La Cina è sempre stata una potenza terrestre, un gigante che negli ultimi cent’anni ha potuto contare su un mastodontico esercito capace di garantirle la sicurezza interna da ogni possibile minaccia esterna. Oggi Pechino ha altre esigenze, in primis espandere la propria sfera di influenza oltre i confini nazionali; inoltre vuole aprirsi nuove rotte commerciali marittime lungo corridoi prima inesplorati e arginare l’avanzata degli Stati Uniti nella regione indo-pacifica. Gli americani, al contrario dei cinesi, hanno sempre potuto sfoggiare una temibile potenza navale, la stessa che non ha mai avuto il governo cinese. Xi Jinping ha capito che per invertire la tendenza era necessario riformare l’esercito e, in effetti, così è stato fatto, con il taglio delle forze terrestri e il rafforzamento di corpi speciali e marina militare. In un mondo liquido immerso nella globalizzazione, dove le relazioni economico-commerciali formano un reticolato che avvolge l’intero globo, è fondamentale avere il controllo dei mari.

Il confronto Cina-Stati Uniti

Al di là dell’aspetto commerciale, è interessante analizzare quello militare. Al momento, il gap tra Stati Uniti e Cina è ancora piuttosto evidente, eppure Washington non si è mai azzardata ad andare oltre le provocazioni; questo perché – la storia lo insegna – gli americani scendono in campo solo quando hanno la matematica certezza di avere la meglio, e laddove hanno ignorato questo proposito, sono andati incontro a vere e proprie catastrofi. Il Pentagono sa di essere ancora in vantaggio nel testa a testa con la Cina, ma se in tutti questi anni non ha mai pensato di muovere guerra al gigante asiatico significa che sa che farlo può essere pericoloso. Soprattutto nel caso in cui lo scontro dovesse avvenire nel “cortile di casa” cinese. Un’evenienza del genere, penseranno alcuni, è solo fantapolitica. Eppure molti analisti, sia americani che cinesi, producono report su report di possibili simulazioni di ipotetici conflitti nelle circostanze più disparate.

La Grande Muraglia sottomarina cinese

Dal punto di vista cinese è interessante notare come Pechino si sia concentrata su come essere letale in una guerra sottomarina. Come sottolinea National Interest, la Cina è consapevole che basare un eventuale conflitto solo su missili balistici o colpi di precisione può rivelarsi quanto mai pericoloso. Come detto, gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico perché, almeno in teoria, sono ancora in grado di difendersi alla grande. La Cina ha quindi pensato di sviluppare le sue capacità sottomarine, puntando su sottomarini e robot di vario tipo. Il Dragone, ancora una volta, sa di partire con un handicap, visto che gli Stati Uniti hanno molta più esperienza nel funzionamento dei sottomarini. In ogni caso, un articolo apparso nel 2015 su China Ocean News ci fornisce valide indicazioni per capire l’obiettivo cinese. L’intento è quello di costruire una “Grande Muraglia sottomarina”, basata su un accurato “sistema di monitoraggio sottomarino”, tra l’altro strettamente collegato a varie applicazioni non militari di tale sistema, fra cui la segnalazione anticipata di catastrofi naturali.

Mine e piattaforme non convenzionali

I primi elementi di un sistema di osservazione sottomarino cinese sono entrati in acqua nel 2010. Nel corso degli anni seguenti sono sorti nuovi progetti: da quello presente sull’isola di Hainan (2011) a quello di Shanghai (2013). Accanto al complesso apparato di osservazione trovano spazio altre due novità: l’utilizzo di piattaforme non convenzionali (come pescherecci o navi della guardia costiera) per pattugliare le aree operative avversarie e l’edificazione di un bastione difensivo composto da mine marine. La Cina sta costruendo una seconda Grande muraglia, questa volta immersa nelle profondità dei suoi mari.

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