La Libia, o perlomeno quella nata come colonia italiana e governata da Re Idris prima e Muhammar Gheddafi poi, non è composta soltanto da Cirenaica e Tripolitania che, pur tuttavia, costituiscono nucleo storico e culturale di fondamentale importanza ospitando due città ultra secolari come Bengasi e Tripoli; quella Libia, che fino al 2011 era unita nel segno della Jahmayiria (Repubblica delle Masse, in arabo) gheddafiana, aveva anche un’altra regione storica di grande importanza: si tratta del Fezzan, il quale ricopre da secoli un ruolo di primo piano nelle comunicazioni tra il Sahel ed il Mediterraneo ed è composto in gran parte dalle sabbie del Sahara. Capoluogo di questa regione è Sebha che, a differenza delle sopra citate Tripoli e Bengasi, non è una metropoli ma ha ugualmente assunto nel corso degli ultimi decenni una funzione fondamentale nella Libia moderna.

Le battaglie per il controllo di Sebha

Sebha si trova, di fatto, quasi a metà strada tra le coste del Mediterraneo ed il confine con il Niger: da questa città si snodano diverse arterie importanti che conducono nel sud della Cirenaica, così come a ridosso di Bani Walid e dei monti che segnano il confine tra il Sahara e le regioni costiere della Tripolitania; il controllo del capoluogo del Fezzan, per chiunque voglia garantirsi il controllo dell’intera Libia, è tanto importante quanto quello della stessa capitale libica o di Bengasi. Ecco perché, dopo la caduta di Gheddafi, le varie tribù che abitano questa regione hanno da subito provato a conquistare Sebha e, con essa, tutti i vari snodi che permetterebbero il controllo del Fezzan e del sud del paese. Dai Tebu, etnia di ceppo etiope stanziata lungo la parte meridionale del Sahara, ai tuareg, dagli Awlad Suleiman ai Gaddadfa (la tribù a cui apparteneva l’ex rais), gli scontri hanno vissuto alti e bassi negli ultimi sei anni all’interno di un quadro di costante e generale tensione.

Un primo apice lo si è toccato nello scorso mese di novembre quando, a causa di un episodio a prima vista marginale e secondario, è scoppiata una prima grande faida tra le tribù dei Gaddadfa e quella dei Awlad Suleiman: in particolare, all’interno di un mercato della città di Sebha, una scimmia è saltata addosso ad una studentessa; non si sa se il gesto è stato intenzionale o meno, fatto sta che l’animale era all’interno di una bancherella gestita da membri dei Gaddadfa, mentre la studentessa apparteneva agli Awlad Suleiman e questo è stato visto dai membri del suo clan come uno sfregio. Da quel momento, è scoppiata una battaglia per il predominio in città che ha causato decine di vittime da ambo le parti: un pretesto così apparentemente banale, cela rivalità mai sopite da anni; se i Gaddadfa sono espressione del potere dell’ex rais, gli Awlad invece discendono da Senussi Omar Massaud e sono legati alla confraternita salafita dei Senussi, acerrimi nemici di Gheddafi.

La cosiddetta “guerra della scimmia” ha lasciato sul campo decine di vittime ed una città come Sebha sul lastrico economico e sociale con, sullo sfondo, anche il conflitto intralibico tra la cosiddetta ‘Terza Forza’, composta soprattutto dalle milizie di Misurata molto vicine agli Awlad, e l’esercito del generale Haftar che invece rappresenta l’ala armata dell’esecutivo di Tobruck e che, nel Fezzan, si avvarrebbe anche di forze provenienti dal Sudan e dal Ciad. Lo scorso 30 marzo a Roma, presso la sede del Ministero degli Interni, le tribù dei Tebu, dei tuareg e degli Awlad hanno firmato un accordo di pace volto a ristabilire gli equilibri e ad evitare reciproche vendette con l’obiettivo, tra le altre cose, di frenare la rotta mediterranea dell’immigrazione che proprio a Sebha trova uno dei suoi hub logistici principali; pur tuttavia, non appare affatto semplice al momento passare dalle buone intenzioni ai fatti, anche se non mancano al momento contatti ed incontri volti ad attuare gli accordi di Roma.

