Israele è in stato d’allerta. Il bombardamento della base aerea T-4 in Siria, con la morte di sette consiglieri iraniani, è un punto di svolta della guerra. Dopo il presunto attacco chimico di Douma, la tensione in Medio Oriente è alle stelle. La flotta Usa si avvicina alle coste siriane, Eurocontrol ha diramato l’allerta ai voli civili per le prossime 72 ore e ci si aspetta che, questa volta, Iran e Russia possano rispondere a un’eventuale operazione della coalizione composta da Usa, Francia e Gran Bretagna e, probabilmente, Paesi arabi alleati.

L’Iran questa volta non è disposto a soprassedere a quello che è a tutti gli effetti un bombardamento diretto nei suoi confronti. Israele ha periodicamente bombardato in territorio siriano contro i movimenti delle forze legate all’Iran, ma erano quasi tutti strike mirati contro Hezbollah e su convogli. Una base è un’altra cosa. E quelle sette bare arrivate a Teheran sono state considerate vittime di una guerra diretta tra Iran e Israele. Attacco che Tel Aviv non ha rivendicato – ma neanche smentito – e che per Russia, Siria e Iran ha una chiara matrice.

Ali Akbar Velayati, consigliere del leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha detto in un’intervista al canale libanese Al Mayadeen che “il crimine di Israele non rimarrà senza risposta”. E il ministro israeliano della Difesa Avigdor Lieberman ha detto esplicitamente: “Non permetteremo all’Iran di stabilirsi in Siria: a qualunque costo. Non abbiamo altra scelta. Accettare una presenza iraniana permanente in Siria significa accettare una garrota iraniana al collo. Non possiamo permettere che questo accada”.

Ieri, il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore israeliano Gary Koren per un incontro con il vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov. Il Cremlino vuole vederci chiaro. L’attacco in Siria è stato un gesto considerato da Mosca “molto pericoloso”. E c’è chi dice che gli israeliani non abbiano informato i russi, ma solo gli americani.

Per Israele, i fronti aperti sono tre: Siria, Libano e Striscia di Gaza. Oggi si riunirà il gabinetto di sicurezza per discutere le tensioni sul confine settentrionale. All’incontro, saranno presenti i funzionari delle agenzie di intelligence che daranno ai ministri le loro valutazioni sui recenti sviluppi. L’esercito israeliano è pronto a ogni evenienza. L’attacco vicino Homs ne è la dimostrazione.

Le Israel defense forces (Idf) si preparano per un altro giorno di manifestazioni palestinesi vicino al confine israeliano con la Striscia di GazaIl video pubblicato ieri di un cecchino israeliano che spara a un palestinese inerme festeggiandone l’uccisione, può essere l’ennesimo motivo per riaccendere la miccia, dopo che l’Egitto si era impegnato a far abbassare i toni dello scontro. 

Ieri, proprio per cercare un minimo spiraglio, l’esercito aveva annunciato che avrebbe allargato la zona di pesca per le barche di Gaza. I leader di Hamas, l’organizzazione che controlla la Striscia, avevano chiesto questa estensione come dimostrazione di buona volontà. Ma quest’idea era precedente a quanto avvenuto al confine in questi giorni. 

La speranza, per i palestinesi, è che i vertici della Difesa israeliana siano distratti da quanto avviene nel nord. Gaza è evidentemente una priorità inferiore rispetto agli eventi a nord di Israele. Ma potrebbe anche avvenire qualcos’altro: e cioè che l’esercito intensifichi ulteriormente la sua risposta contro le proteste palestinesi. Il tutto per convincere Hamas a desistere. Per Tel Aviv, in questo momento, non è assolutamente auspicabile una guerra di logoramento lungo il confine con la Striscia. Questa mattina, le Idf hanno già annunciato di aver ripreso lanci di artiglieria contro obiettivi di Hamas.

L’idea di un conflitto su tre fronti, che coinvolga Siria, Libano – in particolare Hezbollah – e la Striscia di Gaza, è una cosa paventata da molti vertici dell’intelligence e della Difesa di Israele. Ma sarebbe un gioco pericolosissimo. Proprio per questo motivo, a nord, Benjamin Netanyahu e tutti i vertici israeliani hanno chiesto agli Stati Uniti e agli alleati occidentali di intervenire. L’idea è che le prossime ore siano decisive.

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