Missile dopo missile, anno dopo anno, la Corea del Nord ha continuato a testare il suo arsenale incurante delle minacce statunitensi. Non solo Kim Jong Un ha sempre verbalmente replicato a Washington, facendo capire di non essere disposto a scendere a compromessi sulla denuclearizzazione del suo Paese. Il presidente nordcoreano ha continuato imperterrito a innovare la tecnologia militare di Pyongyang, quasi come se fosse consapevole che, almeno nel breve periodo, non ci sarebbe stata alcuna prospettiva di dialogo diretto con Joe Biden, né il rischio che Washington potesse ricorrere alla forza.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata lo scorso 3 ottobre, quando il Nord ha sparato un missile balistico a raggio intermedio (IRBM) verso il Giappone, per un evento che non si verificava dal 2017. Nei giorni seguenti le provocazioni reciproche, da parte di Pyongyang ma pure del blocco Corea del Sud-Stati Uniti, si sono succedute nell’arco di poche ore, tra esercitazioni aeree e ulteriori lanci missilistici.

In uno scenario del genere, mentre gli Usa possono permettersi di mantenere una relativa calma, a pagare il prezzo più alto è la Corea del Sud visto che la capitale Seoul, a differenza di Washington, si trova a una settantina di chilometri dal confine nordcoreano.

Gli ultimi eventi stanno portando il Sud a fare i conti con una prospettiva che potrebbe alterare gli equilibri asiatici: acquisire armi nucleari, comprese le famigerate bombe atomiche tattiche, per contrastare le minacce di Kim. Ma un’eventuale nuclearizzazione della Corea del Sud farebbe tornare il Paese indietro nel tempo e lo metterebbe di fronte ad una scelta difficile: affidarsi alla ridistribuzione delle armi nucleari tattiche statunitensi nel Paese – le stesse armi ritirate negli anni ’90 – oppure acquisirne di autoctone.

In entrambi i casi, ammesso e non concesso che il Sud intenda davvero dotarsi dell’opzione nucleare, è oggettivamente improbabile che gli Stati Uniti possano essere favorevoli ad un così rischioso cambio di passo.

Tra l’ombrello Usa e l’opzione nucleare

L’idea di dotare la Corea del Sud di armi nucleari risale al 2006, anno del primo test nucleare nordcoreano. Una simile mossa era giustificata da due dottrine strategiche: la distruzione reciproca assicurata e l’equilibrio del terrore, due dottrine conseguibili mediante il possesso di armi nucleari. In altre parole, possedere queste armi avrebbe spinto il nemico a non fare mosse azzardate per paura di scatenare un conflitto senza vincitori. Da allora sono trascorsi quasi due decenni e la questione coreana si è complicata anziché risolversi, al netto del fuoco di paglia incarnato dal tentativo diplomatico di Donald Trump.

Park Won-gon, professore di scienze politiche presso Università Ewha, ha spiegato al South China Morning Post che l’idea della nuclearizzazione della Corea del Sud ha preso piede negli ultimi mesi, soprattutto tra coloro che sostengono politiche aggressive, a causa delle crescenti minacce nucleari dal Nord. Come se non bastasse, la velata minaccia russa di usare armi nucleari nella guerra contro l’Ucraina ha sdoganato il tema, non solo tra gli esperti ma anche all’interno della società civile.

In teoria, Washington sarebbe disposta a proteggere il Sud e altri alleati privi del nucleare offrendo ai vari partner il suo ombrello nucleare. Il punto è che le risorse statunitensi, da utilizzare per possibili rappresaglie, potrebbero essere troppo lontane per essere a portata di mano in caso di attacco del Nord, a maggior ragione se pensiamo alla Corea del Sud. Anche perché, come detto, Pyongyang ha innovato le proprie armi.

Arginare Kim

Alcuni accademici ritengono che la possibilità che il Sud sviluppi armi nucleari, e un conseguente domino nucleare nella regione, aggiungerebbe anche pressioni sulla Cina affinché svolga un ruolo più attivo nel spingere il Nord a rinunciare alle armi nucleari.

In tutto ciò il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol ha più volte avvertito il Nord di aspettarsi una risposta “risoluta” e “travolgente” da parte di Seoul e Washington nel caso in cui dovesse usare armi nucleari. Allo stesso tempo, Yoon è sembrato ambivalente sull’ipotesi di ridistribuire le armi nucleari tattiche statunitensi in Corea del Sud, spiegando di voler “ascoltare attentamente le varie opinioni a Seoul e Washington” e che “le stava contemplando”.

Se l’opzione che il Sud possa acquisire armi nucleari autoctone appare irrealistica, alla luce del potenziale danno d’immagine che una simile decisione farebbe ricadere sugli Stati Uniti, la seconda ipotesi, il ritorno delle armi nucleari tattiche Usa sul suolo sudcoreano, è teoricamente più plausibile. Il motivo è semplice: questa scelta rafforzerebbe l’alleanza tra Corea del Sud e Usa.

Dall’altro lato, una Corea del Sud “schermata” dal nucleare statunitense scatenerebbe una piccata reazione cinese, per niente felice di ritrovarsi a pochi passi un Paese dotato di un’arma letale. Nel frattempo il Nord continua a testare missili. E gli Stati Uniti non hanno ancora capito come fermare Kim.

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