Guerra /

L’Iraq, stretto tra l’Arabia Saudita wahabita e l’Iran sciita, è diventato, da quando è stato deposto Saddam Hussein a seguito dell’invasione americana del 2003, terra di conflitti a carattere endemico che vedono il fronteggiarsi di attori locali e globali mossi da obiettivi strategici diversi che a volte hanno collimato, ma molto più spesso si sono trovati in reciproco contrasto.

Gli Stati Uniti, presenti nel Paese stabilmente proprio a cominciare dall’operazione Iraqi Freedom, hanno sovvertito gli equilibri dell’area eliminando il regime di Saddam mossi dalla volontà di cancellare uno “stato cuscinetto” tra Arabia Saudita e Iran: così facendo si prefiggevano di limitare la crescente influenza di Riad in Medio Oriente per mezzo dell’improvviso avvicinamento ai suoi confini della “minaccia” sciita data proprio dalla composizione sociale/religiosa dell’Iraq (dove gli sciiti sono la maggioranza), che si è poi naturalmente manifestata nel governo del Paese.

Nel frattempo, però, l’influenza iraniana in Iraq, per affinità religiosa e culturale ma non solo, è andata aumentando e Baghdad è diventata crocevia degli interessi strategici di Teheran che puntava a costruire una propria sfera di influenza che spezzasse l’asse Nord-Sud sunnita, un asse che avrebbe strangolato l’Iran tenendolo lontano dal Mediterraneo e dai suoi accessi all’Europa e ai suoi mercati: la “Mezzaluna Sciita” che va dall’Iran al Libano passando per Iraq e Siria.

In questo scenario gli Stati Uniti si sono trovati a dover contrastare, dopo aver calmierato le velleità di Riad, la presenza di Teheran in un Paese che non è mai stato alleato in modo cristallino e in cui i sentimenti anti-americani non si sono mai sopiti nel corso degli anni.

I recenti avvenimenti, in particolare la votazione del parlamento iracheno che, a larga maggioranza, ha votato una proposta che richiedeva il ritiro delle truppe Usa, dimostrano una volta di più come anche quegli sciiti che non sono collusi con Teheran sopportino malvolentieri la presenza militare americana.

Iraq, un Paese a sovranità limitata

L’occupazione americana, ma anche l’attuale invadente presenza di milizie sciite filoiraniane che operano quasi liberamente nel Paese, fanno dell’Iraq un Paese a sovranità limitata, quasi una “terra di nessuno” dove attori esterni non solo si fronteggiano attivamente – i recenti avvenimenti parlano da soli – ma influenzano pesantemente la politica del governo.

L’Iran, ad esempio, ha un peso talmente rilevante in seno al governo da essere riuscito a far integrare alcune milizie, come Asa’ib Ahl al-Haq facente parte delle Forze di Mobilitazione Popolare, all’interno dell’apparato di sicurezza del Paese ed il loro leader, Qais al-Khazali, fa parte del parlamento iracheno.

L’assalto all’ambasciata americana, orchestrato probabilmente dallo stesso generale Qasem Soleimani poi eliminato in un attacco aereo che ha innescato la rappresaglia missilistica di mercoledì 8 gennaio, rappresenta bene il clima che si respira in Iraq: tra la folla in rivolta si sono scorte anche divise delle forze di sicurezza sciite, che hanno quasi del tutto libertà d’azione nel Paese.

Dall’altro lato gli Stati Uniti, che hanno in Iraq circa 13 basi militari e più di 5mila uomini, facendone un contingente tra i più numerosi del Medio Oriente, utilizzano l’Iraq come uno Stato vassallo arrivando anche a minacciare pesanti ripercussioni economiche in caso il governo decida per richiedere ufficialmente il ritiro delle truppe americane.

