Ha ragione Nicholas Kristof, nel suo editoriale sul New York Times di oggi: la guerra degli Stati Uniti all’Iran è già iniziata e ha già mietuto qualche migliaia di vittime. Il campo di battaglia? Lo Yemen. Qui da anni si sta combattendo una guerra senza quartiere, che vede contrapposti i ribelli Houthi (appoggiati da Teheran) ai governativi (sostenuti invece da una coalizione militare guidata da Riad). “Solo pochi giorni fa – scrive il quotidiano di New York – le bombe (forse di fabbricazione americana) hanno ucciso quattro bambini yemeniti. Ogni 12 minuti muore un altro bambino nello Yemen”.

Sia chiaro: in questo conflitto – come in molti altri – non esistono buoni o cattivi. I sauditi bombardano dal cielo, gli Houthi torturano e ammazzano. In mezzo ci sono i civili, come riporta il Nyt: “Ecco la linea di fondo: a causa della nostra ostilità nei confronti dell’Iran e del nostro legame con l’Arabia Saudita, stiamo contribuendo a far morire di fame e bombardare i bambini yemeniti”.

E questo potrebbe essere solamente l’inizio, anche perché il clima continua ad essere sempre più teso. È di queste ore l’annuncio di Al Arabiya che la difesa aerea saudita avrebbe intercettato due missili balistici lanciati dai ribelli Houthi indirizzati verso La Mecca, la città sacra dell’islam. L’attaco è però stato smentito categoricamente dai vertici dei ribelli Houthi: “Il regime saudita sta tentando, attraverso queste accuse, di sostenere la sua brutale aggressione contro il popolo yemenita”.

“Devono essere colpiti”

Tutto inizia nel 2015, quando Mohammad bin Salman inizia la sua avventura in Yemen. L’obiettivo principale è quello di colpire Teheran, colpevole – tra le altre cose – di esser sceso in campo in Siria, permettendo così a Bashar al Assad di rimanere in sella. Per i sauditi si tratta di qualcosa di imperdonabile in quanto nel conflito siriano hanno investito uomini e quattrini. E ora tutto è sul punto di saltare. Bisogna colpire gli ayatollah altrove: in Yemen, appunto.

Questa decisione si rivela però un boomerang, come nota anche il New York Times: “L’intervento saudita ha portato l’Iran ad acquisire influenza in Yemen, mentre i sauditi hanno contribuito a causare quello che le Nazioni Unite hanno definito come la peggiore crisi umanitaria del mondo”.

Lo scenario yemenita ricorda molto da vicino quello che potrebbe accadere se Washington dovesse iniziare una guerra contro Teheran. Non a caso, i media sauditi hanno rispolverato la vecchia espressione di Bin Salman – “devono essere duramente colpiti” – applicandola allo scenario iraniano. Ma Donald Trump dovrebbe fare attenzione, dato che proprio in Yemen si è registrato il primo caduto della sua era. E, soprattutto, deve ricordarsi di una lezione che i suoi predecessori non sembrano aver appreso:

È facile entrare in un conflitto, più difficile uscirne

“400 bambini morti nel 2019”

Le cifre diffuse da Save the Children sono drammatiche. Oltre 19mila raid sauditi hanno colpito il suolo yemenita, provocando la morte o il ferimento di oltre 6500 bambini. Nei primi mesi dell’anno – invece – le bombe saudite avrebbero provocato la morte di 400 bimbi. Gocce, in un mare di sofferenza. Se si guardano le stime, la situazione potrebbe ben presto precipitare: “Un recente studio degli Stati Uniti ha calcolato che se la guerra dovesse finire quest’anno avrebbe comunque causato 233mila vittime, mentre se continuerà fino al 2022 ci saranno 482mila morti. Se invece proseguirà fino al 2030, le Nazioni Unite parlano invece di 1,8 milioni di morti”.

Scenari inquietanti. Che potrebbero peggiorare se applicati allo scacchiere iraniano.

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