Sono 20mila, secondo le stime, gli afghani che combattono oggi sotto bandiera iraniana in Siria.

Ne sarebbero già morti a centinaia per salvare Bashar al-Assad e le sue roccaforti. Altri ancora, rapiti o prigionieri. Sbattuti in prima linea per la missione più rischiosa: fronteggiare i miliziani dell’ISIS in questa guerra senza fine. Sono la legione straniera dell’esercito di Teheran: la brigata Fatemiyoun, composta da sciiti afghani della minoranza hazara.

Addestrati e equipaggiati dalla Guardie della rivoluzione islamica, i Pasdaran, i combattenti afghani hanno avuto un ruolo di primo piano in Siria a partire dal 2013. In molti casi giovanissimi – alcuni di loro non hanno più di 16 anni, come denunciato da Human Rights Watch – hanno combattuto per supportare le truppe lealiste a Damasco, Aleppo, Homs, Deir al-Zor, Hama, Lattakia e in prossimità alle alture del Golan. Sono parte delle Brigate Quds, le forze speciali d’elite comandate dal generale Qasem Soleimani, uomo a capo delle missioni all’estero dei Pasdaran iraniani.

Ma non sono soldati come gli altri, gli afghani della brigata Fatemiyoun. La loro storia parte da lontano, e nasce in molti casi dalla disperazione in cui versano gli afghani nella Repubblica islamica.

Sarebbero 950.000 i rifugiati afghani in Iran, secondo le stime dell’UNHCR, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Secondo fonti iraniane, ancora di più. In larga parte, vivono in condizioni pessime e con limitazioni legislative e sociali che rendono impossibili avere una vita decente. Un bacino inesauribile per una guerra che, anche in Iran, sono oggi in pochi a volere combattere. Soldati a buon mercato, reclutati con la promessa di un permesso di soggiorno e 400 euro al mese o poco più. O in altri casi, ricattati e costretti a scegliere fra il fronte in Siria, la deportazione in Afghanistan o la prigione. Questo per l’accusa di essersi introdotti illegalmente in Iran, o per aver commesso altri reati, come il traffico di droga.

Per altri ancora la motivazione è invece religiosa, e i soldati afghani sono stati mobilitati anche per difendere il Mausoleo dedicato a Damasco a Sayyida Zeinab, figlia dell’imam Ali e nipote del profeta Mohammad. Una figura amata e venerata dagli sciiti di tutto il mondo. Ma spesso anche la fede non basta, e così diversi di loro – segnati dall’orrore della guerra in Siria – hanno disertato, cercando di raggiungere l’Europa insieme agli altri profughi.

Gli afghani della brigata Fatemiyoun sono parte di un’internazionale sciita messa in campo da Teheran per combattere in Siria e espandere l’influenza di Teheran nella regione. Fra loro, anche pakistani, iracheni e libanesi.

Spesso messo in ombra dall’intervento di Mosca, il ruolo dell’Iran in Siria è stato determinante per salvare l’alleato Bashar al Assad, a corto di uomini e di risorse. Un’operazione, naturalmente, di cui Damasco dovrà pagare presto il conto. Un prezzo salato, c’è da giurarci, per ciò che resterà del potere degli Assad nel Paese. E se – come probabile – in futuro si parlerà persiano a Damasco, questo lo si deve anche al sacrificio dei soldati afghani. 

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