Secondo quanto riporta Haartez, gli Stati Uniti hanno minacciato, oltre alla richiesta di pagamento per i lavori effettuati nella ricostruzione e implementazione delle basi, un vero e proprio embargo e addirittura un blocco navale e aereo. Il presidente iracheno Barham Salih ha infatti riferito che l’ambasciata americana a Baghdad gli ha consegnato una bozza di provvedimento legislativo dove, oltre alle sanzioni che, come detto anche dalle autorità americane, farebbero impallidire quelle all’Iran, ci sarebbero le linee della ritorsione americana che prevederebbero il congelamento di tutte le attività Usa in Iraq, la fine della collaborazione tra le compagnie americane e irachene e, a quanto pare, anche la chiusura dello spazio aereo e un blocco navale. Un vero e proprio ricatto dettato dalle enormi spese che gli Stati Uniti si sono sobbarcati in anni di conflitto e nella ricostruzione del Paese.

Ricostruzione che però è ben lontana dall’essere completata: nonostante l’Iraq sia tra i maggiori Paesi produttori di petrolio del mondo – il quinto per riserve accertate – persistono ancora gravi carenze nell’economia e nei servizi: la rete elettrica non garantisce accesso totale e continuità di erogazione, allo stesso modo quella idrica e paradossalmente il carburante scarseggia. Non stupisce se si pensa che l’Iraq ha un debito, causato anche dalle distruzioni di due guerre e da anni di embargo, pari a 115 miliardi di dollari che è quasi totalmente in mano americana, così come lo sono le risorse naturali i cui introiti (e prodotti raffinati) vengono dirottati all’estero.

Gli Stati Uniti non possono lasciare l’Iraq

Nonostante la situazione di tensione attuale ed il malcontento che serpeggia ormai palese tra la popolazione ed il governo iracheno, gli Stati Uniti pagherebbero un prezzo peggiore se decidessero di abbandonare l’Iraq invece che restarci da occupanti, almeno in questo contesto storico.

Dopo la momentanea pacificazione voluta dall’amministrazione Obama, che ha portato alla ratificazione del Trattato Jcpoa sul nucleare iraniano, ora a Washington hanno deciso di invertire la rotta e l’espansione dell’Iran nella regione, che gli permetterebbe così di diventare una potenza regionale egemone, deve essere assolutamente limitata se non eliminata del tutto.

Pertanto l’Iraq resta e resterà un Paese chiave, non tanto per un attacco diretto all’Iran che nessuno vuole – Baghdad ha ribadito che non intende supportare qualsiasi Paese che utilizzi il suo territorio per attaccarne un altro – quanto per il contrasto all’espansione iraniana, diventata ora prioritaria proprio per il decrescere del pericolo wahabita, anche considerando quasi del tutto chiusa la pratica Is, sebbene il suo pericolo, latente, non venga affatto sottovalutato da Washington e da Baghdad, almeno da alcuni membri del suo governo come lo stesso primo ministro Adil Abdul-Mahdi che ritiene un ritiro improvviso come possibile fattore innescante una resurrezione della minaccia del Califfato.

La questione militare, di controllo del Golfo, così come quelle del controllo del petrolio, sono così del tutto secondarie: gli Stati Uniti hanno diverse basi, anche molto più importanti, in tutti i Paesi della regione, dal Qatar, all’Arabia Saudita passando per gli Eau ed il Kuwait, e da quando sono diventati autosufficienti a livello energetico, e anche esportatori, non hanno la necessità strategica di controllare le altrui risorse quanto piuttosto quella di vigilare affinché le vie marittime di comunicazione per le quali passano restino aperte (Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca ecc).

Accessorio, ma non secondario, è il calcolo, molto cinico, effettuato da Washington per cercare di strappare un nuovo accordo nucleare: stracciato unilateralmente il Jcpoa ora la Casa Bianca si sta giocando anche con l’Iran quella che si può definire “carta coreana”, ovvero la tattica di mettere la massima pressione militare e diplomatica sull’avversario per portarlo al tavolo delle trattative. Quanto sta accadendo negli ultimi giorni può anche essere letto, marginalmente, in tal senso.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.