Soldati turchi in radunata al grido “allahu akbar” assieme a jihadisti dalle lunghe barbe, prima dell’offensiva contro l’esercito governativo siriano nella zona di Idlib; il tutto catturato in un video che sta iniziando a girare sul web e che rischia di diventare un enorme imbarazzo, non soltanto per la Turchia, che del resto non ha mai nascosto il suo sostegno agli estremisti islamici, ma soprattutto per Stati Uniti e Nato, che hanno espresso supporto e solidarietà ad Ankara dopo che un bombardamento siriano contro i jihadisti aveva causato la morte di 36 militari turchi. Un episodio che aveva fatto emergere un ovvio quesito: cosa ci facevano i militari turchi assieme ai jihadisti? Domanda retorica, visto che il legame tra Ankara e gruppi islamisti è nota da tempo, fin da quando i jihadisti dell’Isis venivano curati negli ospedali turchi. Ora però la situazione ha raggiunto un livello di tale ovvietà molto difficile da giustificare.

Il sostegno ai turchi di Nato e Stati Uniti

Il Dipartimento di Stato americano e la Nato hanno espresso solidarietà nei confronti della Turchia in relazione alle vittime militari cadute sotto il bombardamento siriano contro i jihadisti, ma entrambi gli attori in questione sembrano ignorare due evidenti fatti e di enorme importanza.

  • La Turchia è intervenuta militarmente sul territorio di uno Stato sovrano attaccando le forze governative. In poche parole ha commesso una vera e propria aggressione nei confronti di un altro Paese e ne sta occupando parte del territorio. Fornendo supporto alla Turchia, Washington e Nato stanno automaticamente sostenendo una grave violazione internazionale.
  • È oramai evidente come Ankara sia intervenuta in territorio siriano a sostegno dei terroristi islamici, molti dei quali legati a Hayyat Tahrir al-Sham, costola siriana di Al Qaeda. Sostenendo la Turchia, Nato e Stati Uniti si trovano automaticamente a supportare quegli stessi jihadisti che la “Coalizione” diceva di voler combattere. Una situazione di estremo imbarazzo, considerato che fino a poco tempo fa Al Qaeda era il “nemico numero uno” dell’Occidente.

InsideOver ha provato a contattare l’ufficio stampa della Nato e il Dipartimento di Stato americano per avere delle risposte, ma senza ottenerle.

In relazione a ciò, le dichiarazioni del rappresentante speciale americano per la Siria, James Jeffrey (con tanto di ruolo aggiuntivo di inviato speciale per la coalizione internazionale contro lo Stato islamico dal gennaio 2019), non fanno altro che rendere il tutto ancor più imbarazzante. Secondo Jeffrey infatti, i qaedisti di Hayyat Tahrir-al Sham “non avrebbero perpetrato attacchi terroristici a livello internazionale…”. Jeffrey ha poi aggiunto che “in alcune circostanze sarebbe anche possibile dialogare con loro”, come già riportato da Newsweek.

Dichiarazioni definite “inaccettabili” dal Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che ha anche ricordato come non sia la prima volta che certi ambiti dell’amministrazione Usa si esprimono in questo modo.

L’esternazione di Jeffrey ha una doppia gravità non soltanto per il fatto che il diplomatico sta avanzando l’ipotesi di dialogare con un’entità terrorista, ma anche perché arriva addirittura a dichiarare che il dialogo è giustificato dal fatto che Hayyat Tahrir al-Sham non ha colpito a livello internazionale. Questo cosa significa? Se un’organizzazione terroristica colpisce a livello interno, magari contro un governo legittimo, ma sgradito a Washington, allora è tollerabile? Difficile giustificare affermazioni del genere.

La strumentalizzazione politico-strategica del terrorismo

Le parole di James Jeffrey confermano la teoria del direttore dell’International Institute for Counter-Terrorism (Ict) di Herzliya, secondo cui le definizioni di “terrorista” o di “freedom fighter” vengono applicate in relazione ad esigenze di stampo politico e strategico. Del resto, Ganor metteva già in evidenza come non esistano criteri internazionalmente condivisi sul come inserire un’organizzazione nella black list del terrorismo e si chiedeva come sia possibile affermare di voler combattere il terrorismo a livello internazionale se non si è neanche in grado di fornire una definizione univoca del fenomeno.

I casi di riferimento sono parecchi, come ad esempio i Fratelli Musulmani, messi al bando da Russia, Siria, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati, ma liberi di operare in Occidente, ma anche Hamas, Hizb ut-Tahrir, i curdi del Pkk, Hezbollah, tutti attori bollati da alcuni, ma non da tutti, come “terroristi”.

Il caso di Hayyat Tahrir al-Sham è estremamente eloquente perché mostra come certi ambiti Usa e Nato siano disposti a mettere in secondo piano il fatto che si tratta di una costola di Al Qaeda, pur di continuare ad operare contro un governo non gradito all’Occidente.

Il gioco (sporco) di Erdogan

Intanto Recep Tayyip Erdogan continua con la sua tattica a tre sponde con Russia, Nato e jihadisti. Da una parte stringe accordi con Mosca sulla cosiddetta “escalation zone”, dall’altra fornisce supporto diretto ai jihadisti e quando i militari di Ankara vengono colpiti mentre si trovano a combattere assieme ai “barbuti”, gioca la carta dell’appartenenza alla Nato e chiede sostegno. Nel frattempo minaccia l’Europa con l’apertura del “rubinetto migratorio”.

Un gioco estremamente pericoloso quello di Erdogan, che ha un disperato bisogno di portare avanti la guerra di Idlib, perché abbandonarla significherebbe aver fallito la lunga e costosissima campagna contro Bashar al Assad. D’altro canto però, i morti tra i soldati turchi aumentano rapidamente e questo può diventare un problema di non poco conto sul piano interno per il presidente turco. Nonostante la censura mediatica interna al Paese, molti turchi stanno infatti iniziando a chiedersi quanto sia veramente necessaria questa guerra; una guerra che se indubbiamente serve a Erdogan e ai suoi fedelissimi, è estremamente controproducente per il Paese, sia sul piano economico che a livello di immagine internazionale. Il massiccio dispiego di truppe turche su Idlib rischia tra l’altro di essere un’arma a doppio taglio per Erdogan, nel momento in cui Idlib dovesse cadere nelle mani di Assad, perché metterebbe in ridicolo gli sforzi di Ankara.

La minaccia di Erdogan di aprire le frontiere agli immigrati lascia poi il tempo che trova, considerato che Grecia e Bulgaria hanno immediatamente messo in atto misure per respingere il flusso e blindare le frontiere. Insomma, stavolta i bus pieni di rifugiati fatti partire da Istanbul non impressionano.

Mosca dal canto suo ha investito moltissimo, sia militarmente che economicamente, per ribaltare il decorso del conflitto in sostegno all’alleato siriano e bisogna vedere fino a quando Vladimir Putin sarà disposto a tollerare l’avventurismo di Erdogan su Idlib, anche perché nel frattempo i siriani stanno cadendo sotto i colpi di Ankara. Insomma, l’impressione è che Erdogan si sia cacciato da solo in un grosso pasticcio dal quale è veramente difficile venir fuori.

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