Una delle domande più frequenti degli ultimi giorni riguarda in che modo si sta parlando di guerra in Russia. O, per meglio dire, di operazione militare speciale visto che nel territorio della federazione è vietato dal 4 marzo scorso pronunciare il termine guerra. L’opinione pubblica, nonostante alcune manifestazioni tenute nelle grandi città, risulta tendenzialmente favorevole all’intervento. Forse anche perché non ancora presa dalle difficoltà che potrebbero arrivare dalle sanzioni o perché non perfettamente, come del resto avviene in un Paese impegnato in un conflitto, tenuta al corrente delle problematiche sorte nelle operazioni militari.

Su molti media ha fatto presa la retorica relativa alla denazificazione dell’Ucraina. E alla necessità quindi di intervenire per raggiungere questo scopo. Un esempio è arrivato dall’editoriale pubblicato domenica 3 aprile su Ria Novosti a firma di Timofei Sergeitsev. Quest’ultimo ha parlato di una denazificazione che deve corrispondere a una “de-ucrainizzazione”. Toni molto duri: “La retorica usata – ha scritto su Twitter il giornalista della Bbc Francis Scarr – è estrema anche per gli standard dei media vicini al Cremlino”.

Cos’ha scritto Timofei Sergeitsev

L’autore dell’editoriale già da tempo si occupa della situazione in Ucraina. E già nell’aprile 2021, sempre su Ria Novosti, aveva pubblicato un articolo in cui profetizzava un possibile attacco su vasta scala di Mosca contro Kiev. Un attacco giustificato dalla necessità di allontanare la russofobia dal Paese e di proteggere le popolazioni russofone del Donbass. Un pensiero politico quindi non distante poi dalle posizioni espresse da Vladimir Putin in occasione del via libera all’operazione in Ucraina del 24 febbraio scorso. Ma nell’ultimo editoriale, Sergeitsev si è spinto ancora oltre.

Perché nell’articolo si fa riferimento non solo alla necessità di occupare militarmente l’Ucraina, ma anche di “rieducare” la popolazione. “Una ulteriore de-nazificazione di questa massa di popolazione consiste nella rieducazione – si legge – che si realizza attraverso la repressione ideologica (soppressione) degli atteggiamenti nazisti e una severa censura: non solo nell’ambito politico, ma anche necessariamente nell’ambito della cultura e dell’istruzione”. Per l’editorialista, tutto ciò sarebbe necessario proprio perché “attraverso la cultura e l’educazione si è preparata una profonda nazificazione di massa della popolazione – si legge ancora – assicurata dalla promessa dei dividendi della vittoria del regime nazista sulla Russia, propaganda nazista, violenza interna e terrore, oltre a una guerra durata otto anni con il popolo del Donbass che si è ribellato al nazismo ucraino”.

“La de-nazificazione – ha proseguito Sergeitsev – è un insieme di misure rivolte alla massa nazificata della popolazione, che tecnicamente non può essere soggetta a punizioni dirette come criminali di guerra. Quindi, la giusta punizione per questa parte della popolazione è possibile solo come sopportazione delle inevitabili fatiche di una guerra giusta contro il sistema nazista”. In poche parole, secondo la visione dell’analista l’intera popolazione ucraina ha creduto ai media in grado negli ultimi anni di propagandare una visione russofoba e quindi nazista. Dunque è lo stesso popolo ucraino ad aver cercato la guerra o comunque ad esserne tra gli artefici.

C’è poi un concetto di natura più storica che ha portato l’analista ad equiparare il termine “De-nazificazione” alla “de-ucrainizzazione“. Secondo Sergeitsev l’identità ucraina non esiste ed è frutto solo del processo di nazificazione in corso. E quindi denazificare significa deucrainizzare: “A differenza, diciamo, della Georgia o dei Paesi baltici – si legge – l’Ucraina, come la storia ha dimostrato, non è praticabile come stato nazionale e tenta di ‘costruirne’ uno che porti logicamente al nazismo”.

Perché l’editoriale ha destato scalpore

Come riportato per l’appunto da Francis Scarr, il concetto espresso nell’editoriale di Ria Novosti è estremo anche per i canoni dei media pro Cremlino. Perché il popolo ucraino secondo la visione di Sergeitsev è co-responsabile del conflitto e perché di fatto non viene riconosciuto il diritto all’esistenza dell’attuale Ucraina, il cui concetto stesso di nazione viene rimandato alla propaganda nazista. Chiaro che l’articolo pubblicato domenica non può essere preso come emblema dell’intero panorama politico e giornalistico russo. Ma è altrettanto evidente come i toni dall’altra parte della barricata si stiano facendo sempre più aspri. La prosecuzione del conflitto e la mancata realizzazione di una guerra lampo, potrebbero aver innervosito non soltanto gli uomini vicini al Cremlino ma anche una parte degli analisti che da anni teorizzano un intervento armato contro l’Ucraina. In questo contesto, la stessa leadership russa potrebbe essere influenzata nel proseguire a oltranza la guerra nonostante le difficoltà sul campo.

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