Quanto sta accadendo a Hong Kong, con la ripresa delle proteste popolari in merito allo status particolare della ex colonia britannica in cui vigeva, è proprio il caso di usare il tempo imperfetto, un doppio status giuridico, apre una seria riflessione sull’attuale postura di Pechino sia dal punto di vista diplomatico sia da quello squisitamente pragmatico alla luce del mutato scenario internazionale, frutto del diverso corso in politica estera degli Stati Uniti, della situazione interna alla Cina, dove Xi Jinping sta operando lentamente ma costantemente una piccola rivoluzione per eliminare gli elementi corrotti del regime e per lanciare il Paese verso il raggiungimento dell’obiettivo di diventare a tutti gli effetti una potenza globale concorrente, in modo efficace, degli Usa.

La svolta nell’approccio cinese

Dal punto di vista prettamente esterno, la Cina ormai da diverso tempo ha radicalmente cambiato il suo atteggiamento diplomatico e non solo, con una sempre maggiore e attiva presenza nei suoi schwerpunkt, i punti di attrito, che la riguardano più da vicino: Taiwan, Hong Kong ed il Mar Cinese Meridionale sono dossier centrali per l’agenda politica del Politburo di Pechino, così come lo sono sempre stati nella storia, se pur in modo diverso. Oltre a dichiarazioni ufficiali sulla nascita di una nuova “Guerra Fredda” con Washington, che lasciano presagire la volontà di non subire più la politica estera statunitense ma di porsi come contraltare internazionale, recentemente le dichiarazioni su Tawian, la provincia “ribelle” da sempre considerata da Pechino come facente parte della madrepatria, permettono di aggiungere un tassello importante alla visione strategica della leadership politica cinese.

Li Zuocheng, capo di Stato maggiore e membro della Commissione Centrale Militare, ha riferito venerdì, in via ufficiale, che “se la possibilità di una riunificazione pacifica è perduta, le Forze Armate, e l’intera nazione incluso il popolo di Taiwan, prenderanno tutte le necessarie misure per schiacciare risolutamente tutti i tentativi separatisti” aggiungendo che “non promettiamo di abbandonare l’uso della forza e ci riserviamo l’opzione di prendere tutte le misure necessarie per stabilizzare e controllare la situazione nello stretto di Taiwan”. La Cina, ad onor del vero, ha quasi sempre usato questo tipo di retorica diplomatica sulla questione taiwanese, ma quello che è cambiato rispetto solo a un decennio fa è la reale possibilità della minaccia, ovvero la credibilità: ben diversa quella di oggi rispetto a quella di un tempo, proprio grazie alla massiccia campagna di armamento messa in atto che punta a dotare la Cina di uno strumento militare efficace e moderno per poter perseguire i propri obiettivi di politica estera. Del resto già da qualche tempo negli ambienti militari cinesi c’è chi pensa che sia possibile contrastare lo strapotere militare convenzionale americano: già a dicembre del 2018 il vice ammiraglio Luo Yuan, teorico militare presso l’Accademia delle Scienze Militari del Pla (People’s Liberation Army), aveva affermato che “gli Stati Uniti temono la morte” riferendosi alla reale volontà di Washington di rischiare l’affondamento di una portaerei con la perdita del suo intero equipaggio, e a fargli eco, sempre nello stesso periodo, è stato Dai Xu, presidente dell’Istituto di Sicurezza e Cooperazione Marittima di Pechino e colonnello dell’Aeronautica Militare Cinese, che durante una conferenza nella capitale aveva espressamente affermato che un incidente nel Mar Cinese Meridionale con la Us Navy sarebbe auspicabile per poter rispondere in modo adeguato e scatenare un conflitto che porterebbe, come conseguenza, alla riunificazione di Taiwan alla Cina. Proprio il Mar Cinese Meridionale si candida, insieme a Taiwan, ad essere terreno aperto di confronto tra i due “giganti”, con Washington che ha dimostrato di cambiare postura, passando dal semplice schieramento di mezzi navali e aerei per garantire il diritto alla libertà di navigazione (politica che gli Stati Uniti hanno da sempre condotto ovunque nel mondo) ad un intervento più diretto e mirato, ovvero con l’invio di navi militari per effettuare la scorta a vascelli impegnati nella ricerca di idrocarburi dei Paesi alleati o comunque “amici”, con in prospettiva il progetto di aumentare considerevolmente la presenza militare nel settore indopacifico con la nascita dell’Ipdi, l’Indo-Pacific Deterrence Initiative.

Washington sembra quindi “correre ai ripari” dopo che, col cambio di esecutivo, la sua strategia in politica estera è cambiata, ma sarebbe meglio dire è stata fraintesa: il maggiore interesse verso il fronte interno da parte della Casa Bianca, comunque più di propaganda che di fatto, ha provocato una reazione da parte degli avversari degli Stati Uniti, in primis della Cina, e da parte degli Alleati. Se attori come il Giappone o la Corea del Sud si sono sentiti “abbandonati” e quindi hanno cominciato una nuova politica di riarmo, ovvero proprio quello che Trump auspicava per “dividere i costi” della sicurezza globale, dall’altro questo apparente indietreggiare ha spinto la Cina in avanti: in geopolitica, come in natura, il vuoto non è contemplato. Adesso pertanto a Pechino c’è chi pensa che, tutto sommato, Washington potrebbe non impegnarsi in un conflitto per la difesa di Taiwan o per il Mar Cinese Meridionale (figuriamoci per Hong Kong) e soprattutto, come abbiamo visto, c’è anche chi pensa, negli ambienti militari, che ci sia la possibilità di vincere un conflitto convenzionale regionale contro gli Stati Uniti. Si stanno quindi preparando gli ingredienti per la ricetta del disastro.

