I venti di guerra che, nelle ultime settimane, hanno agitato i rapporti tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, sembrano essersi sopiti. Un incontro chiarificatore, svoltosi in Angola tra il Capo di Stato congolese Félix Tshisekedi ed il suo omologo ruandese Paul Kagame, ha abbassato le tensioni. Tshisekedi e Kagame hanno concordato sulla necessità di normalizzare le relazioni diplomatiche ma questo risultato non potrà essere raggiunto solamente con le strette di mano.

Nelle ultime settimane, infatti, i rapporti sono stati tesi ed hanno sfiorato la rottura, Il presidente congolese aveva accusato il Ruanda, nel corso di un’intervista rilasciata al Financial Times, di appoggiare il gruppo ribelle M23 e di avere “interessi economici illeciti in Congo” e non aveva escluso “la possibilità di una guerra qualora le provocazioni fossero proseguite”. Le accuse erano state respinte da Kagame, che aveva definito la crisi come un problema interno della Repubblica Democratica del Congo. Il Movimento 23 Marzo, conosciuto come M23, è un gruppo ribelle che opera nel Congo orientale, in particolare nella provincia del Kivu Settentrionale. Nel 2012-2013 è stato appoggiato e finanziato dal Ruanda ma ha poi deposto le armi dopo le trattative con Kinshasa. Nel 2022 una fazione scissionista ha dato vita ad una nuova offensiva ed ha conquistato la città di frontiera di Bunagana.



Le tante crisi congolesi

Il gruppo ribelle M23 si è scontrato, per diversi mesi, con le truppe congolesi nella provincia del Nord Kivu. Gli esperti delle Nazioni Unite ritengono che l’obiettivo finale possa essere Goma, una metropoli con quasi due milioni di abitanti, anche se l’M23 ha alternato scontri militari a proposte di cessate il fuoco. Anne Sylvie Linder, vice presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa a Goma, ha dichiarato, come riportato da The New Humanitarian, che i combattimenti “hanno scatenato una grave crisi umanitaria” che i gruppi umanitari faticano a contenere a causa dell’insicurezza dilagante. Alcune persone hanno provato a fare ritorno alle proprie case durante le pause dei combattimenti ma “sono costretti ad abbandonarle ogni volta che riprendono le ostilità”.



Gli analisti, i funzionari locali ed i leader della società civile provenienti da diverse zone del Nord Kivu e della vicina provincia dell’Intuir ritengono che durante il mandato di Tshisekedi la situazione non si sia evoluta positivamente. La crisi con l’M23 non è, poi, l’unica ad insanguinare questi territori dove operano anche le Allied Democratic Forces (ADF), che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico e la milizia CODECO, responsabile di dozzine di morti negli ultimi mesi.

Le Allied Democratic Forces sono state inserite nella lista dei gruppi terroristici da parte degli Stati Uniti e sono il gruppo armato più attivo e letale tra quelli operanti nelle province orientali della RDC. In oltre 20 anni di attività sono state responsabili di numerosi attacchi alle forze militari della RDC, di svariati crimini ai danni della popolazione civile e del rapimento e reclutamento di bambini per trasformarli in soldati. La chiesa cattolica della RDC ha reso noto che questo gruppo armato sarebbe responsabile di oltre 6mila morti dal 2013 alla fine del 2021.

Una storia sanguinosa

Le origini della violenza  nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) risalgono alla crisi dei rifugiati scatenata del genocidio in Ruanda del 1994. Gli Hutu coinvolti nel genocidio fuggirono nella RDC orientale e formarono gruppi armati. Questo comportò la nascita di formazionii rivali da parte dei Tutsi e di altre fazioni opportunistiche. Il governo congolese non fu in grado di controllare sul proprio territorio e di fronteggiarli e ciò portò allo scoppio della seconda guerra del Congo.



Il conflitto, durato dal 1998 al 2003, vide le forze di Kinshasa, appoggiate da Angola, Namibia e Zimbabwe, combattere contro gli insorti sostenuti da Ruanda ed Uganda. Il raggiungimento della pace nel 2002 non ha fermato, a causa della debolezza delle istituzioni, le violenze sui civili (costate tre milioni di vite).

Le massicce risorse naturali in loco finanziano i gruppi, consentendo loro di comprare armi e di commettere nuove atrocità. L’Unione Africana e le Nazioni Unite hanno provato a risolvere la situazione ma si stima che cento gruppi armati, nonostante la presenza di 16mila caschi blu, operino nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo. Almeno cinque milioni di civili sono stati costretti a fuggire a causa dei rischi che gravano sulle loro vite.

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