Le alture del Golan tornano al centro della guerra di Siria. Come scritto ieri in questa testata, Bashar al Assad è pronto a muovere le truppe per avvicinarsi alle alture strappate alla Siria da Israele dopo la “Guerra dei sei giorni”. 

La possibile avanzata dell’esercito verso queste alture non deve indicare che la Siria sia pronta a riprendere la guerra con Israele per riavere quella zona. Per Damasco, la perdita del Golan è una ferita ancora aperta. Ed è normale che sia così. Ma i vertici militari e Assad non sono pazzi. Chiedere un ulteriore sforzo al loro esercito dopo la difficilissima riconquista della Siria alle milizie ribelli e ai gruppi terroristi, sarebbe troppo. Soprattutto perché di fronte si troverebbe Israele, una delle pochissime potenze mediorientali che sa come gestire una guerra. E nessun alleato della Siria sarebbe disposto a giocarsi la stabilità del Medio Oriente.

Ma se dopo decenni, le alture del Golan tornano a essere centrali nello scacchiere mediorientale, è importante caprine i motivi.

Perché il Golan è così importante

Chi parla di orgoglio ferito come unico motivo di riconquista delle alture del Golan, probabilmente ne ignora l’importanza strategica. Le guerre non si fanno per irredentismo. E se Israele, dopo la guerra dei sei giorni, prese possesso di quelle alture e ne pretende il controllo nonostante le risoluzioni Onu contrarie, ha motivi molto pragmatici. Quell’area a est del lago di Tiberiade rappresenta un tassello fondamentale per chiunque voglia avere il controllo della regione.

Una prima ragione è di natura strategica. Incastonato fra Israele, Siria e Libano, il Golan ha una posizione invidiabile. Avere il controllo dei suoi rilievi, permette di avere il controllo a ovest su Tiberiade e parte della Galilea, e a est sulla pianura che scende fino a Damasco. Inoltre, riuscire a posizionare un avamposto militare sul monte Hermon (in arabo Jabal al-Shaykh) significa ottenere una torre da cui controllare i movimenti del nemico. Militarizzare le alture serve a monitorare tutto.

Le alture del Golan sono un enorme serbatoio d’acqua

Ma controllare le alture del Golan si traduce soprattutto nel controllare uno dei più grandi serbatoi idrici del Medio Oriente. E controllare l’acqua di una regione significa avere un potere contrattuale immenso su tutti gli Stati limitrofi (chiedere alla Cina e alle gigantesche dighe che sta costruendo).

Per l’agricoltura israeliana, avere accesso diretto alle acque del monte Hermon è fondamentale. Basandosi su un modello intensivo, ogni goccia d’acqua è essenziale. Secondo alcune stime, le acque del Golan forniscono a Israele un terzo del fabbisogno idrico del Paese. Già solo questo motivo rende chiaro perché Israele teme qualsiasi tentativo di riconquista da parte della Siria.

Se è importante per Israele, tanto più lo è per la Siria, che di quelle risorse idriche è stata privata manu militari. L’acqua è un bene primario (tanto più per un Paese devastato dalla guerra) e l’economia siriana necessita di un approvvigionamento idrico costante . Inoltre, i cambiamenti della produzione agricola, specialmente nelle regioni meridionali, con la scelta del cotone al posto di altre piantagioni, hanno modificato radicalmente l’esigenza idrica del Paese, che è aumentata a dismisura. E ora la Siria vorrebbe quell’acqua di cui è stata privata.

Oro blu che, fra l’altro, è diminuito anche per via delle recenti dighe costruite dalla Turchia sull’Eufrate. La militarizzazione delle dighe e il controllo su uno dei fiumi fondamentali per il Medio Oriente ha di fatto consegnato a Recep Tayyp Erdogan un interruttore sull’economia della Siria e dell’Iraq. E vale lo stesso discorso fatto per il Golan. Chi ha in mano l’acqua, controlla la vita dei suoi vicini.

Il petrolio del Golan

Nel 2014, il Comitato israeliano per la pianificazione e la costruzione delle regioni settentrionali approvò un progetto pilota per la perforazione delle alture del Golan. Come riportato dal Times of Israel, venne incaricata delle esplorazioni l’israeliana Afek Oil and Gas. Questa azienda è parte della società statunitense Genie Energy, che vanta un comitato di consulenti costellato da ex funzionari di governo degli Stati Uniti (due fra tutti Dick Cheney, ex vicepresidente Usa, e R. James Woolsey Jr., ex direttore della Cia).

Finora i problemi delle trivellazioni sono stati due: la presenza dell’acqua del Golan, fonte imprescindibile per la popolazione israeliana e, evidentemente, ma soprattutto la sovranità della regione. Le alture del Golan sono state annesse unilateralmente da Israele ma nessuno le riconosce come territorio israeliano. L’Onu ha più volte intimato di abbandonare il territorio e gli stessi americani sono stati sempre molto cauti nel dare l’ok a questa situazione. Ma Israele non si è mai interessato a questo “particolare”. E tra milioni di metri cubi di acqua e potenziali milioni di barili di petrolio, si capisce il motivo per cui quelle alture saranno sempre difese dalle forze armate israeliane. E perché la Siria se ne senta legittimamente defraudata.

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