Alcuni l’hanno già definita la sfida del secolo. Per altri si tratta semplicemente della punta dell’iceberg di quella che è già stata soprannominata nuova Guerra Fredda. Nelle ultime settimane lo storico testa a testa che ha messo di fronte Stati Uniti e Cina è apparso quanto mai evidente nel controllo dei mari, in particolare nella regione indo-pacifica. La posta in palio nella guerra dei mari del XXI secolo è duplice: da una parte il controllo delle rotte commerciali strategiche – su tutti lo Stretto di Malacca – dall’altra l’ottenimento dello spazio vitale per contenere l’avversario ed espandere la propria ombra in una regione chiave per il dominio del continente asiatico.

Winners take all, direbbero gli americani. Nel senso che l’attore che riuscirà per primo a domare le onde del Mar Cinese Meridionale si prenderà l’intera posta in palio, lasciando al rivale giusto le briciole. Il tratto di mare che interessa tanto a Washington quanto a Pechino è attraversato da tensioni storiche, rivendicazioni, confini non riconosciuti nonché da odi atavici e reciproci tra vari Stati asiatici.

È in quel rebus chiamato Mar Cinese Meridionale che sta andando in scena il confronto navale tra gli Stati Uniti, potenza marittima per eccellenza, e Cina, potenza terrestre che ha studiato così tanto che potrebbe presto superare il maestro americano. Il testa a testa è entrato in una fase caldissima, fatta di provocazioni, esercitazioni parallele ed escalation militari di ogni tipo. Lo scorso 26 agosto i cinesi hanno persino effettuato due test missilistici sparando vettori di medio raggio, uno dalla provincia settentrionale del Winghai, l’altro dallo Zhejiang. I lanci avrebbero coinvolto vettori Dongfeng, quasi sicuramente il DF-26B e il DF-21D (i famigerati “missili killer delle portaerei”). Considerando che gli americani hanno fatto transitare in queste acque le loro portaerei, il messaggio del Dragone appare inequivocabile.

Roccaforte Taiwan

Il fulcro della strategia americana nel Mar Cinese Meridionale (e dintorni) è Taiwan. La “provincia ribelle” (come la definiscono i cinesi) è ormai diventata una vera e propria roccaforte statunitense. L’ultimo segnale che ha suggellato un legame ormai di ferro tra le parti riguarda l’apertura sull’isola di un centro comune di manutenzione dei caccia F-16. La struttura, ha sottolineato il South China Morning Post, è un progetto congiunto tra la Taiwan’s Aerospace Industrial Development Corporation (AIDC) e Lockheed Martin.

Il sito, aperto venerdì, è situato a Shalu, nel centro di Taiwan e rappresenta il primo centro di assistenza del suo genere in tutto l’indo-pacifico. Un segnale del genere non può certo passare in secondo piano. Intanto perché significa che gli Stati Uniti hanno dimostrato di voler normalizzare i legami militari con Taiwan in modo chiaro ed esplicito. Inoltre appare evidente come Donald Trump non si preoccupi della possibile reazione cinese a un pericoloso avvicinamento americano in direzione di Taipei.

Sia chiaro: i rapporti tra Usa e Taiwan sono sempre stati intensi, per lo meno negli ultimi decenni. Solo che in passato Washington non voleva dare nell’occhio. C’è un esempio che conferma il cambio di passo della Casa Bianca. Tra il giugno 2017 e lo scorso luglio l’amministrazione guidata da Trump ha approvato accordi sulla vendita di armi con il governo taiwanese per un ammontare complessivo di 13,27 miliardi di dollari. Detto altrimenti, Taiwan ha assunto per gli Stati Uniti una duplice valenza a seconda delle esigenze: quella di uno strumento utile per attirare l’attenzione di Pechino e quella di carta da usare per intimidire la Cina.

Lo scontro sino-americano nel Pacifico

Inutile nascondersi dietro a un dito. La temperatura registrata nel Mar cinese meridionale ha toccato un livello mai raggiunto. Come ha fatto notare Repubblica, gli Stati Uniti hanno schierato due portaerei e organizzato esercitazioni praticamente con ogni alleato situato nel Pacifico. Sbandierando la “neutralità della navigazione” l’intento di Trump è quello di mettere pressione su Pechino. Anche perché le acque contese sono attraversate annualmente da merci dal valore di tremila miliardi di dollari.

La risposta di Pechino non si è fatta attendere e si è materializzata nella mobilitazione di parte della sua flotta. A proposito della flotta cinese, il Dragone può contare su mezzi e risorse completamente rinnovati rispetto al recente passato. Grazie alla spinta di ammodernamento voluta da Xi Jinping, oggi la marina cinese è la più grande al mondo con ben 335 navi. Certo, il gap con gli Stati Uniti ancora sussiste. Ma si sta riducendo sempre di più.

Calcolatrice alla mano, la Cina può affidarsi a 2 portaerei (altre sono in costruzione), 33 cacciatorpedinieri, 54 fregate e 42 corvette, oltre che a 248 navi della Guardia Costiera, 59 mezzi anfibi, una cinquantina di sottomarini diesel, sei sottomarini nucleari e 4 dotati di missili balistici. Numeri importanti, che potrebbero crescere ulteriormente nel giro di pochi anni. Se non mesi.

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