Il califfato islamico in Siria non è definitivamente sconfitto. L’estate del 2017 i siriani la ricordano come quella in cui, dopo diversi anni, il governo si è riappropriato del deserto e della parte centrale del paese. Ma ancora sia ad ovest che ad est dell’Eufrate, il lavoro non è terminato. Al contrario, sacche di resistenza si annidano ad est di Sweida e nella provincia di Deir Ezzor. Al di là dell’Eufrate invece, ad operare contro l’Isis sono le forze filo curde dell’Sdf. Ed è proprio qui che le cronache degli ultimi giorni riportano una recrudescenza militare del califfato. 

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Le forze Sdf non riescono più ad avanzare

Lungo la sponda orientale dell’Eufrate, tra i campi petroliferi di Kashmah ed il confine con l’Iraq, lo Stato islamico conserva gli ultimi brandelli di territorio. Nel 2014, quando il leader Al Baghdadi annuncia la nascita del califfato nel famoso video girato all’interno della moschea grande di Mosul, le bandiere nere dell’Isis controllano una zona che dal nord dell’Iraq si spinge fino al cuore della provincia siriana di Homs. Oggi, per l’appunto, conserva solo piccole enclavi da cui però i propri miliziani riescono ancora a lanciare contrattacchi. Ne sanno qualcosa i combattenti tra le fila dell’Sdf, la coalizione guidata dai curdi e che comprende anche forze locali arabe e di ex affiliati al Free Syrian Army. Da settimane l’Sdf, con l’appoggio della coalizione internazionale a guida Usa, prova a completare l’occupazione di tutto il territorio ad est dell’Eufrate in mano all’Isis. 

Ma i risultati appaiono decisamente poco edificanti per i filo curdi. L’Sdf infatti subisce quotidianamente numerose perdite, senza peraltro riuscire a guadagnare terreno. Lo Stato Islamico resiste e questo appare singolare per due casi. Da un lato infatti, i miliziani jihadisti appaiono isolati e senza possibilità di essere agevolmente riforniti di uomini e mezzi già da mesi. Dall’altro, l’Isis si è sempre concentrato di più sul mantenimento delle posizioni nei confronti dell’esercito siriano. Sono pochi gli esempi di strenua resistenza dei combattenti fedeli ad Al Baghdadi nei confronti delle forze Sdf: a parte il centro urbano di Raqqa, dove i filo curdi scontano nell’ottobre 2017 la propria inesperienza nel combattimento nei centri abitati, è difficile prima di questi giorni riscontrare analoghe difficoltà per la coalizione supportata dagli americani. La battaglia in questa zona della Siria sembra entrare in una fase di stallo e questo nonostante i bombardamenti, riportati da più parti, operati dalle aviazioni dei paesi al fianco degli Usa.

I pericoli per i civili

Sul caso che per adesso sta riguardando le zone ad est dell’Eufrate in Siria, interviene anche l’Onu. Come si apprende in un lancio dell’AdnKronos, secondo il commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet, “l’Isis starebbe indiscriminatamente giustiziando tutti coloro accusati di collaborare con le forze Sdf”. Processi sommari, durante i quali vengono compiuti abusi e torture e che successivamente culminano con l’uccisione dei sospettati. Spesso però, tra di essi, ci sono semplici civili o comunque persone che nulla hanno a che fare con la battaglia in corso. 

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Ad essere a rischio, secondo l’Onu, sono almeno settemila civili rimasti “intrappolati” nella sacca in mano all’Isis che l’Sdf non riesce ad espugnare. Non solo razzie ed uccisioni da parte dell’Isis, ma anche rapimenti a scopo intimidatorio ed estorsivo ad opera dei miliziani jihadisti. In alcuni casi i civili vengono usati anche come pedine di scambio per la liberazione di combattenti dell’Isis catturati dai filo curdi. Nel corso della conferenza stampa dove la Bachelet ha esposto le preoccupazioni della sua commissione, tenuta nella sede Onu di Ginevra, tra i pericoli per i civili sono stati inclusi anche i bombardamenti compiuti dalla coalizione a guida Usa. I raid al momento non sortiscono effetti sotto il profilo militare, ma avrebbero ucciso e ferito negli ultimi giorni numerosi civili. 

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