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Il mese di novembre si apre dal 2013, su iniziativa delle Nazioni Unite, con un momento di denuncia, raccoglimento e riflessione interamente dedicato alla libertà di stampa e a quel rischioso mestiere che può essere il giornalismo: la Giornata internazionale per porre fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti.

Essere giornalisti, specie se di inchiesta e di guerra, non è mai stato facile. La morte sul luogo del reportage o l’assassinio per mano di poteri ostili potrebbero essere dietro l’angolo. Ne ha memoria l’Italia, dove sono stati uccisi 28 giornalisti dal 1945 ad oggi. E lo evidenziano i numeri complessivi: 1.100 i giornalisti assassinati dal 2010 al 2022.

Il 2022 non è ancora finito, ma un traguardo negativo lo ha già tagliato: è stato l’anno che ha infranto la tendenza, che si sperava fosse destinata a durare, della diminuzione degli omicidi di giornalisti. 59 nel periodo gennaio-ottobre, a fronte dei 53 del 2019, dei 50 del 2020 e dei 46 del 2021.

Un paese che ha conosciuto e che conosce da vicino la piaga dei giornalisti uccisi è l’Azerbaigian, che il 2 novembre ha ricordato i propri caduti e chiesto giustizia per le loro morti ancora prive, ad oggi, di un colpevole.

I caduti del giornalismo azerbaigiano

Il 2 novembre, in occasione della Giornata internazionale per porre fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, il governo azerbaigiano si è raccolto per ricordare nove concittadini caduti mentre in procinto di raccontare le due guerre del Karabakh.

Il momento di raccoglimento e di denuncia è avvenuto presso il Ministero degli affari esteri, che, ringraziando i defunti giornalisti per i servizi resi al paese, ha rammentato al pubblico (e agli organi della giustizia) i loro nomi.

Nove caduti, sei dei quali durante la prima guerra del Karabakh e tre nel corso della seconda. Tragiche le loro morti, a volte cagionate da una mina – come nei casi di Zibeyda Adilzada (2020), Siraj Abishov (2021) e Maharram Ibrahimov (2021) – e altre volte dal fuoco delle forze armate armene – come nei casi di Aly Mustafayev, Fakhraddin Shahbazov, Arif Huseynzada e Osman Mirzayev, che viaggiavano su un elicottero poi abbattuto nei pressi di Garakand nel 1991, e di Chingiz Mustafayev, ucciso mentre raccoglieva evidenze videografiche a Nakhchivanli nel 1992. Senza dimenticare la scomparsa di Salatin Asgarova, vittima di un agguato a colpi di arma da fuoco a Şuşa nel 1991.

2 novembre, una giornata di lutto e raccoglimento sentita in tutto il mondo. Una giornata utile a riflettere sui rischi che può correre chi sceglie di intraprendere la carriera del giornalismo. Mestiere che in certe parti del mondo può costare il bene più alto: la vita. Ne ha memoria l’Italia – sebbene sbiadita –, ne ha drammaticamente consapevolezza il Messico 150 morti dal 2000 al 2022 – e lo sa anche l’Azerbaigian.

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