La strage di Brak al-Shati

Le aspirazioni di Haftar miranti a controllare l’intera Libia, passano anche dalla conquista di Sebha: il capoluogo del Fezzan, come scritto in precedenza, è cruciale per le sorti del paese e quindi anche della guerra sorta dopo il 2011 per il controllo dei territori appartenenti a quel che resta dello stato libico; consolidate le proprie posizioni in Cirenaica e nei terminal petroliferi di Ras Lanuf, il generale (promosso maresciallo di Libia dal parlamento di Tobruck), dallo scorso mese di novembre ha intrapreso una lunga e difficile campagna volta alla conquista del sud del paese. La prima svolta è arrivata mentre a Sebha era in corso la guerra della scimmia: in particolare, le forze di Haftar hanno preso possesso dell’importante base aerea di Brak al-Shati, lontana non più di 60 km dal capoluogo del Fezzan. Da questo momento in poi l’ascesa del generale nel deserto libico è stata costante e continua.

Il 2 maggio però, lo stesso Haftar ha firmato negli Emirati Arabi Uniti un primo accordo con Al Serraj, a capo del governo di Tripoli voluto dall’ONU: le due controparti rappresentative dei rispettivi esecutivi che si contendono il potere in Libia, hanno concordato un percorso volto a portare alle urne il paese nel 2018 e ad un graduale processo di stabilizzazione. Pochi giorni dopo però, lo scenario è nuovamente cambiato: un attacco effettuato proprio nei confronti della base di Brak al-Shati effettuato il 18 maggio, ha provocato la morte di 141 soldati legati ad Haftar; si è trattato della perdita più imponente dall’inizio della guerra per il generale, la cui risposta non si è fatta attendere. Tobruck ha accusato l’esecutivo di Al Serraj per la strage, ma lo stesso premier libico ha negato con forza di essere a conoscenza di iniziative contro la base sopra citata; pochi giorni dopo, Al Serrai ha sospeso dalla carica il suo Ministro della Difesa, Mahdi Al Barghati, legato alle milizie di Misurata.

Questi fatti denotano due elementi importanti: il primo concerne la conferma che Al Serraj non può contare, a differenza di Haftar, di un proprio esercito e deve fare affidamento alle milizie di Misurata, le stesse responsabili della barbara uccisione di Gheddafi e supportate in primo luogo dagli USA ma anche dal nostro paese in funzione anti ISIS a Sirte; in secondo luogo, la sospensione dal suo ruolo proprio di uno dei leader delle brigate di Misurata, denota un certo disallineamento tra il premier libico voluto dall’ONU e le milizie. Infatti, anche se lo stesso Mahdi Al Barghati non ha ammesso alcuna responsabilità sull’attacco, pur tuttavia è lo stesso governo di Al Serraj a metterlo sotto accusa con sullo sfondo quindi il sospetto di un boicottaggio degli accordi tra il premier ed Haftar da parte delle forze di Misurata.

Haftar avanza mentre Al Serraj appare sempre più isolato

La risposta all’attacco subito a Brak al-Shati, da parte del generale fedele a Tobruck, non si è fatta attendere: da un lato, il controllo sulla base è stato conservato mentre, dall’altro lato, il suo esercito è avanzato a Jufra ed ha conquistato un importante centro militare da cui in teoria è possibile colpire anche la stessa capitale Tripoli. Sebha rimane nelle mani della Terza Forza, ma l’esercito di Haftar è molto vicino alla periferia del capoluogo del Fezzan, specie dopo la presa della base di Albouyusuf: l’impressione è che, nel giro di pochi mesi, le forze di Tobruck potrebbero detenere gran parte della regione desertica del sud della Libia ed attaccare la stessa Sebha, proiettandosi di fatto alle porte della Tripolitania. Pur tuttavia, il controllo di questa vasta zona appare difficile: Haftar non dovrà fare i conti solo con Al Serraj e, per riflesso, con le temibili milizie di Misurata, ma davanti a sé ha la prospettiva dell’instabilità dovuta alle infinite rivalità etnico tribali tornate a galla dopo la fine del regime di Gheddafi, l’unico al momento in grado di tenere le varie fazioni a bada.

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