Non tutte le Cine sono di Xi

Nel caso dell’assertività crescente di Pechino non va poi sottovalutata la rilevanza assunta dal fronte interno come fattore propulsivo per una politica estera funzionale all’aumento del prestigio e dell’influenza del gruppo dominante in patria.

Xi Jinping ha, infatti, ribaltato una tendenza pluridecennale al basso profilo della Cina negli affari internazionali. Mao Zedong si fece interprete di una politica estremamente ideologica prima, di una linea anti-sovietica contraddittoria poi (comprendente anche il sostegno a regimi come quelli di Cile e Zaire, ferocemente anticomunisti ma ritenuti amici in quanto invisi a Mosca) e, nella fase finale della sua esperienza di una politica pragmatica fondata sulla diplomazia del ping-pong. Deng Xiaoping e i suoi successori costruirono invece una politica estera fortemente economicista, orientata al commercio e basata sul rifiuto di strappi radicali.

Xi Jinping ha completamente stravolto questi paradigmi forte, tra le altre cose, di una maggiore capacità d’azione da parte delle forze armate dell’Impero di Mezzo, di una postura economica di livello globale e, soprattutto, di una capacità di individuazione delle priorità strategiche della Cina che faceva difetto ai suoi predecessori. Il “pensiero di Xi Jinping” iscritto nel 2017 nella Costituzione cinese è dottrina politica (ambizione a un “moderno e prospero Paese socialista”), geopolitica (indicazione dell’annessione di Taiwan come obiettivo a medio termine) ed economica, con il grande progetto della “Nuova via della Seta”. Questo dà l’idea della portata dell’ambizione del leader di Pechino ma anche delle sfide che la sua leadership deve, in continuazione, affrontare: e l’aumento del peso relativo della politica estera nel calcolo e nella dialettica istituzionale a Pechino ha un suo riflesso nella necessità di Xi di presentarsi come l’uomo capace di aumentare il prestigio del Paese, il vincitore perenne, di fronte a gruppi rivali potenzialmente in grado di metterlo fuori gioco.

Ha una valenza triplice anche la più famosa faida combattuta da Xi nei suoi sette anni di potere: nel 2017 si è arrivati allo scontro col gruppo dell’anziano ex presidente Jiang Zemin, considerato l’uomo più potente del Paese dalla morte di Deng all’ascesa di Xi. Jiang guida la “gang di Shangai”, fortemente critica dell’accentramento del potere in una figura ostile al suo circolo e costituitasi nella scalata dell’ex segretario del Partito Comunista Cinese dalla guida della metropoli portuale all’ingresso ai palazzi del potere della Città Proibita. Per controbilanciare la profonda influenza di Shangai sulla politica e l’economia Xi ha dapprima messo in mano al suo stratega Wang Qishan le leve della politica anti-corruzione, che ha spezzato diversi legami col tessuto produttivo ed economico del Paese, poi ha esaltato il ruolo e la centralità di metropoli come Wuhan e Xi’an nelle vie della seta e, infine, ha irreggimentato la città rivale di Pechino nella sua grand strategy avviando la doppia proiezione, militare e commerciale, delle rotte oceaniche su cui la Cina mira ad espandersi.

Questo episodio testimonia come per la leadership di Pechino la politica estera e la proiezione globale della Cina siano fattori di equilibrio interni. Xi è un vincente condannato a stravincere, a spostare sempre più in alto l’asticella per premunirsi da sfide o attacchi alle spalle: il caso Hong Kong è, con le dovute distinzioni e i correnti accordi internazionali, un’espansione della questione Shangai, solo che per Pechino risulta più difficile giocare sull’ambiguità tra politica interna e politica estera. L’esacerbazione della rivalità con Washington in questo senso compatta il fronte interno verso obiettivi comuni e nasconde la realtà dei fatti: e cioè che nel gestire il dossier del Porto Profumato Pechino abbia messo il piede in fallo, agendo in maniera poca coordinata. In questo contesto, la denuncia di ingerenze esterne, inverno impossibili da negare, è un messaggio, oltre che ai protestanti di Hong Kong, ai rivali della leadership, passabili di accuse infamanti di collusione con potenze straniere. Tutto è sotto il cielo ma citando Mao, sotto il cielo stesso grande è la confusione per la Cina e il suo scenario geopolitico di riferimento: la situazione è tutt’altro che eccellente, e dal cuore della Cina le tensioni internazionali si riverberano, contribuendo a rendere potenzialmente infuocata l’arena decisiva per gli scenari geopolitici planetari.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.