Il petrolio libico appare essenziale per molti acquirenti ed all’interno dell’intero mercato del greggio. Questo non tanto per la quantità che, pur se riesce a raggiungere a regime più di 1.6 milioni di barili al giorno, risulta modesta rispetto a tanti altri paesi della regione. Più che altro il petrolio libico è apprezzato per la sua qualità. Poco denso, pochi quantitativi di zolfo al suo interno, vicino alle coste europee: in poche parole, il greggio libico ha costi di raffinazione e trasporto di gran lunga inferiori rispetto alla media. Ed è anche su questo che si sta giocando l’attuale partita libica e della battaglia per la presa di Tripoli.

Chi controlla i giacimenti?

L’oro nero della Libia si trova in gran parte nella regione occidentale del paese. Tra Tripolitania e Fezzan l’attività estrattiva raggiunge livelli importanti, sotto il suolo del deserto del sud del paese così come in diversi giacimenti off shore, si nascondono le risorse che fanno della Libia uno dei paesi più ricchi di materie prime. Anche in Cirenaica comunque ci sono importanti campi petroliferi, a partire da quelli presenti nelle zone di Adjedabia e nelle cittadine costiere di Ras Lanuf e Brega. Ma le risorse della zona orientale della Libia devono ancora essere in gran parte esplorate. Alcuni dei più importanti interessi in ballo durante gli ultimi anni dell’era Gheddafi, riguardano proprio i contratti di esplorazione sotto il deserto delle province orientali della Libia.

A gestire gli impianti nella grande maggioranza dei casi, sono delle joint venture a cui partecipa la Noc, ossia la società libica del petrolio. In pratica le compagnie straniere interessate a lavorare per l’estrazione del greggio, oltre a pagare le royalties devono investire assieme alla Noc, alla quale nelle join venture deve sempre essere riservata una cera quota. È questa l’impostazione voluta da Gheddafi, che garantisce importanti entrate alle casse sia della Noc che dello Stato libico, senza impedire a compagnie straniere di investire nel paese. Un’impostazione mai cambiata negli anni successivi all’uccisione del rais.

I giacimenti petroliferi a partire soprattutto dal gennaio, sono in gran parte in mano all’Lna, ossia all’esercito guidato dal generale Haftar. Quest’ultimo fino alla fine del 2018 controlla soltanto quelli della Cirenaica, compresi gli importanti stabilimenti di Brega e Ras Lanuf. Con la sua avanzata nel Fezzan, il suo esercito mette le mani anche su quelli di Sharara ed El Feel, da cui passa una buona fetta della produzione nazionale del petrolio.

La strategia di Haftar

Ma c’è un particolare da considerare. Il generale non controlla in prima persona gli stabilimenti conquistati. Al contrario, mantiene lo status quo e quindi i contratti con le compagnie straniere non vengono intaccati, così come non viene intaccata almeno formalmente l’indipendenza della Noc nella gestione tramite le proprie quote nelle joint venture. L’Eni ad esempio, che lavora con la Noc ad El Feel, continua ad operare in quello stabilimento così come in tutti gli altri gestiti assieme alla compagnia libica.

Così come evidenzia Riccardo Fabiani, analista di Energy Aspect, in un’intervista rilasciata ad Al Jazeera, Haftar vuole passare come un interlocutore affidabile a livello internazionale: “Il controllo del petrolio è uno strumento – afferma Fabiani – Può ribadirlo dinnanzi la comunità internazionale e dimostrare di non avere velleità di venderlo indipendentemente, ma di rispettare i patti precedenti al suo arrivo”. E forse la battaglia di Tripoli potrebbe essere riassunta anche sotto questo aspetto: Haftar controlla sì i pozzi, ma i soldi vanno sempre al governo centrale o, per meglio dire, alla banca centrale con sede a Tripoli. E dunque, uno dei fini del generale è poter arrivare nella capitale ed essere lui a dire la sua sulla gestione del patrimonio generato dall’oro nero.

 

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