Guerra /

Mobik”, traslitterazione dal russo мобик, è un neologismo colloquiale formato da mob(ilizovannyj), che significa “mobilitato” e il suffisso -ik, desinenza diminutiva. Il termine indica un soldato coscritto a forza durante l’invasione dell’Ucraina, di solito indicativo di giovani maschi con poca o nessuna esperienza di combattimento.

Come sappiamo, Mosca ha indetto una mobilitazione parziale del personale riservista, accompagnata da una campagna di arruolamento su base volontaria di ampia portata che ha visto lo sbocciare di uffici di reclutamento mobili – spesso costituiti da semplici gazebo o prefabbricati – nelle piazze delle città russe per rimpinguare le fila del suo esercito dopo che la resistenza ucraina si è dimostrata capace di scompaginare i piani del Cremlino impedendo la cattura del governo Zelensky e la rapida risoluzione del conflitto.

Secondo quanto affermato dalla presidenza russa, la mobilitazione ha riguardato circa 300mila uomini, ma non è dato sapere se effettivamente questo contingente sia giunto totalmente in zona di combattimento, e nemmeno se il numero sia esatto. Molto probabilmente la cifra reale oscilla tra le 150 e le 250mila unità, ma quello che più conta è che diverse fonti, soprattutto russe, dimostrano come questo personale sia stato “gettato nella mischia” dopo un addestramento alquanto sbrigativo, che in alcuni casi è durato solamente un paio di settimane.

Va chiarito che nella stragrande maggioranza dei casi, questi uomini non hanno esperienze pregresse di combattimento, avendo ricoperti ruoli di seconda linea nell’Esercito russo: certamente esistono specialisti, anche nei vitali settori della Cyber Warfare e in campo medico, o ancora personale che può essere impiegato nel genio, ma da quello che possiamo osservare si tratta di poche unità rispetto al totale.

Del resto a Mosca interessava poter utilizzare uomini per sollevare dagli incarichi di seconda linea il personale professionista o comunque più inquadrato ed abituato a combattere: i volontari ceceni, così come quelli appartenenti al Gruppo Wagner, non potevano più essere impegnati nel controllo dei territori conquistati.

La Russia però, non avendo dichiarato formalmente guerra, non può indire una mobilitazione totale e non avendo sufficiente personale professionista si ritrova a dover far combattere parte dei riservisti, non potendo nemmeno impiegare personale appena coscritto in operazioni militari all’estero come da legislazione vigente.

I “mobik”, così, si ritrovano a dover combattere in quel carnaio che è diventato il Donbass nel settore tra Donetsk e Sloviansk. Soledar, Bakhmut, sono nomi di città diventate ormai familiari dalla cronaca di questi ultimi giorni. I combattimenti qui sono più cruenti rispetto al resto del fronte, che sembra silenzioso come se le due parti trattenessero il fiato prima di un grande e massiccio assalto: la stagione invernale sta compiendo il suo periodico lavoro di congelamento del terreno che gli permetterà di sostenere il peso di carri armati e altri mezzi pesanti. Il nemico, in autunno, era anche il fango che bloccava le ruote e faceva slittare i cingoli, trasformando ogni strada sterrata, ogni campo, in una trappola. Ora, col terreno che si sta congelando, l’offensiva – che sia russa o ucraina – potrebbe essere facilmente alle porte.

La guerra però non è solo grandi avanzate, operazioni di ampio respiro, come la puntata su Kiev (fallimentare) dell’esercito russo a inizio del conflitto oppure la controffensiva ucraina che ha portato alla liberazione della regione di Kharkiv questa estate.

La guerra in Ucraina è fatta di trincee, di buche scavate nel terreno coperte da assi di legno e sacchetti di sabbia per evitare le granate sganciate dai droni commerciali, è fatta di scuole adibite a caserme, come quella di Makiivka colpita dai razzi degli Himars ucraini a Capodanno. Quell’attacco, secondo Kiev ma anche secondo alcuni “dissidenti” russi, ha causato circa 400 morti.

Erano “mobik” anche loro, come quelli che stanno combattendo in queste ore tra Soledar e Bakhmut insieme ai soldati professionisti, e che nonostante lo scarso addestramento e un equipaggiamento non sempre idoneo stanno mettendo a dura prova l’esercito ucraino che fatica a tenere le posizioni.

Le forze di Kiev sembrano non avere la superiorità numerica, e anche l’utilizzo di mezzi tecnologicamente superiori come gli Himars non sta avendo più lo stesso effetto dirompente rispetto a qualche mese fa: i russi hanno imparato la lezione e hanno spostato i depositi di munizioni oltre la loro portata, che è di 70 chilometri. Questo però ha un prezzo: le munizioni per l’artiglieria russa, vera forza dell’esercito di Mosca, impiegano più tempo per arrivare alle posizioni di fuoco, quindi il tiro si fa meno intenso, più diradato nel tempo, e non essendo molto preciso non può più contare sull’effetto di saturazione d’area che è in grado di devastare un ampio settore e distruggere tutto quello che vi si trova. Il risultato è evidente: l’avanzata su Bakhmut e Soledar è lenta e ha un costo in termini di mezzi e uomini che è sicuramente molto superiore rispetto al valore strategico di quelle località, che è pressoché nullo.

Il valore propagandistico però è elevato, e il Cremlino in questo momento ha bisogno di qualcosa da rivendere all’opinione pubblica, che comincia a rendersi conto che quella in Ucraina non è una “operazione militare speciale”, dalla breve durata e dal basso costo, ma una guerra vera. Una guerra che sta esigendo un pesante tributo di sangue.

Del resto, come avevamo detto in tempi non sospetti, la propaganda del Cremlino è durata fintanto che le bare provenienti dal fronte sono state poche. Sembra che questo costo venga pagato per la maggior parte proprio dai “mobik”, ma non possiamo sapere effettivamente quanti siano i riservisti deceduti nel conflitto rispetto al personale professionista, ma poco importa. Un morto in combattimento è sempre un morto in più da giustificare agli occhi dell’opinione pubblica.

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