Mentre Yang Jiechi e Jake Sullivan, rispettivamente il capo della Commissione esteri di Pechino e il Consigliere per la sicurezza nazionale Usa, portavano avanti discussioni diplomatiche di alto livello a Roma, le emittenti cinesi erano “sul pezzo”, pronte a raccontare le ultime novità relative alla guerra in Ucraina. Lu Yuguang era addirittura sul campo, ma da una parte di campo molto particolare e praticamente off limits per quasi ogni altro giornalista occidentale.

Il signor Lu, operativo per la sede di Mosca di Phoenix Tv, emittente statale di Pechino, sembrerebbe esser l’unico inviato accreditato per raccontare il conflitto visto dalla parte dell’esercito russo oltre a un collega catalano. Nelle sue dirette è intervenuto più volte dalle città bombardate dal Cremlino. Ha lanciato servizi da Mariupol, sotto assedio da giorni, ha girato video, intervistato semplici soldati russi e perfino Denis Pushilin, il capo della Repubblica popolare separatista di Donetsk, spiegando che, grazie al supporto della Russia, gli i suoi uomini stavano riconquistando terreno.

Lu è stato attaccato sui social per essersi dimostrato eccessivamente filo russo ma, d’altronde, non potrebbe essere altrimenti visto che nessun esercito vorrebbe portarsi appresso un reporter dichiaratamente ostile. È interessante, tuttavia confrontare la narrazione giornalistica occidentale con quella fornita da altre prospettive, in tal caso cinese, per capire il punto di vista della Repubblica Popolare.

Lenti cinesi

È chiaro che la narrazione giornalistica cinese parta da un presupposto diverso rispetto al racconto occidentale. Sarebbe tuttavia riduttivo definirla semplicemente una “narrazione di parte”, visto che ogni evento geopolitico viene declinato in modo diverso a seconda della prospettiva di chi lo analizza. In maniera più analitica, semmai, possiamo affermare che la Cina presenta un resoconto dei fatti “con caratteristiche cinesi”, ovvero consone agli interessi diplomatici e geopolitici della Repubblica Popolare. Un resoconto, tra l’altro, diverso tra quello utilizzato a uso interno (dove i media spingono molto sulla retorica di guerra russa) e uno a uso internazionale (dove invece tutto ruota attorno alla diplomazia).

In ogni caso, dai servizi di Lu Yuguang balza subito all’occhio come la Cina non sia considerata ostile dalla Russia; anche perché, come detto, il suddetto reporter non avrebbe potuto essere inviato al seguito delle truppe del Cremlino. È interessante, inoltre, leggere l’editoriale scritto dall’ambasciatore cinese negli Stati Uniti, Qin Gang, per il Washington Post. “Molti americani stanno comprensibilmente cercando di capire dove si trova la Cina mentre si sviluppa la crisi in Ucraina, quindi voglio cogliere l’occasione per spiegare completamente e dissipare eventuali malintesi e voci”, si legge nell’incipit del pezzo. Ma qual è la posizione della Cina?

Una “potenza responsabile”

Rispondiamo alla domanda continuando a leggere l’intervento di Qin. “Le affermazioni di cui la Cina era a conoscenza, acconsentito o tacitamente sostenuto questa guerra sono puramente disinformazione. Tutte queste affermazioni servono solo allo scopo di scaricare la colpa e gettare fango sulla Cina”, ha chiarito il diplomatico, seguendo la linea di Pechino. Dunque: la Cina non avrebbe niente a che fare con il conflitto ucraino. Che, per altro, è andato a danneggiare anche gli interessi economici cinesi, ha aggiunto Qin, facendo notare che il suo Paese è il più grande partner commerciale di Russia e Ucraina.

Al di là delle indiscrezioni in merito alla richiesta russa di un aiuto militare al partner cinese – richieste tra l’altro non confermate e respinte dai diretti interessati – emerge la reale intenzione della Cina: vestire i panni di “potenza responsabile”. Questo termine viene ripetuto spesso nei discorsi ufficiali dei leader cinesi e pure nei comunicati. L’immagine del Dragone, già danneggiata dalla pandemia di Covid-19 con tutte le accuse relative alla presunta (anche qui mai confermata) fuga del virus dal laboratorio di Wuhan, non deve in nessun modo essere sporcata. Dunque, va bene la partnership economica con la Russia, ma guai a sposare in toto il disegno di Vladimir Putin. Qualunque esso sia. Pena: la distruzione di tutti i risultati ottenuti dal soft power cinese.

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