Già da inizio anno l’Isis stava alzando la testa. Lo si è visto in diversi attacchi compiuti tra Siria e Iraq, lì dove il califfato è sorto e dove poi si è sciolto nel 2019 con l’avanzata di russi e siriani da un lato e di filocurdi e iracheni, sostenuti dagli Usa, dall’altro. Adesso che le attenzioni di tutti gli attori principali internazionali sono proiettate sull’Ucraina, i miliziani islamisti stanno provando ad attaccare sia nel deserto siriano che in quello iracheno. Con la prospettiva inquietante di tornare a vedere nuovamente l’Isis in azione in tutto il medio oriente e non solo.



I nuovi attacchi dell’Isis

Lo Stato Islamico dal deserto siriano ha iniziato a indietreggiare nell’estate del 2017. In quei mesi, dopo che a marzo le truppe siriane assieme a quelle russe hanno conquistato Palmyra, le forze di Damasco si sono potute spingere in tutte le zone rurali a est di Homs, fino a Deir Ezzor, la città assediata da anni dall’Isis. Dall’altro lato, le milizie filo curde aiutate dall’aviazione della coalizione a guida Usa hanno iniziato a premere su Raqqa completando il lavoro nel marzo 2019, con la caduta di Baghouz. Da allora lo Stato Islamico non esiste più. Eppure sia l’esercito siriano che le forze curde hanno annotato attacchi e vittime tra le loro fila. Nelle ultime settimane addirittura da Damasco hanno fatto sapere che 65 soldati sono morti a causa di imboscate da parte dell’Isis. I miliziani agiscono sfruttando l’asperità del territorio, escono allo scoperto dai loro nascondigli con jeep o mezzi a due ruote, colpiscono checkpoint governativi e poi si ritirano. In questa maniera è difficile distruggere le ultime sacche islamiste rimaste in zona.

L’unica soluzione potrebbe arrivare dagli attacchi aerei. Per farlo Damasco ha bisogno dell’aviazione russa. Mosca però è impegnata in Ucraina. La Difesa russa per la verità non ha ridimensionato in modo netto il proprio contingente in Siria. Ma è chiaro che per adesso per il Cremlino ha altre priorità. Le incursioni aeree sono diminuite, report dal Paese arabo parlano di alcuni obiettivi colpiti da elicotteri impiegati dai russi nel deserto siriano. Niente però grandi offensive come quelle del 2017.

L’Isis di tutto questo è consapevole. Sa che non è nel mirino delle forze di Mosca come qualche anno fa. E così oltre ad aumentare i suoi attacchi nel deserto starebbe provando anche a riorganizzarsi. Non è un caso che al di là dell’Eufrate i miliziani stanno mettendo a dura prova anche i filocurdi. Il sito MasarPress nelle scorse ore ha riferito di tre militanti curdi uccisi nella provincia di Deir Ezzor a causa di un attacco dell’Isis. Cellule sempre più agguerrite dunque e pronte ad approfittare del vuoto parzialmente lasciato dai russi e dagli altri attori internazionali presenti in Siria.

La nuova strategia del califfato

I gruppi dell’Isis tornati attivi non hanno attinto da nuove risorse. Lo Stato Islamico cioè non è tornato a combattere perché al suo interno sono emerse nuove figure. Al contrario, secondo l’intelligence irachena gli islamisti non sono più in grado di fare proseliti nemmeno tra i sunniti. Le violenze effettuate durante l’era del califfato e la distruzione delle città causata dalla guerra contro l’Isis ha tolto popolarità al movimento. Dunque, la strategia dello Stato Islamico adesso è destinata a basarsi su due punti. In primis, riorganizzare i militanti ancora in libertà sfuggiti al collasso del califfato. In secondo luogo far uscire miliziani ancora imprigionati. In Siria specialmente, far evadere i terroristi in cella appare più semplice che in Iraq. Questo perché una buona fetta di miliziani è rinchiusa sotto custodia delle forze filocurde, le quali non hanno le risorse necessarie per gestire carcere e campi di prigionia super affollati.

Ad Al Hasakah a gennaio un attacco dell’Isis a una prigione ha ucciso almeno un centinaio di guardie curde e ha fatto evadere decine di terroristi. Da anni gli stessi curdi chiedono di far evacuare da qui i miliziani incarcerati, ma senza successo. Molti di loro sono foreign fighters occidentali non voluti dai Paesi di origine. Ora il rischio è che Siria e Iraq diventino una polveriera. La guerra in Ucraina potrebbe influire in almeno due modi. Sia per la distrazione di Russia e Usa dalla regione e sia perché le società di questi Paesi già al collasso potrebbero impoverirsi sempre di più a causa dell’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità causati dallo stop all’import di grano ucraino.

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