Nel Karabakh, antica vena scoperta del Caucaso meridionale, la pace e la riconciliazione continuano ad avere la forma di un miraggio, di qualcosa che si può intravedere ma non raggiungere, nella quale si può sperare ma non si deve confidare.

Perché oggi, ad un anno e due mesi dalla fine della seconda guerra del Karabakh, il clima nella regione continua ad essere pesante, nell’aria persiste l’elettricità, come mostrano e dimostrano gli episodici e periodici confronti armati tra i militari azerbaigiani e i separatisti filoarmeni, l’ultimo dei quali, mortale, avvenuto a cavallo tra l’11 e il 12 gennaio. Eppure, nonostante tutto, una luce in fondo al tunnel sembra esserci.

Nel Karabakh si spara e si muore ancora

Territori liberati del Karabakh, sera dell’11 gennaio 2022. Sono approssimativamente le 23 quando i militari azerbaigiani di stanza nei distretti di Tovuz e Kalbajar vengono messi in allerta da uno sciame di fuoco proveniente dal buio. È l’inizio di un attacco a sciame, consumato in una pluralità di villaggi simultaneamente – Aghbulag, Asrik Jirdakhan, Gosha, Kokhanebi, Munjuglu, Zeylik e Yellija – e proveniente da due luoghi ben definiti: le postazioni militari armene di Yukhari Shorzha (Basarkechar) e di Chinarli e Mughanjig (Shamshaddin).

L’attacco a sorpresa, condotto a mezzo di armi leggere e mitragliatrici pesanti, dura per sei ore, ovverosia fino alle cinque del mattino successivo, e si conclude con un bollettino piuttosto pesante: quattro morti (tre armeni e uno azerbaigiano). Quattro morti sono tanti, troppi, considerando che, sulla carta, tra Armenia e Azerbaigian è in vigore un regime di cessate il fuoco dal 10 novembre 2020.

Il copione è il solito, lo stesso di sempre: Baku accusa Erevan, mentre quest’ultima nega e respinge al mittente ogni addebito. E uguale è ciò che accade dopo lo scontro a fuoco: stabilire chi dice la verità e chi mente risulta impossibile, salvo l’emergere di prove incontestabili, mentre i garanti della pace, Russia e Turchia, si trovano costretti ad alzare la cornetta del telefono rosso per placare gli animi ed evitare che una provocazione diventi un casus belli. Ma questa volta, forse, il fuoco non è stato aperto per provocare, quanto per negoziare.

Provocare per negoziare

Potrebbe non essere una coincidenza, e probabilmente non lo è, che uno dei più gravi confronti armati tra gli ex belligeranti sia avvenuto alla vigilia degli storici colloqui di riconciliazione tra Armenia e Turchia, che cominceranno a Mosca il 14 di questo mese. Un messaggio firmato col sangue, dal mittente ignoto ma dal contenuto lapalissiano: il fuoco si può riaccendere da un momento all’altro. Provocare per negoziare, più che per boicottare: un classico da manuale.

I rapporti tra turchi e armeni non sono mai stati semplici, anche perché i primi non hanno mai voluto riconoscere il genocidio commesso nei confronti dei secondi, ed è dal 2009, anno della firma dei protocolli di Zurigo, che non tentavano di superare la condizione di ibernazione diplomatica. Firmati sotto gli auspici di Stati Uniti, Russia e Francia, gli accordi di normalizzazione avrebbero avuto una vita brevissima, in quanto falcidiati dalla Corte costituzionale dell’Armenia l’anno seguente e definitivamente dichiarati nulli, sempre da parte armena, nel 2018.

Oggi come in passato, complice il nodo del genocidio armeno, gli aspiranti firmatari si dirigono verso il tavolo negoziale coi piedi di piombo, preferendo esibire una saggia cautela in luogo di uno smodato ottimismo. Diversamente dal passato, però, sono il contesto internazionale e la suddivisone del potere regionale a esigere da loro lo sforzo di scrivere la storia, di voltare pagina:

  • L’Armenia ha perduto la seconda guerra del Karabakh e non possiede né l’economia né la forza, e neanche la demografia, per sostenere uno sforzo bellico nel prossimo futuro. A complicare la situazione, poi, l’obbligato abbandono di ogni pretesa di autonomia da Mosca nel dopoguerra.
  • L’Azerbaigian, contrariamente al passato, appoggia l’idea della normalizzazione per varie ragioni, tra le quali una percezione di sicurezza molto forte e la necessità di un’Armenia amica per sbloccare i lavori tra Nakhchivan e Zangezur.
  • La Turchia, causa il nuovo corso politico inaugurato alla Casa Bianca dall’amministrazione Biden, ha preferito ridurre a tempo indefinito gli eccessi di muscolarismo in alcuni teatri, tra i quali Armenia e Israele, ottenendo in cambio vari benefici, come il ruolo di faccendiere degli Stati Uniti nel geostrategico Afghanistan.
  • Vladimir Putin, decifrando i messaggi crittati della presidenza Biden dei mesi precedenti – come l’eloquente riconoscimento del genocidio armeno –, abbisogna di offrire al figliol prodigo Nikol Pashinyan qualcosa di altrettanto prezioso per averne la lealtà, come l’agognata pace con la temuta Turchia. In secondo luogo, è una questione di immagine – la Russia come potenza al servizio della pace. Infine, ha fretta di irrobustire i punti deboli del proprio estero vicino, come il Caucaso meridionale, nella consapevolezza che la competizione tra grandi potenze è entrata nella fase delle “periferie al centro“.

Il sangue di armeni e azerbaigiani ha macchiato la vigilia dei colloqui di riconciliazione tra Armenia e Turchia, ma questo non ne decreta aprioristicamente il fallimento. Perché a volte, repetita iuvant, si provoca più per trattare che per sabotare. E perché il mondo del 2022 è radicalmente diverso da quello del 2009. Ma se sarà tanto diverso da incoraggiare due acerrimi nemici a fare pace, lo si saprà soltanto prossimamente.

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