Che l’abbattimento (o “semplice” caduta dovuta ad un’avaria) del drone italiano non avrebbe rappresentato un caso isolato, lo si era detto già nei giorni scorsi: in Libia sono diversi i mezzi di paesi stranieri che operano sul campo ed in un momento come quello attuale, dove gli attori principali cercano di rimodellare gli equilibri in vista della possibile conferenza di Berlino, di episodi simili all’incidente che ha coinvolto il nostro drone se ne potrebbero contare diversi nei prossimi giorni. Ed in effetti anche Africom, ossi il comando militare Usa in Africa, nelle scorse ore ha lamentato la perdita di un drone.

Il nuovo drone scomparso

Secondo quanto dichiarato dallo stesso comando Usa, un velivolo senza pilota è scomparso dai radar nella giornata di giovedì. Il drone in questione, sempre secondo Africom, si trovava sopra Tripoli quando ha iniziato a non emanare più alcun segnale. Il mezzo è dunque scomparso, ignota la sua sorte: non si sa se è caduto e dove eventualmente è precipitato. A differenza del drone italiano caduto mercoledì a Tarhouna, non esistono foto che ritraggono il mezzo (o quel che ne resta) a terra. Inoltre, non c’è stata alcuna rivendicazione di abbattimenti da parte delle milizie libiche. Quest’ultimo elemento è forse spiegabile con il fatto che, visto che il velivolo sorvolava Tripoli e dunque una zona controllata dalle milizie vicine al governo di Al Sarraj, nessuno ha avuto l’interesse a mettere il proprio cappello sull’episodio.

Il drone eventualmente precipitato cioè, a Tripoli non è stato avvertito come mezzo nemico. A Tarhouna invece, dove è caduto il nostro velivolo, essendo la città controllata dai gruppi filo Haftar ovviamente si è subito innescata la corsa tra chi poteva rivendicare un abbattimento ancora tutto da dimostrare. La presenza di droni Usa in Libia non costituisce comunque mistero: Africom usa mezzi fatti decollare sia da Sigonella che dal Niger, impiegando diversi velivoli nel monitoraggio della Libia. Secondo il comando Usa in Africa, l’obiettivo delle missioni dei droni americani è quello di verificare il livello di pericolosità dei gruppi jihadisti nel paese nordafricano. Di recente, droni Usa hanno anche effettuato raid contro presunte postazioni dell’Isis nel Fezzan, colpendo obiettivi e basi considerate a disposizione dei terroristi.

Il sospetto che non sia una coincidenza

Al di là delle dinamiche che hanno portato alla perdita di contatto con il drone italiano mercoledì e con quello americano giovedì, di certo il fatto che due velivoli del genere siano stati persi in due giorni in Tripolitania sta dando adito a molti sospetti. Difficile pensare a due abbattimenti, specialmente per il mezzo americano. Come detto, il drone perso giovedì stava volando su Tripoli, il cui governo è appoggiato da Washington e dunque non avrebbe alcun interesse a creare danni ai mezzi statunitensi. Ma anche per il drone italiano si fa sempre più strada l’idea di un’avaria. Il mezzo volava troppo in alto per poter essere abbattuto da un ordigno in grado di non disintegrarlo: a quell’altezza, hanno spiegato gli esperti nei giorni scorsi, solo un missile potrebbe far precipitare un drone ma il velivolo risulterebbe in seguito disintegrato. Invece, l’ala del nostro mezzo era intatta con tanto di coccarda tricolore ben in evidenza.

Probabile dunque un’avaria, poi fatta passare per abbattimento dalle forze pro Haftar. Un problema tecnico, come per il caso del drone americano. Possibile due avarie in due giorni consecutivi in una stessa regione? E soprattutto, possibile che i due problemi tecnici riscontrati non siano collegati tra di loro? Ecco il perché dell’emergere dei sospetti. Emadeddin Badi, esperto del Middle East Institute, su Twitter crede all’uso dei Jammers, dei disturbatori di frequenza, che avrebbero portato sul fronte i contractors russi che in queste settimane stanno affiancando Haftar. Ma non solo: altri commentatori ipotizzano anche mezzi arrivati da Abu Dhabi, il cui governo è tra i principali alleati del generale uomo forte della Cirenaica. La guerra in Libia è anche una guerra di droni, disturbare le frequenze grazie alle quali questi velivoli vengono pilotati da una postazione remota potrebbe rappresentare un danno importante per la controparte. In poche parole, l’incidente che ha riguardato il drone italiano non è stato l’unico, quello che ha coinvolto il mezzo americano non sarà l’ultimo.

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