Gli Stati Uniti sono pronti a fornire armi di produzione sovietica all’esercito ucraino in via “indiretta”. Un mossa che consentirebbe a Kiev di opporre maggiore resistenza agli “invasori” russi in vista di una chiusura a ribasso dei negoziati. Sopperendo contemporaneamente al problema dell’addestramento per il loro impiego contro il nemico e a tutte le problematiche relative alla “provenienza” di armi di fabbricazione occidentale che potrebbero innescare un’escalation. Una tattica simile a quella che venne impiegata dalla CIA per favorire la vittoria militare dei mujaheddin durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan.  Anche in quel caso i funzionari dell’intelligence di Washington si avventurarono nei mercati d’armi dell’Europa orientale e negli arsenali di potenze che avevano fatto affari con il Cremlino per combattere le loro guerre, con l’obiettivo di reperire tutto ciò che poteva essere sparato contro i russi senza che i russi potessero attribuire la colpa direttamente allo Zio Sam. A rivelare la notizia è stato come di consueto il New York Times. Secondo le fonti gli attaché del presidente americano Biden avrebbero già preso contatti per portare a termine quello che viene definito “un trasferimento”, dal momento che in questo caso gli americani sembrano voler vestire solo i panni di semplici mediatori, o premurosi spedizionieri.

Le “armi russe” puntate contro Mosca

Per i difensori ucraini non c’è tempo da perdere. E sebbene i sistemi lanciarazzi anti-aereo a anti-carro prodotti da potenze Nato si siano rivelati fino ad oggi l’arma più efficace per frenare l’avanzata delle truppe di Mosca, l’impiego di armamenti più pesanti o sofisticati facilmente riconducibili alla fonte, potrebbe rappresentare un problema per Kiev e per chi le fornisce appoggio.

Per ovviare a queste problematiche – e non solo – Washington ha deciso di rivolgere la sua attenzione sul mercato di armi dell’est Europa, dove gli esperti dell’intelligence sono certi di poter trovare tutto il materiale necessario e compatibile per supportare gli ucraini nella loro resistenza, e forse anche per una controffensiva. Se prima di parlava di pochi e MiG-29 da strappare alla Polonia in cambio di caccia F-16, adesso sul quotidiano newyorkese parlano di centinaia di carri armati T-72 e dei loro surrogati PT-91, sempre posseduti da Varsavia. Questo in virtù di una nuova fornitura di potenti tank Abrams M-1 di produzione americana a quella stessa Polonia che temeva una ritorsione di Mosca per la fornitura di una dozzina di vecchi jet da combattimento. Le forniture di armi per Kiev questa volta vedrebbero coinvolte anche Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia. Le quali potrebbero spedire anche blindati per il trasporto della fanteria Bpm-1, mitragliatrici leggere Pk, un numero imprecisato ma senza dubbio enorme di munizioni per armi di produzione sovietica come l’onnipresente mitragliatore Ak-47 Kalashnikov. E poi sistemi di maggiore efficacia per fermare gli aerei e gli elicotteri russi che violano lo spazio aereo ucraino: come cannoncini antiaerei binati i sistemi anti-aerei S-300 che gli slovacchi hanno promesso in cambio dei sistema anti-aereo Patriot. Una mediazione questa, che sembrerebbe comportare anche una sostituzione (a vantaggio degli Usa) degli arsenali di molte potenze che strinsero il patto di Varsavia e acquistarono miliardi di rubli di armi sovietiche in parte ancora in auge. La prima a muoversi sarebbe stata Praga con un primo invio di vecchi mezzi a Kiev.

Un precedente storico

La fornitura di armi per via indiretta ad attori belligeranti che si trovano a combattere guerre per procura o a “combattere per la libertà” da parte degli Stati Uniti, per mezzo della CIA, non sono una novità dell’ultimo momento. (E non c’è alcun vespaio da sollevare sull’affermazione dal momento che i dati provengono direttamente dall’archivio della National Security Agency, ndr).

A cavallo tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80, per intervenire attivamente nello scacchiere geopolitico ai danni di Mosca e frenare le sue operazioni militare in Afghanistan, le amministrazione Carter e Reagan strinsero patti con il generale fondamentalista Muhammad Zia ul-Haq, salito al governo in Pakistan. L’obiettivo era quello di fornire ai ribelli afgani delle armi che potessero sostenere la loro stoica resistenza contro le soverchiati e meglio armate truppe sovietiche. Washington diede insieme a questo, e finanziamento al Pakistan per centinaia di migliaia di dollari, la sua garanzia di protezione nel caso di una possibile ritorsione di Mosca.

In piena Guerra Fredda l’intelligence americana si era trovata costretta ad opporsi alla richiesta di rifornire i mujahidin con armi moderne di fabbricazione statunitense. Per questo venne impiegata una strategia che sembrava essere già “tradizione” dell’agenzia: acquistare armi straniere – di solito di produzione sovietica – per poter negare ogni tipo di coinvolgimento degli Stati Uniti nel caso si fosse presentato il rischio. “Durante la guerra afgana la CIA acquistò armi di progettazione sovietica dall’Egitto, dalla Cina e da altri paesi e le trasportò in Pakistan”, riportano i documenti governativi. I dossier rivelano in seguito come i fucili cinesi ed egiziani AK-47 e missili antiaerei SA-7 Strela (analogo dello Stinger, ndr) arrivassero in Pakistan già dal 1980, per armare le formazioni ribelli che avrebbero fatto strage di elicotteri d’attacco sovietici Hind e fermato le colonne di mezzi corazzati diretti da un distretto all’altro dell’Afghanistan occupato – fino a dissanguare le finanze di Mosca che già contava migliaia di morti tra i suoi soldati.

La compatibilità tra le armi fornite ai ribelli dai servizi segreti americani via Pakistan e quelle impiegate dai russi allora, avrebbe simulato in caso di un’indagine russa l’ipotesi dell’uso di preda bellica. Mantenendo segreto il finanziamento occulto degli Stati Uniti che era consentito dalla risoluzione Tsongas-Ritter e fortemente voluto dal senatore del Texas Charlie Wilson. Oggi il livello di segretezza non può ovviamente essere paragonato con quello di allora; e le mosse approvate dall’attuale presidente americano Joe Biden – coerenti alle sue dichiarazioni pubbliche rilasciate nei confronti di Vladimir Putin – sembrano attenersi solo ai requisiti minimi per evitare un’escalation globale che non trova garanzie nell’interlocutore russo, e al contrario raccoglie solo minacce dai suoi sottoposti.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.