollerato da parte di Washington.

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